I libri in ordine sparso

di Alberto Arbasino
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 13 marzo 1970]

Gli scaffali sono sistemati: seri, paralleli, equidistanti; sen ­za dislivelli spiritosi né capric ­ciose alternanze di « pieni » e di « vuoti »; fissati con tasselli e montanti che reggano qua ­lunque carico. Qui non entrerà mai né la radiolina né il vaso; né la bottiglia, né la statuetta, né la scemenzina folk. Soltanto i libri. E loro (gran brutto momento!) stanno lì, per ter ­ra, a mucchi, a centinaia: ca ­taste di vecchi acquisti e regali recenti, ammassi di aspirazioni e dimenticanze e baratti e polvere, risultato di consultazioni della Guida Einaudi alla for ­mazione di una biblioteca pub ­blica e privata, e di scelte per ­plesse: quale sarà il Leopardi più completo? e l’Ariosto meno costoso? e il Dickens « giusto »? e il Dostojevskij meglio tra ­dotto?
Ma come sistemarli, adesso?

Nelle case più chic non si pone il dubbio. Alla parete, una fila di Plèiade, poi una fila di Classici Ricciardi â— tutti senza sopracoperta â— e sotto un va ­riopinto bric-à-brac di bestsellers in quattro lingue, cambia ­ti ogni giorno, come i fiori nei vasi. Sui tavolini bassi, larghi album pesanti d’impeccabili fo ­tografie (i meravigliosi arreda ­menti, le favolose rovine, i giar ­dini più leggendari) con sopra qualche segno di bicchieri e di tazze.

Nelle case più intellettuali, domina generalmente una divi ­sione funzionale, per materie: il settore delle scienze umane, quello della storia, la pamphlettistica politica recente, le ope ­re complete del padrone di ca ­sa (con le eventuali traduzioni), l’evoluzione del fumetto dalle origini ai nostri giorni.

Nei corridoi dei letterati « pu ­ri », fra le scatole dei ritagli d’articoli e i disegni degli amici pittori, si accumulano invece le polemiche del ’12 e gli elzeviri del ’23, la prosa artistica del ’35 e la narrativa poetica del ‘46, tante antologie, tante sele ­zioni, e le prime edizioni con dedica dei saggisti già morti da decenni, e le plaquettes dei lirici sconfitti ai premi delle villeggiature termali…

E negli scaffali dei giovani, gli immutabili classici del mar ­xismo ottocentesco accanto ai testi di guerriglia rapidamente « consumati » e sostituiti in ogni stagione… Nei tinelli borghesi, i romanzi primaverili « così ben scritti » che fanno sognare la gentil signora « come una vol ­ta », tra i fascicoli su Degas e su Toulouse-Lautrec… Sui co ­modini degli ordinari, l’erotica ferroviaria più sbrigativa e più « nera » (o almeno grigio-scura), insieme ai dischetti underground ribaldamente dialet ­tali che si comprano su una cassetta nei mercatini periferi ­ci … Sotto il paralume della ragazzina, il suo primo Cesare Pavese con l’ultimo Massimo Ranieri infilato tra le pagine… In talune ville romane di stars, perfino l’Opera Omnia del ge ­nerale Perí³n, in 42 volumi e con dedica.

E noi? Adotteremo subito l’or ­dine alfabetico, senza esitare, come nelle biblioteche pubbli ­che! Finché i libri non sono troppi, rimane il solo criterio che permette di trovare un vo ­lume immediatamente, senza perder tempo, e di allestire una parete tutt’altro che spiacevole, continuamente mossa dai nuovi arrivi. Però, quando la biblio ­teca domestica si accresce, può diventare scomodo salire ogni volta su una scaletta per rag ­giungere gli autori che comin ­ciano per A e B e C… Del re ­sto, i libri d’arte già dall’inizio reclamano una collocazione se ­parata, con le loro dimensioni troppo voluminose per uno scaffale medio. Allora comin ­ciano le divisioni, e i problemi.

La prima tentazione che si presenta, è sempre quella della divisione per argomenti : qui tutta la narrativa, lì tutta la sociologia, là tutta la linguisti ­ca… Però ci si avvede presto che i limiti fra « letteratura » e « scienze umane » risultano, in realtà, vaghissimi, dal mo ­mento che la saggistica conti ­nua a collegare i due « campi » con abbondanti nessi e caratte ­ri spesso inafferrabili… Per esempio, in quali categorie si collocherebbero i saggi critici di T. S. Eliot e di Hermann Broch, di E. M. Forster e di Thomas Mann? E i saggi let ­terari di Edmund Wilson e di Viktor Sklovskij, non sono più prossimi a Proust e a Stendhal che non allo strutturalismo?

Dove va il Diario di Gide? E l’accompagna, l’autobiografia di Wagner? E il carteggio fra Ri ­chard Strauss e Hugo von Hofmannsthal, si affiancherà allo spartito della Carmen, o alle

Elegie Duinesi di Rilke? Ma al ­lora, gli scritti wagneriani di Nietzsche, andranno con Bizet, andranno con Rilke, o andran ­no con Hegel e con Lukàcs? E gli scritti wagneriani di Adorno, che strada prenderanno?

Quasi ogni libro solleva un suo problema, nella divisione per materie. Perché Tristi Tro ­pici di Lévi-Strauss deve anda ­re nella Scienza, e i Borboni di Napoli di Harold Acton (o gli Eminenti Vittoriani di Lytton Strachey) devono andare nella Storia, quando apparten ­gono di diritto alla miglior Let ­teratura? E i saggi politici di George Orwell? E le recensio ­ni cinematografiche di James Agee? E i viaggi africani di Michel Leiris? E la critica tea ­trale di Max Beerbohm e di Paul Léautaud? (A proposito, apparterranno veramente allo « spettacolo », con Sofocle e con Niccodemi, anche le commedie nate-morte dei romanzieri, e le tragedie irrappresentabili dei poeti?). Ma allora, un saggio sociologico-psicanalitico sulle ar ­ti figurative, molto ben scritto, va con Freud o con Max We ­ber? con Baudelaire, o con Va ­sari? E in quanto al Rinasci ­mento, il diverso impianto sti ­listico legittima un diverso trat ­tamento per Jakob Burckhardt e per Walter Pater? E final ­mente, gli anti-romanzi, stanno coi romanzi, o no?

Così, adotteremo piuttosto una divisione per nazionalità, senza distinzione di specialità. Tutti i francesi… Tutti gli in ­glesi… Tutti i tedeschi… Tutti i russi… Basterà respingere nu ­merose tentazioni di suddivisio ­ne: per esempio, nell’ambito di ogni singola nazione, le suddi ­visioni fra i classici e i moder ­ni, fra i testi originali e le traduzioni, fra i libri rilegati e i paperbacks, fra le opere let ­terarie e quelle scientifiche, fra le « collane » più rinomate e i volumi isolati, di formato ma ­gari insolito. Dunque, la Plèiade si mescolerà ai libretti de poche, e Stendhal càpita fra Jacques Soustelle (La vita quotidiana degli Aztechi) ed Eugenio Sue (I misteri di Parigi). In questa soluzione, gl’inconvenienti sem ­brano scarsi, finora. Uno riguar ­da le letterature minori: baltici e slavi e cecoslovacchi finiscono insieme, con un po’ di promi ­scuità allucinante fra Ibsen e Gombrowicz e Kierkegaard e « Circolo di Praga ». L’altro è un’incertezza di collocazione per gli studiosi mitteleuropei (come Auerbach e Gombrich e Wellek e Hauser e Szasz) che sono emi ­grati nel Trenta e hanno poi sempre scritto in inglese. An ­che Marcuse, in fondo…

E gli italiani? La questione si fa essenzialmente scolastica. Semplicemente, inevitabilmen ­te: qui i Classici (fino al D’An ­nunzio, incluso), accanto a tut ­ti i Latini, e a tutti i Greci. E lì, i Contemporanei. Però ora sorge un ultimo dubbio, vi ­vissimo: dove collocare, oggi, qui o li, Svevo e Pirandello, Gramsci e Croce, e magari Saba e Pancrazi, e… e… »

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