La Madrid di Hemingway

di Mary Hemingway
[da “La Fiera Letteraria”, numero 19, giovedì 11 maggio 1967]

Verso la fine del giugno del 1953, il nostro ami ­co veneziano Gianfranco e Adamo, l’autista, ci raggiunsero con una Lancia a Le Havre. Insieme ci dirigemmo verso Parigi, Angou- lème, e Hendaye, passando il confine spagnolo a Irun, come Jake, Bill e Robert Cohn in Fiesta. Come loro ci arrampicammo attraverso foreste di faggi, in mezzo a continue catene di montagne azzurre, brune e arse. Quindi discendemmo con ampi giri attraverso fitte fo ­reste che, più in basso, si aprivano in campi verdeg ­gianti e frutteti. Nel suo libro Ernest scrive: « La stra ­da si stendeva bianca e diritta davanti? noi… Traver ­sammo una vasta pianura, avendo alla nostra destra un gran fiume che luccicava tra i filari degli alberi; in lontananza si scorgeva l’altopiano di Pamplona elevantesi in mezzo alla pianura, e le mura della città e la grande cattedrale scura e il profilo frastagliato del ­le altre chiese ». A quel tempo la strada era sterrata e il grano maturo. Nel ’53 abbiamo trovato il fondo la ­stricato e dato che l’estate era stata piovosa, il grano ancora verde.

Nel diario di quel viaggio in data 6 luglio ho anno ­tato: « Ore 16.30. Non ci sono stanze libere a Pamplo ­na, ci siamo dovuti perciò allontanare dalla città di una ventina di miglia, fino al villaggio di Lecumberri dove sorge un nuovissimo albergo, l’Hotel Ayestaran. E’ un posto simpatico, con pavimenti di legno lucidi e senza tappeti, porte e letti di quercia intagliati, le cui molle si abbassano al centro come un’amaca. Non ci fa caldo. La temperatura, a finestra aperta, è di 64″ F. ».

Dopo i festeggiamenti del mattino seguente a Pam ­plona, tornammo a Lecumberri; nel mio diario è scrit ­to: « Ore 11.45.La Fiestadi San Firmino è comincia ­ta stamani alle 7 sotto felici auspici con l’encierro, la corsa dei giovani del luogo e dei tori dai recinti vicino alla stazione, attraverso le vecchie strade di Pamplona fino all’arena. Uno solo di questi giovani è stato incornato, senza gravi conseguenze.

«Ci siamo alzati alle 4.30 e ci siamo affrettati su per l’incantevole strada in un’alba iridescente, mentre l’eccitamento nella nostra macchina andava crescen ­do. Abbiamo raggiunto la piazza della città nel mo ­mento in cui la stavano innaffiando e abbiamo incon ­trato un vecchio amico di Papà, Juanito Quintana, che, come dice Papà, sa tutto sui tori e le corride. Abbiamo mandato giù un caffè e, dopo esserci legati dei fazzoletti rossi intorno al collo, ci siamo mesco ­lati alla folla che andava verso l’arena. Il nostro ami ­co inglese Rupert Bellville mi faceva da scudo. Io mi aggrappavo alla mano di Papà ed egli diceva a Ru ­pert di stare attento al portafoglio. Siamo arrivati al ­l’arena in tempo per vedere i giovani e i tori giunge ­re correndo e sbizzarrirsi un po’ prima che i buoi venissero spinti dentro per indurre i tori a rientrare nei recinti.

« Quando abbiamo lasciato l’arena, la folla si era calmata e Papà si è accorto che gli avevano rubato il suo bel portafoglio nuovo che io gli avevo appena comprato a New York.

« ”1 più esperti borsaioli di Spagna vengono a que ­sta Fiesta”, ha detto mortificato, “lavorano il primo giorno e poi lasciano la città”.

« Di quella mattinata ricordo i brillanti colori della folla nella vivida luce del giorno, soprattutto il ros ­so, e la gaiezza spontanea, sincera della gente ; i due ragazzi che abbiamo incontrato mentre camminavano con i giornali spiegati davanti al viso, un piede sul cordone del marciapiede, e l’altro sulla strada. E poi l’uomo che voleva darmi per forza un mazzetto di prezzemolo davanti al mercato, dicendo: ”Se dovete fare il pollo arrosto…”. E poi alla Taverna da Marcia- lano, dove ci siamo affrettati a entrare, quelle facce dai lineamenti duri sotto i baschi, che ricordano cer ­ti dipinti di Goya. E Gianfranco che si legava il faz ­zoletto rosso e che, in quella fortezza dell’anticomuni ­smo, cantava “Avanti il Populo”, mentre Papà mi in ­segnava la canzone che i ragazzi cantano dopo le fun ­zioni nella cattedrale l’ultimo giorno della Fiesta, ”Pobre de mi!” ».

Quella notte scrissi sul diario: « Sono arrivati tutti, Peter Viertel, Bob e Kathy Parrish, il famoso barito ­no, Lord Dudley e suo fratello, Eddie Ward con la bionda e statuaria consorte, Tommy Shevlin e Durie ed ora ci spostiamo in gruppo. Abbiamo pranzato in una confusione caotica e poi siamo andati nella Plaza de Castilla a veder suonare e danzare i suonatori di piffero, quindi all’arena dalle caratteristiche infer ­riate in ferro battuto e con i vivaci stendardi chesventolavano sul bordo e gli alti pioppi lombardi die ­tro di essi ».

Il giorno dopo scrissi: «Dopo l’encierro siamo an ­dati in giro per la città a comprar bibite e gingilli e poi sotto le antiche mura pompeiane alla fiera dei ca ­valli e dei muli presso il fiume, dove i contadini di Navarra tengono il mercato annuale del bestiame. Era bellissimo, con la luce del primo mattino che fil ­trava come una leggera pioggia verde attraverso le foglie dei platani sui lucidi dorsi bruni dei cavalli e sui neri capelli delle zingare che, nelle loro gonne colorate, si muovevano intorno alle pentole da cui emanava un buon odore d’aglio. I muli rumoreggia ­vano senza tregua, e i robusti cavallini di montagna si muovevano in circolo ; ma dopo il chiasso e l’ecci ­tamento dell’encierro, la fiera con il suo brusio sem ­brava un’oasi di tranquillità.

« Quella di oggi è stata una grande corrida, emo ­zionante, con dei tori veramente eccellenti che pro ­venivano dall’allevamento di Don Atanasio Fernandez di Salamanca e Antonio Ordonez, uno dei toreri. Questi è il figlio di Nino de La Palma, il torero di Fiesta, ed è stato così abile, bravo e armonioso nei movimenti da innalzare a vera poesia questo sport pericoloso ».

Il giorno dopo lasciammo la strada principale per andare verso la città di Sepulveda, sull’altopiano che si trova in mezzo alla pianura e c’imbattemmo in quel genere di spettacoli naturali che noi preferiamo. Il mio diario reca: « Dalla strada secondaria non asfal ­tata, abbiamo visto cornacchie, storni, rondini, molte cicogne e una quarantina di pernici che si sono alza ­te in volo da un campo di grano tagliato, e anche un falco e due stupendi piccioni blu-argento. Quindi ci siamo imbattuti in un lupacchiotto che si allontanava lentamente trotterellando, con gli orecchi aguzzi e la mandibola più grande in proporzione di quella di un cane.

« Papà ha parlato di Rafael Hernandez, l’esperto di corride nonché suo vecchio amico, che abbiamo in ­contrato a Pamplona. Di Madrid, posta sul suo alto, arido altopiano nel cuore della Spagna, Hernandez una volta ha detto: “L’unica cosa che manca a Ma ­drid è il mare”. Quando poi Ernest gli ha chiesto qua ­le fosse il suo sport invernale preferito, Hernandez ha risposto: ”La stufa” ».

Pranzammo nella graziosa cittadina di San Ildefonso con i suoi ampi viali ombrosi, i verdi parchi, i vecchi e impeccabili alberghi. In seguito in macchi ­na scrissi: « Siamo saliti su per la Sierra Guadarrana, una selvaggia regione di granito e di fitte foreste di pini e di querce con un intricato sottobosco che na ­sconde inaspettate cavità. Al disotto della strada, sul ­la destra, un limpido ruscello scorreva sotto un pon ­ticello di pietra. Era la foresta di Per chi suona la cam ­pana. Fra le cime degli alberi si intravvedevano le vette arse delle colline, dove Papà aveva fatto com ­battere il Sordo, e sul ponte abbiamo visto il punto in cui la dinamite aveva fatto saltare l’apice dell’arcata. Ernest ha mormorato: « Ora sono felice di vedere che è come l’ho descritto. Noi tenevamo le cime di tutte queste colline qui intorno », ha spiegato riferendosi alla guerra civile. «Essi si trovavano a tre quarti del percorso della strada sulla destra. In alcuni pun ­ti la distanza tra le due linee non raggiungeva i die ­ci metri ».

Il 16 luglio, dopo esserci sistemati all’Hotel Florida, uscimmo a piedi per Madrid, alla ricerca dei luo ­ghi che Ernest aveva frequentato, cercando di pene ­trare lo spirito della città. Il suo bar favorito, vicino alla Puerta del Sol non esisteva più, ma ebbe la con ­solazione di sapere che Chicote, nella Gran Via era ancora aperto. Guardammo il crepuscolo incupire al disopra delle belle facciate della Plaza Major, dalle eleganti proporzioni, con tutta la sua storia di sangue del tempo dell’inquisizione ; ma, a eccezione della Castellana, con i suoi verdi sentieri fioriti pensai che il fascino esteriore di Madrid non era, paragonabile a quello di Parigi, Venezia o Londra, e lo dissi. Ernest rispose: « E’ la migliore città del mondo », contrad ­dicendomi. Migliore in che senso? Più morale, più ca ­ritatevole, più bella? Qualcosa o qualcuno deve esse ­re intervenuto a deviare la risposta.

Il mattino seguente visitammo El Prado; e, men ­tre Ernest era tutto preso nella ricerca dei suoi anti ­chi amori, io cercai di assorbire tutta in una volta, la bellezza di quei dipinti â— Goya, E1 Greco, Hieronymus Bosh, Patinir e Velàsquez â— sopraffatta da quel tesoro di opere d’arte. Per scuoterci di dosso la pro ­fonda impressione provata, andammo a piedi fino alla verde piazzetta di Santa Anna, passando dietro il Palace Hotel e, in una oscura birreria,la Cervezeria Aleman, sorseggiammo assenzio e sgranocchiammo gamberetti bolliti. Da allora passammo un’ora al gior ­no al Prado e una volta compiemmo anche un pelle ­grinaggio alla piccola cappella di San Antonio della Florida, vicino alla stazione, dove Goya aveva affre ­scato la cupola e aveva dipinto sui cornicioni gli angeli più belli, più affascinanti e più sontuosamente vestiti di tutta la cristianità.

Gli allevatori di tori, gli impresari di corride, i to ­reri, i giornalisti facevano della Cervezeria Aleman il loro ritrovo, e qui incontrammo il famoso torero Domingo Ortega, ormai a riposo, l’impresario Domin-guin, padre di Luis Miguel Dominguin, allora il pri ­mo torero di Spagna. Incontrammo John Marks, cor ­rispondente a Madrid del Times di Londra, e Hud ­son Smith che aveva un impiego governativo. Ambe ­due erano degli « aficionados », e ci invitarono a pran ­zo per il compleanno di Ernest il 21 luglio.

Di tutti i compleanni di Ernest (che noi a casa, a Cuba, festeggiavamo sontuosamente, con montagne di regali, canti, danze, champagne e pranzi che du ­ravano tutto il pomeriggio, e, a volte, con il tiro alla poiana come finale) quello che festeggiammo a Ma ­drid fu il più modesto. Mentre facevamo colazione nella nostra stanza egli aprì i pochi doni, dicendo con voce piana: « Non ho bisogno di regali. Madrid è già un grande regalo ».

Con Marks e Smith andammo in un caffè all’aper ­to nel parco di fronte al Palazzo Reale e pranzammo all’ombra di un albero. La conversazione corse libe ­ramente dalle 3 fino alle 6. Ernest ordinò dei carcio ­fi all’olio e una insalata di pomodori e cetrioli e for ­maggio.

« Era buono? », gli chiesi mentre tornavamo all’al ­bergo.
« No ».

Il giorno dopo nell’attraversare un quartiere po ­vero della periferia di Madrid diretti a Valencia, Er ­nest ricordò che il brillante e famoso torero di alcu ­ni anni prima, Augustine Garcia Malia, era nato là e che quella era una zona dove, durante la guerra ci ­vile, ambedue le parti si erano massacrate: « La car ­neficina fu limitata solo per mancanza di proiettili », disse. E io per la ennesima volta pensai come fosse utile viaggiare con una enciclopedia parlante.

Figlia di un commerciante del Minnesota, Mary Welsh fu corrispondente di guerra. Conobbe Heming ­way a Londra nel 1944; si sposarono due anni dopo, l’11 aprile 1946.

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