di Giorgio Manganelli
[da “Quindici”, numero 2, luglio 1967]
Quando le da sempre rugginose ruote della Storia, vale a dire della Geschichte, si met tono a cigolare e fremere, e si apparecchia l’avvento di un qualche glorioso jaggernaut; e le magnifiche sorti e progressive cominciano magnificamente a progredire; quando, da qual che parte, esplode un subitaneo geyser di ottimismo, cui si accompagna un brusco in cremento di fragorosi decessi; allora, se fig gerete gli occhi miopi nei cieli obnubilati, vedrete trascorrere foschi angeli di tempesta, librati su inchiostrosi remeggi di penne, donde fuoriescono riccioluti ciuffi di firme. Sono, codesti volatili procellosi, appelli, proteste, manifesti.
Il nostro tempo, decorosamente calamitoso, è fecondo nido di siffatti volatili: e poiché frequentano le nostre gronde, e parte ci insi diano parte ci minacciano coi loro stridi edu cativi, varrà forse la pena di indagarne costu manze e destino.
Considerato come genere letterario, l’appello copre una angusta area di quello che fu il gran regno dell’oratoria. Cicerone lo colloche rebbe tra i discorsi « ad animos permovendos », che vogliono dimestichezza con gli ascoltanti, devozione alle loro passioni, ai loro pregiudizi, ai capricci ed agli imperativi lo cali; ove occorra, voglion lacrumas, sconvol te chiome, supplosio pedis, lacerate tuniche a disvelar ferite; anche sventolio di orfani. Non proponendosi di docere, vale a dire for nire informazioni, ma solo movere, non ha doveri di veridicità, ma anzi di opportuna ma nipolazione. Mutolo persuasore, il testo del l’appello deve far supporre gesti impetuosi, tragici pallori, voce rotta o nobilmente asse verativa. Osserveremo che, nella geografia del la decaduta oratoria, la repubblica degli ap pelli è contermine ad altra regione, un poco più monotona e sommaria, ma singolarmente consanguinea: intendo riferirmi al granducato degli epitaffi.
Confesso di aver in tal qual dispitto gli appelli; proprio come i mendicanti, specie i mendicanti con cane. Coltivo un atteggiamento ragionevolmente liberale verso gli accattoni di sobria oratoria, meglio se affatto impediti nella parola; non disamo le petulche zingaresse, tanfose e blasfeme; ma detesto i tremuli e queruli, che mi sgambettano con l’acqua santiera del supplice palmo, assistiti da cani sicari, prezzolati amici dell’uomo, dal capino inclinato e dagli occhi acquosi. Ben conosco i loro divisamenti: inchiodarmi alla mia ani ma, scatenare nel mio cuore struggimenti e palpiti. « Oh tu ricco, tu sano, tu bella donna, tu assai e begli figliuoli, assai famiglia… ». « Non una lira, figlio mio; fratello di sangue, non un baiocco; sventurato! non un tozzo di pan secco; non impunemente si scatenano nel cuore dell’uomo i demoni della bontà ». Di quei cagnolini ordino un tappeto; e vivi han no da essere.
Raramente accade che la mia firma sia giudicata idonea ad accrescere il valore suasosorio di uno di codesti sermoni o messaggi. Tuttavia accade talora che qualcuno, ansioso di annerire i più remoti margini del suo can dido foglio, per ozioso, languido zelo, per missionario fervore, ben sapendo che c’è sem pre posto per chi vuole dar opera ad una buona causa, mi solleciti a dipanare la mia matassina di compartecipe inchiostro. Ma ec co: non appena il seduttore mi rivolge la pa rola, io mi sento immerso in un incubo bene volo, uno di quei sogni elastici e vischiosi da cui non si esce né per urlo né per strattone: percorro un miele, una cotognata di idee gene rali, di volti amichevoli, di tableaux vivants angosciosi e minatori. Difficile schermirsi: giacché appena si abbozza un peritoso dinie go, subito avvertiamo non solo negli occhi degli altri, ma nel nostro stesso cuore, e in tendo appunto cuore, un cauto disagio, un perplesso stupore, cui si potrebbero prestare all’incirca queste parole: « Sapevo che eri un bastardo, un vigliacco e altro ancora; tuttavia supponevo che una elementare decenza ti avrebbe impedito di dichiararti favorevole allo sterminio degli infanti, alla deportazione dei vegliardi, alla guerra atomica preventiva e alla distruzione dell’umanità ». Ingrata situazione. Arduo rompere il tristo sillogismo: « ti pre sento un appello contro l’arsione dei civili, tu ti rifiuti di firmarlo; trai tu stesso l’inevitabile conclusione ». Ecco, appunto questo sottaciuto sillogismo è il cane sicario. Come quel cane, lui appunto è l’autentico, irreparabile bastardo.
Ovviamente, come molti altri assai più ga lantuomini di me, anch’io sono ostile al bru ciamento indiscriminato dei bambini; quando i sergenti del rancio mettono la censura sulla stampa, io tentenno il capo; se leggo che si vogliono passare a fil di spada i docenti di matematica, metto su una mutria corrucciata e disapprovante, come nemmeno potete im maginare; se mi si annuncia una precipitosa strage di ecclesiastici, faccio « eh, eh ». Dun que, la mia coscienza è pulita, il mio cuore batte dalla parte giusta, non mi sottraggo alle mie responsabilità storiche. E tuttavia un oscu ro riflesso condizionato mi spinge a conten dere la tiepida carne dei miei affetti all’onesto avvoltoio di un appello, che pure fa più o meno quel che faccio io, con le manifesta zioni di protesta sopra elencate.
Tutti conoscono la vecchia leggenda dei Prossimani del diluvio. Secondo questa bella tradizione, il diluvio non devastò l’intero pia neta, ma solo una parte, la più prospera, ampia e fittamente popolata. Quando prese a piovere e i fiumi si ingrossarono e la gente, prima inumidita, poi seccata, poi travolta si diede a inane fuga pei campi, le tribù vicinio ri presero a deplorare la situazione. In ciò agevolati dal clima ragionevolmente sereno, gli uomini migliori di quelle razze si raccol sero in luoghi aprichi; erano uomini colti, intellettuali, fondatori delle arti, smaliziati ma nipolatori di sintassi. Si misero in capo di re digere un documento: il che essi fecero presto e bene. In quel testo, costoro, rivolgendosi alle Nuvole â— giacché rivolgere direttamente la parola all’iracondo Dio diluviarne poteva prestarsi a interpretazioni che poi sarebbe sta to difficile rettificare â— fecero notare come fosse contrario ad ogni consuetudine piovere così a lungo, tanto e in un posto solo; deplo rarono la devastazione dei campi e delle greg gi; e inserirono un pezzo sui bambini anne gati, che era cosa di grande e semplice bel lezza. Proseguendo, ed anzi via via incanagliendosi le piogge, i valentuomini si riuni rono di nuovo, e â— mentre un comitato di femminette preste di dita e conocchia si dava mo a far golfini â— elaborarono un secondo documento, che era senza alcun dubbio acco rato. In questo si denunciava l’indifferenza delle piove alla pubblica opinione e si recla mava a) l’immediata cessazione del diluvio, b) la restaurazione del cielo sereno, « inaliena bile diritto di tutti i cittadini », c) l’impegno a non piovere più, se non nelle forme e nei limiti consacrati dalla tradizione. Il diluvio continuò, le brave donne allungarono i golfini adattandoli a comodi sudari, qualche dab bene scrisse una lettera aperta sulla « inutile strage », che ancora si legge nelle scuole. Si narra anche che mentre l’incaricato ban ditore a gran voce leggeva alle Nuvole il messaggio, più su il Numinoso Caprone si ro tolasse sui bronzei pianciti dell’empireo, percotendoli con la latitudine delle arcaiche chiap pe, e trandone un clangore di aureolata letizia.
Didattica, anzi rudemente didascalica, la fola ha forse qualche attinenza con il genere letterario che andiamo esaminando. Tema som mamente idoneo è il diluvio altrui; ché allora, commosso ma non travolto, « recollecting in tranquillity » come suggerisce Wordsworth, l’estensore può diteggiare tutta la tastiera dei motivi oratori, sfoggiare la tavolozza dei co lori retorici, e mobilitare i lupanari delle ve neri dello stile. Il diluvio sia possibilmente in progress, per godere della angosciante, titil lante dilazione, secondo l’antica divisa, « ri tardato dolor cresce non poco ». E’ bene con tenga una perentoria richiesta di fare o disfare alcunché: richiesta tanto più imperativa in quanto affidata ai persuasivi argomenti della logica, del buon senso, dell’onestà, della co mune umanità; qualità appunto di cui si sa affatto privo il destinatario dell’appello, come sarà detto in altra parte, possibilmente preli minare, dell’appello stesso. E’ bensì vero che codesto destinatario generalmente si rifiuta di sospendere le stragi dei civili, restaurare le conculcate libertà, liberare i carcerati inno centi e disimpiccare gli avversari politici; ma è anche vero che ci fa una pessima figura.
L’appello di rado evita di cadere nel mis sionario; e v’è chi se ne turba. Certo, tutti sanno quanto siano rudi e per nulla pensosi di sé e degli altri gli edili e i villici; dubito, tuttavia, che se andremo ad avvertirli che la guerra atomica fa male, quelli si metteranno a scuotere le teste dialettali, chiosando: « Beh, se lo dicono quelli, qualcosa di vero ci deve essere ». Certo, non ci stancheremo mai di ripetere che non si debbono strappare le un ghie ai dissenzienti, che è scorretto massacrare civili; tuttavia i concetti mi sembrano piut tosto bene espressi, che non assolutamente nuovi. E’ fazioso notare che di rado gli appelli hanno un sapore inatteso, di rado esprimono propositi aspramente provocatori? Anche Cice rone notava come, per irretire gli animi ad un impetuoso ed effimero assenso, occorre tenersi all’ovvio, movimentare luoghi comuni.
Certo, a firmare o compilare codesti docu menti « si ha ragione »; ma non v’è una qua lità corruttrice, qualcosa di stranamente de gradante nell’« aver ragione », quasi quanto nel vincere una guerra?
Tra i Prossimani dei diluviati non v’è con corde opinione su codesto problema delle proteste. Secondo alcuni, dopo tutto che altro si poteva fare? Altri affermano che meglio e più di una mozione degli affetti, possa servire un discorso, oscuro forse, rotto e allusivo, largamente inesatto, certamente coprolalico e blasfemo. Ma che cosa significhi « servire » in questo contesto, e quali siano i sagrati, e le lacune, e gli irreparabili errori, in cui espri mere il nostro radicale dissenso, questo resta controverso.