L’emergenza non è finita
di Francesco Giavazzi
(dal “Corriere della Sera”, 17 marzo 2012)
Nell’audizione alla Camera sulle liberalizzazioni, il presidente del Consiglio ha giustamente ricordato ai deputati della Lega Nord che la riduzione dello spread fra Italia e Germania, ieri sceso a quota 282, non è solo merito della Bce: una parte non piccola riflette la fiducia di cui gode il governo nei mercati finanziari internazionali. Paradossalmente è proprio questa fiducia il nostro maggior fattore di rischio. Innanzitutto perché ha fatto venire meno l’urgenza. In dicembre il decreto salva Italia fu varato dal governo e approvato dal Parlamento in due settimane. Pochi giorni dopo, il 29 dicembre, il presidente del Consiglio annunciò che liberalizzazioni e riforma del mercato del lavoro sarebbero state varate entro gennaio.
Siamo a metà marzo: il decreto sulle liberalizzazioni attende ancora la definitiva approvazione da parte del Parlamento e le norme sul mercato del lavoro non sono state ancora portate in Consiglio dei ministri. Non è solo una questione di calendario. Più i tempi si dilatano, più le corporazioni che con queste norme si vorrebbero colpire riescono a organizzarsi per evitarle. Il decreto cresci Italia ne è l’esempio. Il provvedimento che verrà approvato è un’immagine molto sbiadita dell’afflato liberista che ispirò il primo testo del governo. Valga per tutti il compromesso sulla separazione della rete di distribuzione dal gas dall’Eni: dovrà avvenire non prima del settembre 2013, quando questo governo non ci sarà più. Al prossimo sarà sufficiente un decreto di poche righe per cancellare tutto. Come fa un investitore che deve scommettere su un cambio di passo dell’Italia a fidarsi? La fiducia sta creando le condizioni per la sua stessa dissoluzione.
Il risveglio potrebbe essere brusco. Mentre il governo continua a costruire i propri programmi sull’ipotesi che l’economia nel 2012 si contragga dell’ 1 per cento, il Fondo monetario internazionale prevede un -2,2% e i maggiori investitori internazionali una forchetta fra -2%, nell’ipotesi più favorevole, e -4% in quella meno favorevole, con una mediana di -3%. Con questi numeri il deficit rimarrà sopra il 4% del Pil e il debito ricomincerà a crescere. Come lo spieghiamo a quegli stessi investitori e ai nostri partner tedeschi, ai quali abbiamo ripetutamente promesso il pareggio di bilancio nel 2013? C’è un solo modo per uscire da questo guaio. Convincerli che la recessione del 2012, per quanto grave, è un fatto transitorio e che le norme che stiamo approvando segneranno davvero un cambio di passo. Bruciata, purtroppo, la carta delle liberalizzazioni, rimane solo la riforma del mercato del lavoro.
Il ministro Fornero ha pronto un testo incisivo, che prevede da subito interventi volti a eliminare la segmentazione tra precari e lavoratori a tempo indeterminato, e che modifica immediatamente l’articolo 18 per i nuovi assunti. Su queste norme si gioca il futuro del governo e del Paese. Se le pressioni corporative o i suoi colleghi ministri dovessero chiederle un passo indietro, Elsa Fornero dovrebbe, con lo stile e la determinazione che la caratterizzano, abbandonarli al loro destino.
Agli smemorati. Settimo non rubare
di Mario Sechi
(da “Il Tempo”, 17 marzo 2012)
Il sindaco di Bari Emiliano riceveva spigole e champagne da un imprenditore. Lusi mangiava spaghetti a peso d’oro con i soldi della Margherita. Il leghista Boni prendeva la sua parte di stecca in un oliato sistema di esazione alle imprese. Per carità, tutti sono innocenti e qui siamo davvero garantisti, ma queste tre storie sono la metafora del Paese e della sua politica, di quello che a Roma con efficacia figurativa viene chiamato “magna magna”. Non ho intenzione di fare demagogia, tuttavia bisogna prendere atto che la corruzione, lo sbrego dei costumi etici, l’incuria della forma e della sostanza nell’amministrare il bene pubblico, sono fenomeni diffusi, nitroglicerina sul patto di solidarietà fra i cittadini e lo Stato. L’Espresso nel 1956 coniò il titolo “Capitale corrotta, nazione infetta”. È ancora valido, ma Roma non detiene più il primato, perché i centri d’affari si sono moltiplicati e soprattutto perché la rappresentanza politica è passata dai partiti a leader e funzionari onnipotenti che esercitano un potere personale di azione e riscossione. Il caso Lusi è esemplare: fa sparire dal bilancio della Margherita svariati milioni di euro e nessuno se ne accorge. Compra, investe, taglia impietosamente i rimborsi dei colleghi mentre lui fa la bella vita. Viene preso con le mani nella marmellata. Non si dimette. Addirittura fa la voce grossa. E ora minaccia Rutelli e soci. Un pasticciaccio brutto che va chiarito in fretta. Non è casuale che questa vicenda riguardi un partito che non esiste più, se non in forma di associazione. Quando i partiti diventano deboli o si creano feudi senza controllo, alla fine l’eccesso di potere si traduce in nepotismo e dispotismo che spesso degenerano in malaffare. È una storia antica come il mondo, ma occorre un rimedio e più che riscrivere il codice penale (le norme buone esistono) va fatto un lavoro di selezione della classe dirigente. Inutile girarci intorno: la qualità della rappresentanza italiana è peggiorata a vista d’occhio. E questo è frutto dell’impoverimento dell’educazione civica, del prendi i soldi e scappa applicato a ogni evento, dell’autoaffondamento della politica a favore delle logiche di clan, del brutale allontanamento del merito, della cultura dell’immagine che si è mangiata la parola e il ragionamento lasciandoci l’arroganza sbattuta in faccia, di una legge elettorale che favorisce solo la costituzione di “cerchi magici” e corti di regnanti. Si parte da qui, dalle regole del voto. E dalla ricostruzione dei partiti. La corruzione si combatte rimettendo al centro della scena la politica, cancellando la logica del business e riscoprendo quella del servizio pubblico. Chi sbaglia, a casa. Non c’è bisogno di inventare niente, sono regole scritte da molto tempo, in maniera semplice, comprensibile a tutti. Settimo, non rubare.
I gay? Se vogliono si sposino pure Ma niente figli
di Vittorio Feltri
(dal “Giornale”, 17 marzo 2012)
Non è successo niente, ma può succedere di tutto.La Cortedi Cassazione, do po aver emesso la storica senten za, secondo la quale le coppie gay devono godere della stessa digni tà e degli stessi diritti riservati a quelle etero, ha aperto una brec cia al matrimonio fra persone del lo stesso sesso, ma non è detto che il Parlamento italiano ne tenga conto. La breccia potrebbe resta re tale e non provocare l’abbatti mento del muro che separa i due mondi, quello omo e quello ap punto etero.
Intanto si è scatenata una pole mica furibonda, simile a quella su scitata anni fa dal tentativo – fallito – di introdurre i cosiddetti Pacs e i Dico allo scopo di disciplinare la materia. Insomma siamo di nuo vo allo scontro tra laici e cattolici. I primi auspicano una codificazio ne della sentenza della Cassazio ne, i secondi non vogliono nem meno prendere in considerazio ne l’idea. Dato che nell’attuale maggioranza sono presenti en trambe le categorie, sarà difficile trovare un compromesso soddi sfacente.
La battaglia infurierà qualche giorno, forse qualche mese, poi il problema – come è sempre avve nuto in passato – verrà accantona to e chi si è visto si è visto. La questione è deli cata, ma non è azzardato pensa re che a lungo andare l’ago della bilancia penda dalla parte di chi spinge per ufficializzare le unio ni di fatto, a prescindere dal l’aspetto sessuale. Questo non è un auspicio, ma un’ipotesi basa ta anche sulle direttive europee, tutte orientate a consentire noz ze vere e proprie fra gay. Senza contare che in vari Paesi della Ue il superamento della discriminazione è cosa fatta.
Si tratta forse di aspettare; pre sto o tardi anche l’Italia sarà co stretta ad adeguarsi. Ed è inutile alzare barricate contro Bruxel les perché si impiccia degli affa ri interni, compresi quelli etici, dei singoli Paesi europei. Già. L’Europa o la si accetta con tutte le sue norme, burocratiche e no, con la sua moneta unica (più cro ce che delizia), oppure la si re spinge epperò se ne esce subito conia consapevolezza delle con seguenze.
Entrando nel merito del matrimonio gay, vi sono argomenti va lidi per bocciarlo. Ma tutti legati a una visione antica della socie tà, quando questa era impostata secondo criteri che non hanno più riscontro nella realtà: l’esi genza di un contratto matrimo niale con tre protagonisti, l’uo mo, la donna (in grado di procreare) e lo Stato, che utilizzava i figli per la leva obbligatoria, men tre ora li spreme solamente a fi ni fiscali.
Le nozze omo adesso vengo no invocate per assicurare l’assi stenza, la reversibilità della pen sione, l’assegnazione di case po polari. È una faccenda di welfare. A ciò si può essere ostili o no. Parlo a titolo personalissimo e non con la pretesa di essere per suasivo: i gay desiderano sposar si? Prego, s’accomodino. Peg gio per loro.
P. S.: vogliono adottare bambi ni? Su questo punto manifesto forti perplessità. E ricordo che i figli sono conformisti. Farli cre scere in una famiglia con due pa pà e senza mamma, o con due mamme senza papà, non mi pa re li aiuti a sentirsi uguali agli al tri, come prediligono.