Morte di un pensionato

di Mario Camaiani

      Quella sera Romolo tardava a ritornare a casa ed i suoi familiari erano in apprensione, perché essendo già   l’ora di cena   questo ritardo era del tutto insolito.     Romolo, un uomo robusto giunto ormai alla settantina, era in pensione da diversi anni; ma purtroppo da un paio di anni la morte aveva strappato da questo mondo la sua adorata moglie, Roberta, proprio pochi mesi dopo la celebrazione delle loro nozze d’oro.   Il loro era stato un matrimonio d’amore nel senso reale della parola, si erano sposati giovanissimi, lui a diciannove anni di età e lei ad appena diciotto e per questa loro giovane età i loro rispettivi genitori non erano stati troppo consenzienti ad una unione così frettolosa.  Ma poi i fatti dettero ragione ai due giovani che andarono a vivere per conto loro e lavorando ambedue in pochi anni riuscirono a comprarsi una casetta. Poi nacque la loro unica figlia, Carla, che fu consolazione dei nonni e motivo di maggiore unione delle loro famiglie. Roberta lavorava in un maglificio e Romolo in un grande stabilimento industriale nel quale riuscì a fare una piccola carriera diventando, da operaio che era, un caposquadra di reparto.   Così passarono gli anni in modo normale, ma felicemente; la figlia si diplomò e poi si sposò con un giovane operaio della suddetta fabbrica, Giovanni.   Intanto Roberta era andata in pensione seguita pochi anni dopo dal marito ed a questo punto i due pensionati si dettero a vivere diversamente   intraprendendo gite, viaggi, crociere…finché alla moglie si presentarono i segni di quel male che doveva portarla alla tomba.   E siamo alle nozze d’ oro, già accennate: fu l’ultima volta che Romolo e Roberta   parteciparono ad una grande festa: la Santa Messa nel santuario mariano di Migliano, nella vicina Garfagnana, nel quale   cinquant’anni prima avevano celebrato il loro matrimonio; il pranzo, attorniati dai parenti e da tanti e tanti amici; ed anche si concessero una breve vacanza per festeggiare in modo intimo la bella ricorrenza recandosi per pochi giorni alla vicina città de La Spezia.   La celebrazione del   cinquantenario del loro matrimonio fu l’apoteosi della loro unione, attestando con la loro vita coniugale come il matrimonio debba essere indissolubile fino alla morte, matrimonio che è base di una solida famiglia onde costruire una sana e solida società…(Mentre oggi, all’opposto, sta prendendo campo l’andazzo che al sorgere di qualsiasi difficoltà di relazione di coppia i coniugi si separano, magari poi cercando altri compagni; e ciò viene definito, in modo eufemistico, allargamento delle   famiglie; mentre in realtà è sfaldamento delle famiglie!).   Dopo la morte di Roberta, la figlia ed il genero ospitarono in modo definitivo Romolo nella loro casa, la quale era già stata allietata dalla nascita di due gemelline e nella nuova famiglia il nostro personaggio si trovò benissimo per cui dopo un certo tempo, anche stimolato dai suoi cari, cominciò ad uscire, ad intraprendere camminate con gli amici, anche in montagna, perfino sulle viciniore Alpi Apuane; poi, specie nella brutta stagione, passava interi pomeriggi al “circolo per anziani”, dove prese passione a giocare a carte: per lui ora il gioco, le carte, erano il suo passatempo preferito e con gli amici faceva gli “spuntini”, bevendo “bicchierotti di quel buono”, rientrando la sera a casa per l’ora di cena felice e contento con passo veloce, talvolta anche perfino canticchiando.

    E qui risiamo al punto di partenza del racconto finché, quando ormai stava per telefonare al circolo, finalmente Carla   dai vetri della finestra intravvide il babbo che spuntava dal fondo strada.
  “Giovanni, eccolo che arriva;   però mi sembra che cammini male, che stia barcollando”.     L’uomo si avvicinò alla moglie e osservando il suocero esclamò “Perbacco, ma sembra ubriaco:   è assurdo!” E corse fuori per strada andandogli incontro. Poi   parlandoci   si rese conto che Romolo non era
per nulla ubriaco bensì stava male. Lo accompagnò a braccetto in casa e subito l’anziano volle andare a letto, rifiutando la cena, opponendosi a che gli chiamassero il dottore e chiuso in se stesso non dette alcuna spiegazione di come gli era capitato quel malessere.   Carla e Giovanni non vollero contraddirlo aspettando l’indomani per decidere il da farsi; ma durante la notte, con discrezione, facevano saltuarie visite nella sua camera e sentivano che l’uomo, agitatissimo, profferiva frasi strane, sconnesse, anche piagnucolando e talvolta minacciava qualcuno, alzando la voce.

  La mattina dopo Romolo era in condizioni ancora peggiori, prostrato soprattutto moralmente, quasi come assente alla realtà; insomma era tutto l’opposto dell’uomo del giorno prima, amante della vita, esplosivo come un baldo giovanotto.   A questo punto i suoi familiari chiamarono il dottore che lo visitò con molta accuratezza, concludendo: “Trovo che quest’uomo è affranto psicologicamente, come avesse avuto un grande dispiacere: va stimolato affinché riprenda a mangiare, va seguito e aiutato a distrarsi, a ritornare tranquillo.”   E gli prescrisse una cura adatta al caso. I due coniugi ce la misero tutta nel mettere in pratica i consigli del medico di famiglia ed anche le due nipotine, di pochi anni di età, sembrava che comprendessero la gravità della situazione dandosi da fare   pure loro a “coccolare” e fare compagnia al nonno.   Dopo questi sforzi congiunti l’uomo un po’ si riprese, ricominciò a mangiare qualcosa, a gironzolare per casa, a guardare distrattamente la televisione, ma pochissimo riusciva a dormire   nonostante le “gocce” e le “compresse” prescrittogli dal medico; non voleva parlare con i familiari e neppure voleva vedere i vari parenti e conoscenti che si recavano a fargli visita.   Passò ancora qualche giorno e Romolo fu colto da un forte tremore e come se patisse un freddo tremendo perfino batteva i denti.   A questo punto si rese necessario il suo ricovero in ospedale e lì fu sottoposto ad un gran numero di accertamenti, di esami, fu curato con terapia intensiva, pure alimentato con ipodermoclisi dato che era debilitato…ma i giorni passavano e il vecchio peggiorava…Ma che male aveva? I medici dell’ospedale confermarono la diagnosi del medico di famiglia: era depresso al punto di rifiutare di alimentarsi, di curarsi, addirittura di vivere!

    Giovanni e Carla fin dall’inizio della drammatica situazione cercavano di sapere che cosa fosse accaduto al loro caro quel brutto giorno al circolo o, chissà, per strada e il genero per prima cosa   si recò al circolo e a Luigi, il gestore, pose delle domande in merito, alle quali l’uomo, molto reticente, rispose vagamente   che sì c’era stata una lite per motivi di gioco nella quale era coinvolto anche Romolo ma che però non ne conosceva   né l’origine né lo svolgimento né chi erano i partecipanti. E così dicendo Luigi risciacquava nervosamente i bicchieri allontanandosi verso il fondo banco. Giovanni insisté: “Si rende conto Luigi che qui c’è un uomo che sta per morire e che i suoi cari hanno diritto di sapere quel che è successo: ho l’impressione che lei sappia molto di più di quello che mi ha detto!”   Il gestore buttò per terra il canovaccio e quasi gridando si rivolse a Giovanni: “Mi stia a sentire: io non sono il tutore dei miei clienti e se ad ogni discussione per le carte dovessi intervenire o informarmi, starei fresco! Sa quanti litigi scoppiano durante le partite? Talvolta può accadere che sembra che passino a vie di fatto, urlando; mentre invece scherzano, si sfottono!   Se suo suocero sta per morire mi spiace, ma non è detto che la causa sia quella che lei suppone e in ogni modo non ne sono responsabile in alcun modo. Io e mia moglie abbiamo preso in gestione questo circolo e lavorando duramente e con orari impossibili facciamo il nostro dovere per contentare tutti…abbiamo da pagare un oneroso mutuo per acquisire la proprietà dell’ appartamento in cui abitiamo e guai se dovessimo perdere questa occupazione! Non voglio nel modo più assoluto avere seccature per questa faccenda. Quindi cerchi altrove quello che vuol sapere ché io non ho altro da aggiungere…e la saluto!” concluse seccamente guardando duramente il suo interlocutore negli occhi e poi voltandogli le spalle si allontanò. “La saluto pure io!” gli rispose Giovanni e mentre si   avviava verso l’uscita si voltò verso   gli avventori presenti in sala: tutti lo stavano osservando, avevano seguito in silenzio e con   attenzione il duro colloquio che aveva avuto con Luigi ed ora riprendevano   rapidamente il loro contegno, facendo chiaramente capire di non essere disponibili ad eventuali testimonianze.     Pure Carla si dette da fare per sapere qualcosa di più interrogando con prudenza alcune sue amiche mogli di soci del circolo ed anche lei riuscì a sapere solo che Romolo era stato coinvolto in un alterco piuttosto violento, ma senza scoprire altri particolari. I due coniugi convennero che la persona adatta per sapere qualcosa di preciso poteva essere era Elio, coetaneo e grande amico fin dall’infanzia di Romolo, vicepresidente del “circolo per anziani”: avevano fatto insieme il cammino scolastico alle elementari e alle medie; poi, mentre Elio continuò gli studi, Romolo entrò nel mondo del lavoro giovanissimo come operaio; ma i due continuarono a frequentarsi in grande amicizia.   In seguito fecero parte della stessa associazione parrocchiale dell’ azione cattolica ed infine nel circolo per anziani di cui sopra.   Ma Elio non era presente in questo periodo nel paese perché con sua moglie erano andati a trascorrere un paio di mesi di vacanza presso un loro figlio, Bruno, risiedente con la famiglia in   Svizzera. Magari ci fosse stato lui   alla scena del litigio, quel brutto giorno! Certamente avrebbe impedito che la lite degenerasse.

  Intanto il responso medico purtroppo si dimostrò esatto e la morte del nostro personaggio sopraggiunse diciassette giorni dopo quel fatale giorno nel quale Romolo,   uscito di casa felice e in gran forma, ne era poi rientrato affranto e sconvolto, praticamente un relitto umano!   La figlia ed il genero piansero amaramente per la perdita del loro caro ed anche le nipotine compresero e si afflissero per la scomparsa del   loro   nonno.

      Nella grande chiesa, la principale del paese, la gente affluiva in gran numero per le esequie del nostro protagonista e già molte persone si recavano subito presso le prime panche dove sedevano i suoi cari per porgere loro sentimenti di cordoglio.   Ed ecco, fra queste, giungere Elio con la consorte, Anna, che calorosamente abbracciarono Carla e Giovanni   partecipando così al loro grande dolore. “Ma come – fece Carla a significare piacevole sorpresa e per ringraziamento- siete venuti dalla Svizzera di corsa…e noi che avevamo detto all’ altro vostro figlio di qui che non vi avvisasse subito per non obbligarvi…” “Ma che dici: Leonello ha fatto benissimo ad avvertirci per tempo: come potevamo mancare?” Le ribatté prontamente Elio. Intanto aveva inizio la Santa Messa, con la chiesa gremita di gente   che così in massa dimostrava quanto l’estinto fosse stimato ed amato. C’erano pure gli amici del circolo anziani i quali non trovando più posto nelle panche avevano preso posto sulle sedie a lato. E dopo la mesta cerimonia quasi tutti i presenti parteciparono al trasporto del feretro accompagnandolo fino al cimitero; e qui c’ è da notare come a tutt’oggi, fortunatamente, nei centri minori rispetto a ciò che si svolge nelle città, sia in tristi occasioni come appunto ad un funerale, sia in quelle liete come ad un matrimonio, si continua come una volta a partecipare fraternamente ai dolori. o alle gioie di tutti, in massa; mentre nelle città, salvo che per personaggi illustri, c’è scarsa partecipazione, cioè praticamente c’è disinteresse.   Al ritorno, Elio con sua moglie e con il figlio Leonello si trattennero per un paio di orette a casa di Giovanni e Carla,         parlando di Romolo,   della sua bontà e Elio narrò un fatto a testimonianza di ciò:   “Quando si frequentava la terza media, verso la fine dell’anno scolastico mi ammalai gravemente di una polmonite doppia: ebbene Romolo per giorni e settimane continuamente mi faceva visita, mi teneva compagnia, mi metteva al corrente delle lezioni, mi aiutava a svolgerle; per cui quando ancora convalescente partecipai agli esami, riuscii a superarli brillantemente, e questo grazie alla fraterna, assidua assistenza del mio migliore amico! “   L’argomento della conversazione, pur sempre a proposito del defunto, passò poi alle cause della di lui morte ed   Elio infine promise il suo impegno affinché venisse in luce la verità, concludendo: “Fra cinque giorni mia moglie ed io ritorneremo da nostro figlio Bruno in Svizzera per concludere la vacanza; ebbene,   conto che fra tre giorni potremo tornare qui da voi,   spero con notizie certe.”.

    Come promesso, dopo tre giorni Elio,   sua moglie ed il loro figlio Leonello si recarono a casa dei loro amici e dopo avere parlato del più e del meno, gustando una buona torta preparata da Carla, Elio con voce calma e tono pacato iniziò: “ Mi sono informato con accuratezza dei fatti di quel triste giorno e credo di poter spiegare con esattezza come si svolsero. Dunque: in quel pomeriggio si teneva al circolo per anziani un torneo di briscola con abbinamento delle coppie di giocatori estratti a sorteggio, ed a Romolo toccò come compagno di gioco Eugenio il quale sedendosi al tavolo esordì esclamando che peggio compagno non gli poteva capitare, incompetente,   ottuso; e con   questo tono provocatorio continuò a punzecchiarlo e a deriderlo. Romolo lo sopportò con pazienza, invitandolo ad un contegno civile ed a concentrarsi sul gioco; ma l’altro, evidentemente quasi del tutto ubriaco, continuava insolentemente a provocarlo. Ovviamente,   giocando in simili condizioni i due persero le prime partite e così uscirono dal torneo alla prima eliminatoria ed allora Romolo, rosso di collera sbottò con violenza contro Eugenio: ‘ Sono stufo di sentirmi offendere, sei un pezzente insopportabile, incapace di stare in pace con gli altri, vergognati, vergognati: vai via! ‘ Eugenio si alzò di scatto in piedi, urlando: ‘ Tu ti devi vergognare per quello che mi hai fatto quando ero a lavorare nel reparto collaudi, da dove mi hai fatto mandare via dal capo reparto perché non stavo sottomesso ai tuoi ordini insulsi, e questo per il tuo daffare per cercare di diventare caposquadra, come poi ci sei riuscito. Sono da poco in pensione ed è da quando che praticando questo circolo ti ho qui visto che cerco di sfogarmi contro di te; ed oggi finalmente   ci sono riuscito.’   E ancora più forte aggiunse: ‘ Inoltre ti sei comportato vigliaccamente con tutti i tuoi compagni di lavoro, tradendoli, smettendo di scioperare, facendo odiosamente il crumiro! ‘   Ed esclamando queste ultime parole Eugenio si rivolse in certo modo a tutti gli astanti per trovare consensi e poi altezzosamente uscì dalla sala, mentre il nostro caro era diventato livido, bianco come un morto, sprofondato sulla sedia, affannando vistosamente. In sala, gremita di giocatori che vociavano, durante l’alterco si era fatto silenzio, ma ora le partite riprendevano mentre   alcuni fra i già eliminati si erano avvicinati a Romolo, per consolarlo.” Nel frattempo Carla piangeva sommessamente perciò Elio tacque per qualche minuto, finché Carla stessa gli fece cenno di continuare.   “Personalmente – riprese Elio- sono convinto che il nostro caro più che per gli ingiusti, vili offensivi attacchi di Eugenio,   soffrì per   l’indifferenza dei presenti, fra i quali c’erano suoi particolari amici, alcuni dei quali si comportarono addirittura quasi velatamente compiaciuti del farneticare del prepotente dal quale accettarono il malevolo spirito del branco, sempre presente nell’animo umano, ma che si manifesta solo in persone misere di buoni sentimenti e di giusti ideali.   Senza contare che molti hanno taciuto una chiara disapprovazione all’operato del facinoroso perché lo temevano, come ad esempio gli altri ex capisquadra ed ex impiegati presenti che mai avevano partecipato ad uno sciopero, ed altri ancora che con esso avevano avuto degli scontri, non volendo avere a che fare con una persona così irragionevole, così pericolosa.   Fortunatamente – proseguì Elio- come si è già accennato, diverse persone poi gli andarono appresso per rincuorarlo, per   dimostrargli il loro sostegno. L’ultima di queste fu   il gestore il quale, terminato il torneo,   verso la fine della premiazione dei vincenti gli si avvicinò e vistolo così depresso gli propose di chiamare per telefono i suoi di famiglia, o addirittura di accompagnarlo lui stesso a casa. Ma Romolo ebbe un ritorno di fierezza e gli rispose: ‘ Ti ringrazio, Luigi,   ma io sto bene e vado a casa a piedi, come di solito.   Dopo un pomeriggio trascorso seduto mi farà bene camminare per il circa   poco più di mezzo chilometro per arrivare a casa in una ventina di minuti.’ Il gestore non replicò e poco dopo osservò l’anziano che prese a camminare con passo incerto e lento: quel giorno infatti Romolo impiegò più del doppio di tempo per rientrare a casa.”    

Elio tacque e allora Giovanni prese la parola:   “Sono un operaio della fabbrica e ho avuto modo di conoscere Eugenio, anzi egli è passato pure dal mio reparto e lo ricordo come un contestatario, irrispettoso, talvolta violento, specie quando dava evidenti segni di essere un po’ alticcio; e quando il caporeparto, l’ultimo di una lunga serie, lo cacciò dal reparto stesso, fu convocato in ufficio personale e lì gli dissero che per i suoi comportamenti, per le sue assenze ingiustificate poteva essere licenziato su due piedi, ma che ciò non sarebbe avvenuto per riguardo alla sua povera moglie, anch’essa da lui vessata e per i suoi tre figli, ancora minorenni. Così, come ultima destinazione di lavoro fu assegnato a far parte della squadra detta nera, di manovalanza, per trasporti, per pulizie, per i lavori più infimi.”   Detto questo Giovanni aggiunse, cambiando discorso e con fare sereno: “Ed ora vado a preparare un buon   caffè!”, con la sorridente approvazione di tutti.   A questo punto Leonello prese la parola: “A proposito del vizio di bere di Eugenio, mi è venuto in mente un detto, una massima,   che dice: ‘ In vino veritas ‘,   cioè significa che quando una persona è ubriaca perde i freni della ragionevolezza ed in essa prevale il suo istinto vero,   buono o cattivo che sia, ed infatti talvolta, specie a certe feste fra amici si cerca di far bere più del dovuto un dato tizio per capirne il vero carattere…I proverbi rappresentano perciò la saggezza popolare, spicciola: ecco, non voglio con questo giustificare il malvagio comportamento di Eugenio, ma semmai attenuargli di un poco la colpa, dato che ha agito   in preda all’alcool”.   Qui intervenne Anna: “La responsabilità soggettiva delle personali azioni di ogni persona resta comunque, perché se uno è portato al male e ubriacandosi sa che peggiora in detta direzione, deve smettere di bere!   E così per ogni tendenza al male la ragione, la volontà, debbono far prevalere in esso lo spirito sulle tentazioni della carne, che sono sempre negative. Ci sono stati dei grafologi, e la grafologia   è una scienza sicura e certa, che analizzando la scrittura di Santi hanno concluso che si trattava di soggetti collerici e prepotenti; mentre invece questi sono passati alla storia come persone calmissime e pacifiche: questo dimostra come molto attraverso l’aiuto religioso si può cambiare enormemente in bene la personale tendenza di ognuno di noi, cosa questa, da quanto si è capito, che Eugenio mai ha cercato di fare; anzi piuttosto ha fatto il contrario.”   Anna così finì il suo dire, mentre suo figlio l’approvava tacitamente con cenni del capo. “Ecco il caffè!- esclamò Giovanni servendolo al tavolo- E ci sono pure cioccolatini: servitevi.”     Durante la pausa del caffè Giovanni presentò   il libro con le firme   dei partecipanti   al funerale ai presenti i quali osservando i nomi ne riconobbero tanti conosciuti e Leonello, dopo averlo scorso con attenzione, osservò: “Come immaginavo, manca la firma di quel tale…di Eugenio! E’ infatti impensabile che fosse stato presente alle esequie del nostro caro…”   Con discrezione Carla intervenne:   “Capisco che era necessario ed   anche doveroso parlare di questo… individuo; ma ora preferisco non sentire più parlare di lui,   che in fin dei conti ha provocato la morte di mio padre!” concluse alzando la voce.  “Un’ultima cosa concedimi di aggiungere, Carla – riprese Elio- quell’uomo è un vero assassino, anche se le modalità del suo delitto difficilmente possono essere usate per la giustizia umana al fine di incolparlo e condannarlo; e qui mi viene in mente di come la lingua possa divenire uno strumento di offesa e di morte se male usata: questa realtà viene più volte ribadita nella Bibbia, sia nell’ Antico che nel Nuovo Testamento, ed   in particolare ricordo ciò che è scritto in proposito nel Siracide (28,18): ‘ Molti sono caduti a fil di spada, ma non quanti sono periti per colpa della lingua .’ “

  E con questa autorevole citazione il racconto poteva essere degnamente concluso; ma c’è un’appendice,   un episodio avvenuto qualche mese dopo i fatti narrati, che inaspettatamente mette in evidenza diversa un importante protagonista della vicenda.   Un giorno giunge a casa di Carla una sua amica d’infanzia,   Amelia.   Al vederla Carla dà in una esclamazione di piacevole sorpresa.   “Amelia, che piacere vederti, qual buon vento ti porta? Tutto bene?…   Il marito,   i figli?”   “Tutto bene,   grazie- le risponde l’amica- sono qui da te per metterti al corrente di ciò che mi è capitato di vedere ieri, al camposanto. – E qui Amelia si fece più seria, più concentrata in quel che diceva-   Ecco, mi trovavo alla tomba dei miei genitori e stavo cambiandone i fiori quando ho visto   in lontananza,   presso la tomba dei tuoi genitori, esattamente   dalla parte dove è sepolto tuo padre, una persona, un uomo, in ginocchio con le mani sul volto, in preghiera; ma egli mi voltava le spalle e perciò non potevo capire chi fosse. La scena durò parecchi minuti, finché quest’uomo si alzò;   ma quando si avviò si accorse della mia presenza ed allora proseguì per     la strada sul retro dell’edificio principale, come non volendomi incontrare. Allora io presi   la brocca dell’acqua e andai per   riempirla   alla fontana sul lato di detto fabbricato e lì, con incredibile sorpresa, mi trovai faccia a faccia con costui!…Sai chi era?”   Carla, che nel frattempo si era fatta attenta mentre un tremore la stava invadendo, rispose con un filo di voce:   “Dimmi, chi era?”   “Eugenio!” le rispose Amelia quasi con un grido.   Ci furono degli attimi di silenzio, poi Carla riprese. “Ma sei sicura di non esserti sbagliata? Quell’uomo, che hai visto in ginocchio alla tomba del mio babbo è lo stesso che poi hai incontrato? E lo conosci così bene   da non sbagliarlo con qualcun altro?”   “Certamente è il medesimo,   perché in quella zona non c’era alcun’ altra persona.   Inoltre , anche se non ci ho mai parlato, epperò di vista con Eugenio ci conosciamo da anni: come sai lui abita nel paese di là dal Serchio,   ma spesso per le compere viene nel nostro, talvolta con la famiglia…”  

  Questa volta Carla non rifiutò di parlare di Eugenio, ma chiese ancora: “ E dopo?”     “Niente – le rispose l’amica-;     al vedermi l’uomo rimase evidentemente imbarazzato e mi accennò un sorriso a mo’ di saluto,   poi   frettolosamente uscì fuori…Insomma, Carla, hai capito?   Eugenio si è recato alla tomba di tuo padre per chiedergli perdono!!!”.
 Le due donne si presero le mani come in un abbraccio, guardandosi negli occhi, mentre a Carla scendevano giù per   le guance goccioloni di lacrime…

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Commenti

Una risposta a “Morte di un pensionato”

  1. Avatar Mario Camaiani
    Mario Camaiani

    Trascrivo il commento al  mio racconto fattomi dall’amico Gian Gabriele, mentre lo ringrazio e lo saluto sentitamente.
    Mario.  

    “Storia complessa, con vari strati di situazioni, che evidenziano non solo il contesto “storico” del protagonista, ma anche il mondo che gravita da vicino intorno a lui. Ne scaturisce, pertanto, una realtà, ambientale ed affettiva, che presenta diverse luci e qualche ombra. Tuttavia il cuore pulsante della narrazione prende corpo in modo particolare in quello stato d’animo di un uomo “ferito” ingiustamente nell’intimo e nei suoi valori, per una  lite, da chi credeva, nonostante tutto, amico.

    Il male interiore, talvolta, si fa, come in questo caso, devastante, in modo particolare per chi possiede grande sensibilità. Potrebbe crollare tutto quanto di buono e di generoso, anche nei rapporti familiari e non solo, è emerso da una condotta vitale pressoché irreprensibile. Si fa, invece, chiusura al mondo ed alla vita.

    Ma, pur nel tragico epilogo, emergono, di contro, ancora una volta, la capacità grande dell’uomo ad una revisione di coscienza e la forza di ritrovare, in fondo in fondo e silenziosamente, quella luce che lo può rendere di nuovo degno dell’umanità a cui appartiene.

    E ciò può sempre servire da vera lezione di vita.

                                                        Gian Gabriele Benedetti ”