di Alberto Bevilacqua
[dal “Corriere della Sera”, martedì 3 marzo 1970]

Che può aspettarsi, moral ­mente e civilmente, una socie ­tà come la nostra che, pur assetata di scandalo, ha per ­duto ogni potere di scanda ­lizzarsi? Di fronte a certi fat ­ti, ormai non restano che la curiosità e un bisogno esaspe ­rato di identificazione o di ali ­bi attraverso le brutture mes ­se pubblicamente in mostra dagli altri. Facciamo un esem ­pio. Il caso dei mancati omi ­cidi di Parma, con cui le cro ­nache continuano a colmare i loro spazi, dimostra due co ­se: primo, che lo scandalo non ha più bisogno di vittime ve ­re e proprie, da seppellire me ­taforicamente o manualmen ­te, né di estreme conseguen ­ze (il caso Nigrisoli appartie ­ne ad una preistoria ingenua, retorica, patetica), bastando l’ipotesi, il fumus, insomma quel tanto di convenzionale provocazione che permette al ­la nostra fantasia di mettersi in moto e di macchinare; se ­condo, che nulla può stupirci. Entro i limiti dello scandalo, tutto ci appare digeribile, ed è sorta una specie di conven ­zione, tra il pubblico spetta ­tore (non più giudicante), se ­condo la quale chi si meravi ­glia è un inibito o uno scioc ­co. Un presunto sicario, pur in odore di autentica mala ­vita, propone una polverosa mongolfiera, e magari la ru ­ba ad un museo, per dardeg ­giare dall’alto dei cieli le spalle di una moglie di trop ­po? Beh, che c’è di strano? Assurto lo scandalo al ruolo di spettacolo, anche la mon ­golfiera rientra nelle regole di una fantasiosa regìa.

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Nemmeno la più magica delle perversioni potrebbe pro ­vocare sgomento in quella coscienza da mass-media che, creandosi uno scandalo di consumo, vi affonda gli sba ­digli mentali del tempo libe ­ro e instaura con lo scanda ­lo               stesso, non più un rappor ­to di moralità (valutativo), ma di sfruttamento egoistico (quantitativo): entra in gio ­co, perciò, una specie di fa ­me o sete di stupefazione, a livello istintivo come tutti gli appetiti prima di essere dia ­grammati razionalmente, ed è logico che â— divenendo sco ­po ultimo l’étonnement fisiologico-spettacolare â— la pro ­gressione di una fenomeno ­logia mostruosa rappresenti l’ideale. Certo, una società che si raffigura lo scandalo non come eccezione ma qua ­si come bisogno, intendendo ­lo falsamente come una pro ­va di libertà e di modernità di spiriti, costituisce un in ­ganno ottico e una deforma ­zione del vero.

Ma per capire quanto que ­sto inganno e questa defor ­mazione siano forti, basta pensare che molti illustri au ­tori contemporanei, registi so ­prattutto, vi sono caduti vit ­time, e hanno interpretato l’inganno ottico credendo di interpretare la società. Essi non si sono resi conto, tra l’altro, che la fantasia del mass-media si è creata una tale capacità di corruzione vi ­siva, e un tale potere di figurazione scandalistica, che an ­che il più ardito degli spet ­tacoli (cinematografici, tea ­trali) rischia di rimanere ina ­deguato, privo di una carica socialmente rivoluzionaria e tellurica. Va detto anche che, fino a ieri, lo scandalo era all’origine una manifestazione patologica d’élite: aristocrati ­ca (anche a livello di potere costituito) o alto-borghese. In quanto tale, esso calamitava l’attenzione della massa sud ­dita che vi vedeva una pro ­va di corruttela capace di smi ­tizzare la classe dominante, proprio coinvolgendola in pas ­sioni volgari e in comuni drammi, fino ad umanizzarla, sia pure paradossalmente.

Ma la recente stampa scan ­dalistica, con le sue prolifera ­zioni nel tessuto familiare del nostro Paese, ha svolto al ri ­guardo una feroce opera di pianificazione.

Se un tempo i fatti abnor ­mi dell’élite erano scandalo, mentre quelli delle classi in ­feriori erano tout court bas ­sa cronaca nera, e rientrava ­no nella spicciola patologia da manicomio o da galera, oggi lo scandalo ha raggiun ­to le sue uguaglianze socia ­li: nelle pagine dei settima ­nali le cui copertine non si privano mai di maternità bie ­che e dannatamente illecite come di amori da codice penale, l’anonimo impiegato ha gli stessi identici diritti del supernobile, qualora il suo apporto scandalistico si riveli ricco di fantasiosi succhi e soprattutto di possibilità di sviluppo.

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Di fronte a tutto ciò, le no ­stre leggi sulla morale, codi ­ficate e non, sono rimaste in ­dietro in una misura preoccu ­pante, e a volte ridicola. Se alcuni efebi apparissero nudi o avviluppati in complesse esi ­bizioni erotiche sui nostri pal ­coscenici, le camionette arri ­verebbero a sirene spiegate. A poche ore d’aereo, tuttavia, il nostro stesso pubblico può as ­sistere, con la massima tran ­quillità, a ciò che avviene sui palcoscenici francesi, inglesi, americani; e chi ha modo di vederli a simili spettacoli, si rende conto che gli italiani sono alla fine più ironici e indifferenti. Forse i meno pro ­vinciali, certo i meno affetti da voyerismo. Anche le leggi, dunque, insistono a valutare lo scandalo avendone una con ­cezione arcaica e statica; e non è che l’inadeguatezza delle leggi scritte sia più pericolosa del luogo comune e del pregiudizio. Vale ritornare alla domanda d’inizio. Che può accadere ad una società che ha perduto il potere di scan ­dalizzarsi?

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Rispondo con alcuni ap ­punti del mio diario di viag ­gio. Sono annotazioni fatte a Los Angeles, qualche giorno fa. Le rileggo: « Le cronache dei nuovi omicidi provocati dalla droga, con altri giovani scatenati in una follia imita ­tiva del massacro Polanski, provocano qui in California un senso d’interrogazione e di stupore. Come se fosse im ­possibile considerarli autenti ­ci nel clima newyorkese, e più che impossibile assurdo. Perché là assurdo e qui il contrario? La spiegazione sta, direi visivamente, in due spet ­tacoli contrapposti. Da un la ­to abbiamo gli hippies: con la loro immobilità che tende alla visione sacrale e risul ­ta iconograficamente enfatica, contro i muri di Sunset Strip con il loro dondolìo-intontimento da droga, che è falsa ­mente insolente e falsamente isolato dal contesto, perché in realtà la tensione di questi ra ­gazzi non cessa un istante dal ­l’essere dimostrativa contro le strutture da carro armato di questa città e della sua vita, e i simboli hippy si sbandie ­rano come il patetico gesto dei vecchi galeotti quando si aprivano la camicia sugli or ­ridi tatuaggi riportati in fa ­miglia dai bagni penali.

«Dall’altro lato, abbiamo la città, imponente e apatica, che oppone alle sigarette drogate e agli aghi lasciati a far sup ­purazione intorno alle vene, l’Old Fashioned, lo Screw Driwer, i Drugstores, gli spazi assopiti ed eccessivi di Bever ­ly Hills, le vecchie magnifi ­cenze di Fremont. Ebbene, il rapporto tra questi due spet ­tacoli è un rapporto di scan ­dalo. Gli hippies si sono il ­lusi di poter scandalizzare la città (la società topografica ­mente visualizzata), e di strapparla alla sua macropsìa alla sua abnorme visione di un benessere pianificato fino alla mania. Ma la città si è rivelata granitica, con poteri percettivi totalmente distolti dallo scandalo, tutta tesa nel togliere ansia al proprio risto ­ro fisico ed economico. Nulla si è scomposto. E allora da questa tensione allo scandalo inibita dal nulla, che nei gio ­vani si atteggiava anche a pa ­radossale bisogno di provoca ­zione filiale, è nata la neces ­sità del delitto. Illudendosi, al fondo, di restaurare le capa ­cità pubbliche di scandalo co ­me valvola di sicurezza.

«E’ solamente un’ipotesi, ma che qui fanno in molti. Cioè il   delitto da assassino contro il delitto di cremazione mora ­le dell’individuo. Un ritorno alle origini, anche se orrendo e patetico nei deserti di ce ­mento di città come Los An ­geles. E valutare qui, con il metro di questi deserti, gli scandali all’italiana, sembra di uscire dalla realtà. Rive ­do la mia città, Parma, in giorni in cui è facile imma ­ginare i protagonisti dei mil ­le e uno omicidi mancati, dei sicari con la miccia del co ­raggio troppo corta e che si scottano subito le dita: imma ­ginarli nelle loro apparizioni pubbliche, tranquilli all’appa ­renza e, ancor più che sere ­ni, felici di una comunione ri ­trovata. Passeggiare a lungo così, sotto gli occhi della gen ­te, come se nulla stesse acca ­dendo, e poi magari ritorna ­re a casa con un bisogno pue ­rile di piangere.

«Nei nostri luoghi dello scan ­dalo c’è sempre e comunque un pianto che scoppia, un gri ­do che lacera l’aria, sia pure per un attimo. Subito sepolti da un silenzio da batticuore… Non so perché il pensiero mi si fissa su simili confronti di suono drammatico. Forse per ­ché sono giorni che mi aggi ­ro per Los Angeles, anche nei posti più desolati e dolorosi, istintivamente cercando ciò che ho detto: un pianto che scoppi, un grido che duri an ­che un solo secondo, una qua ­lunque spia della sofferenza umana. E invece nulla. A ri ­fletterci, dà la vertigine. An ­che le teste dei bambini più piccoli, a migliaia, sembrano blocchi di pietra. Ma più al ­lucinante ancora è il silenzio dei prati e degli alberi: sono arrivato a spezzare un ramo, da un albero solitario su di una vallata, per udirne lo schianto e per sentirmelo umano ».

Sembra che non ab ­bia nulla a che vedere con il tema, questa ricerca ossessi ­va di un pianto e di un gri ­do impossibili nell’aria degli uomini, ma non è così.

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