Avventure di parole

di Angelo Guglielmi
[da “Quindici”, numero 6, 15 ottobre-15 novembre 1967]

Antonio Pizzuto, « Nuove Paginette », Scheiwiller, 1967, pp. 72, L. 1.500.

Nuove Paginette: parrebbe di essere dinanzi al libro di uno scrittore rondista, nel qual caso il titolo sarebbe una metafora di « nugae », significherebbe una commozione tutta intima e avara, denoterebbe uno stato d’animo ripiegato nella stanzetta della propria interio ­rità. Per Pizzuto « Nuove paginette » non è nulla di tutto questo: è un riferimento reali ­stico, significa la dimensione del foglio di carta in cui egli svolge il filo della sua scrit ­tura. Ecco, siamo già arrivati al punto. Ma vediamo di individuarlo meglio, portando avanti il paragone con i rondisti. Infatti, ol ­tre al titolo generale del libretto anche i titoli dei vari capitoletti non sono Assimili da quelli che potremmo trovare in una operetta rondista. Vediamo: Nonna, Epicedio, Idillio, Orto, ecc. Titoli che potrebbero fare pensare ad un atteggiamento trepidante dello scrit ­tore, impegnato in un itinerario sentimentale lungo la consuetudine, i moti e gli affetti dei propri ricordi, incontri, esperienze. Ecco in questo quadro si muoverebbe uno scrittore della Ronda. Dietro le cui paginette dunque, pur stando la profonda « immaterialità » della loro apparenza, sempre si nasconde e sta un oggetto reale, preesiste comunque una situa ­zione o un dato. (Che viene investito di sen ­so poetico attraverso un processo di promo ­zione, sul presupposto che la poesia è una specie di servizio di nettezza urbana con il compito di pulire e mondare gli oggetti della realtà, liberarli di tutte le scorie e gli aspetti caduchi e consegnarli puri agli sguardi del ­l’eternità).

Le paginette di Pizzuto non rimandano a nessun oggetto o situazione preesistente. Ogni oggetto comincia, cioè si forma, a partire da esse stesse, ed è un oggetto di scrittura. Alle scuole elementari ci poteva capitare di veder ­ci assegnato questo compito: scrivete un pen ­sierino sulla nonna, sull’orto della vostra casa, ecc.; oppure in un’altra occasione il compito assegnatoci poteva essere: scompone ­te in sillabe, ripetendo l’esercizio per quattro pagine, le parole: nonna, orto, idillio, pagella, ecc. Ecco, tanto per intenderci, questo è Piz ­zuto. Il pensierino sulla nonna è lo scrittore della Ronda.

Dunque Pizzuto assume i luoghi comuni della tematica rondista (e sono temi senti ­mentali e di memoria), li svuota di ogni ten ­sione emotiva, negandoli in quel loro offrirsi al rapimento della poesia, e li riduce a pure presenze lessicali, così che non valgono che come semplice materiale verbale. Diventano temi linguistici, sulla base dei quali e a par ­tire dai quali Pizzuto imbastisce e svolge una serie di esercizi, realizzando e compiendo un tipo di operazione e d’intervento che si col ­loca tra il voyeurismo impartecipe dell’école du regard e la disperazione intellettuale di Joyce. L’approach descrittivo â— di registra ­zione e di campionamento â— che caratterizza il rapporto di Robbe Grillet con la realtà sensibile ha più di un punto in comune â— ciò che peraltro già Gianfranco Contini ave ­va notato â— con l’atteggiamento che presiede agli esercizi di scrittura di Pizzuto. Al mondo delle cose subentra il mondo delle parole. Tuttavia uno stesso occhio nello splendore del suo potere fisiologico sovrasta alle une e alle altre e ne segue le avventure.

Le avventure delle parole sono lessicali, grammaticali e sintattiche. Pizzuto vi affonda dentro il suo scandaglio e spinge la ricerca in tutte e tre le direzioni, per ciascuna di esse verificando il maggior numero di esiti e di eventi possibili. Si tratta di una operazione senza fine, dunque gratuita, che si scarica caricandosi, si aggroviglia senza ira, si svi ­luppa con una ottusità e una disperazione che ci pare già di avere incontrato nelle ultime prove di Joyce, in quelle sfide così altamente improbabili la cui caratteristica consiste nel fatto di essere lanciate una volta constatata la perfetta superfluità dello sfidante. Ma ve ­diamo in pratica in che cosa l’operazione consiste. Almeno per sommi capi. Pizzuto com ­plica la lingua italiana di moti inusitati. In ­tanto l’arricchisce di un numero stragrande di neologismi, vuoi riportando in uso vecchie parole, vuoi coniandone di nuove. E cioè ricercando analogie per lo più foniche con parole e modi di dire vicini, e, forse più spesso, introducendo la flessione nominale (o comunque qualcosa che se non si rivela sempre per tale ad essa fa direttamente pensare) che prevede una desinenza diversa non solo per il genere e per il numero (come è nelle lingue moderne neolatine) ma anche per il caso (come è nella lingua latina o greca). Una volta attuato come che sia il potenziamento delle articolazioni delle singole parole, Pizzuto non esita a proporre arduissime combinazioni, che subito ti colpiscono per questa caratte ­ristica che più evidente non potrebbe essere: un gran numero di nessi tanto grammaticali che lessicali, in contrasto con tutte le leggi della lingua italiana, vengono aboliti e dati per impliciti. Ti trovi così alle prese con un discorso perfettamente incongruo, costruito ri ­correndo alla pratica di una fortissima con ­trazione sintattica, ottenuta con l’uso continuo di ablativi assoluti, con il ricorso altrettanto frequente al genitivo sassone, e, soprattutto, con la frantumazione di ogni rapporto di di ­pendenza tra le varie parti della frase e la conseguente promozione di tutte le proposizio ­ni subordinate a proposizioni principali. Tutte le parti del discorso vengono non tanto coor ­dinate quanto allineate sullo stesso piano oriz ­zontale. Le parole non si dispongono più sca ­larmente a creare un disegno. Ogni parola è una frase. Si completa da sola. « Attuoso uno, buona volta, aspettarne scosto frittura, ed esau ­sta spegnersi annerito fuscello; altro ammi ­rativo sulla bianca parete; ormai difettavano le munizioni ». Il soggetto è gli zolfanelli. L’autore o chi per lui sta tentando di accen ­derne uno. Non ci riesce: finalmente (buona volta) gliene capita uno che si accende (at ­timo uno) senonché egli lo scosta da sé per il timore di bruciarsi (di non poter aspettarne che frittura) e così gli capita di assistere allo spegnersi della fiamma esausta e tra le mani non gli rimane che un moncone (fuscello) an ­nerito; prende un altro fiammifero e lo sfrega sulla bianca parete lasciando come il segno di un punto ammirativo; ma fa ancora cilecca; e ormai gli zolfanelli stanno finendo (difettavano le munizioni).

Qual’è il senso dell’operazione linguistica di Pizzuto? Certamente essa non intende creare una lingua nuova, nel senso di più duttile, agile o più ricca, né suo scopo è di dare il massimo di attualizzazione alle potenzialità riposte nella lingua italiana. L’operazione linguistica di Pizzuto si configura piuttosto e semplicemente come una peregrinazione, una scrupolosa ispezione, all’interno di un tema linguistico, di un oggetto di parola. Il risultato è una costruzione verbale non ordinata secondo la convenzione comunicativa ma in base alle urgenze di codice e di strutture implicite o meglio prodotte da quella stessa costruzione, così come l’oggetto â— materia dei   romanzi dell’école du regard è organizzato non in riferimento alle abitudini psicologiche e di cultura di colui che legge, ma sul filo della ineluttabilità di presenza e di autorità che quell’oggetto inevitabilmente possiede. Si deve ancora aggiungere che questa operazione perlustrativa e d’inventariamento se in origine, e come impostazione di base, è condotta dal Ns. con quel rigore senza speranza che caratterizza, come già si è detto, gli ultimi esperimenti joyciani, poi via via che viene portata avanti e si sviluppa, si apre a una vezzosità felice, a una irresponsabilità ilare che riscalda l’operazione imprimendole un moto scorrevole e precipitoso, tale da riscaldare queste nuove paginette, ad esse conferendo un certo grado di familiarità, d’intimità e di commozione che minaccia alle volte di sospingerle proprio ver ­so quello stato di « nugae » con cui in verità non hanno nulla a che fare. Comunque se questa minaccia non si compie ciò che invece capita è la riduzione della potenzialità provo ­catoria dell’esperimento pizzutiano, nel senso che Pizzuto, pur riuscendo a mantenere la sua azione nell’ambito delle emozioni profonda ­mente intellettuali, cede poi all’abitudine di offrircele con aria dolcemente furbesca, con una felicità tra di bimbo impertinente e di vec ­chio folle.

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