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LETTERATURA: I MAESTRI: Lo scandalo

17 Settembre 2012

di Alberto Bevilacqua
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, marted√¨ 3 marzo 1970]

Che pu√≤ aspettarsi, moral ¬≠mente e civilmente, una socie ¬≠t√† come la nostra che, pur assetata di scandalo, ha per ¬≠duto ogni potere di scanda ¬≠lizzarsi? Di fronte a certi fat ¬≠ti, ormai non restano che la curiosit√† e un bisogno esaspe ¬≠rato di identificazione o di ali ¬≠bi attraverso le brutture mes ¬≠se pubblicamente in mostra dagli altri. Facciamo un esem ¬≠pio. Il caso dei mancati omi ¬≠cidi di Parma, con cui le cro ¬≠nache continuano a colmare i loro spazi, dimostra due co ¬≠se: primo, che lo scandalo non ha pi√Ļ bisogno di vittime ve ¬≠re e proprie, da seppellire me ¬≠taforicamente o manualmen ¬≠te, n√© di estreme conseguen ¬≠ze (il caso Nigrisoli appartie ¬≠ne ad una preistoria ingenua, retorica, patetica), bastando l’ipotesi, il fumus, insomma quel tanto di convenzionale provocazione che permette al ¬≠la nostra fantasia di mettersi in moto e di macchinare; se ¬≠condo, che nulla pu√≤ stupirci. Entro i limiti dello scandalo, tutto ci appare digeribile, ed √® sorta una specie di conven ¬≠zione, tra il pubblico spetta ¬≠tore (non pi√Ļ giudicante), se ¬≠condo la quale chi si meravi ¬≠glia √® un inibito o uno scioc ¬≠co. Un presunto sicario, pur in odore di autentica mala ¬≠vita, propone una polverosa mongolfiera, e magari la ru ¬≠ba ad un museo, per dardeg ¬≠giare dall’alto dei cieli le spalle di una moglie di trop ¬≠po? Beh, che c’√® di strano? Assurto lo scandalo al ruolo di spettacolo, anche la mon ¬≠golfiera rientra nelle regole di una fantasiosa reg√¨a.

*

Nemmeno la pi√Ļ magica delle perversioni potrebbe pro ¬≠vocare sgomento in quella coscienza da mass-media che, creandosi uno scandalo di consumo, vi affonda gli sba ¬≠digli mentali del tempo libe ¬≠ro e instaura con lo scanda ¬≠lo ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† stesso, non pi√Ļ un rappor ¬≠to di moralit√† (valutativo), ma di sfruttamento egoistico (quantitativo): entra in gio ¬≠co, perci√≤, una specie di fa ¬≠me o sete di stupefazione, a livello istintivo come tutti gli appetiti prima di essere dia ¬≠grammati razionalmente, ed √® logico che √Ę‚ÄĒ divenendo sco ¬≠po ultimo l’√©tonnement fisiologico-spettacolare √Ę‚ÄĒ la pro ¬≠gressione di una fenomeno ¬≠logia mostruosa rappresenti l’ideale. Certo, una societ√† che si raffigura lo scandalo non come eccezione ma qua ¬≠si come bisogno, intendendo ¬≠lo falsamente come una pro ¬≠va di libert√† e di modernit√† di spiriti, costituisce un in ¬≠ganno ottico e una deforma ¬≠zione del vero.

Ma per capire quanto que ¬≠sto inganno e questa defor ¬≠mazione siano forti, basta pensare che molti illustri au ¬≠tori contemporanei, registi so ¬≠prattutto, vi sono caduti vit ¬≠time, e hanno interpretato l’inganno ottico credendo di interpretare la societ√†. Essi non si sono resi conto, tra l’altro, che la fantasia del mass-media si √® creata una tale capacit√† di corruzione vi ¬≠siva, e un tale potere di figurazione scandalistica, che an ¬≠che il pi√Ļ ardito degli spet ¬≠tacoli (cinematografici, tea ¬≠trali) rischia di rimanere ina ¬≠deguato, privo di una carica socialmente rivoluzionaria e tellurica. Va detto anche che, fino a ieri, lo scandalo era all’origine una manifestazione patologica d’√©lite: aristocrati ¬≠ca (anche a livello di potere costituito) o alto-borghese. In quanto tale, esso calamitava l’attenzione della massa sud ¬≠dita che vi vedeva una pro ¬≠va di corruttela capace di smi ¬≠tizzare la classe dominante, proprio coinvolgendola in pas ¬≠sioni volgari e in comuni drammi, fino ad umanizzarla, sia pure paradossalmente.

Ma la recente stampa scan ­dalistica, con le sue prolifera ­zioni nel tessuto familiare del nostro Paese, ha svolto al ri ­guardo una feroce opera di pianificazione.

Se un tempo i fatti abnor ¬≠mi dell’√©lite erano scandalo, mentre quelli delle classi in ¬≠feriori erano tout court bas ¬≠sa cronaca nera, e rientrava ¬≠no nella spicciola patologia da manicomio o da galera, oggi lo scandalo ha raggiun ¬≠to le sue uguaglianze socia ¬≠li: nelle pagine dei settima ¬≠nali le cui copertine non si privano mai di maternit√† bie ¬≠che e dannatamente illecite come di amori da codice penale, l’anonimo impiegato ha gli stessi identici diritti del supernobile, qualora il suo apporto scandalistico si riveli ricco di fantasiosi succhi e soprattutto di possibilit√† di sviluppo.

*

Di fronte a tutto ci√≤, le no ¬≠stre leggi sulla morale, codi ¬≠ficate e non, sono rimaste in ¬≠dietro in una misura preoccu ¬≠pante, e a volte ridicola. Se alcuni efebi apparissero nudi o avviluppati in complesse esi ¬≠bizioni erotiche sui nostri pal ¬≠coscenici, le camionette arri ¬≠verebbero a sirene spiegate. A poche ore d’aereo, tuttavia, il nostro stesso pubblico pu√≤ as ¬≠sistere, con la massima tran ¬≠quillit√†, a ci√≤ che avviene sui palcoscenici francesi, inglesi, americani; e chi ha modo di vederli a simili spettacoli, si rende conto che gli italiani sono alla fine pi√Ļ ironici e indifferenti. Forse i meno pro ¬≠vinciali, certo i meno affetti da voyerismo. Anche le leggi, dunque, insistono a valutare lo scandalo avendone una con ¬≠cezione arcaica e statica; e non √® che l’inadeguatezza delle leggi scritte sia pi√Ļ pericolosa del luogo comune e del pregiudizio. Vale ritornare alla domanda d’inizio. Che pu√≤ accadere ad una societ√† che ha perduto il potere di scan ¬≠dalizzarsi?

*

Rispondo con alcuni ap ¬≠punti del mio diario di viag ¬≠gio. Sono annotazioni fatte a Los Angeles, qualche giorno fa. Le rileggo: ¬ę Le cronache dei nuovi omicidi provocati dalla droga, con altri giovani scatenati in una follia imita ¬≠tiva del massacro Polanski, provocano qui in California un senso d’interrogazione e di stupore. Come se fosse im ¬≠possibile considerarli autenti ¬≠ci nel clima newyorkese, e pi√Ļ che impossibile assurdo. Perch√© l√† assurdo e qui il contrario? La spiegazione sta, direi visivamente, in due spet ¬≠tacoli contrapposti. Da un la ¬≠to abbiamo gli hippies: con la loro immobilit√† che tende alla visione sacrale e risul ¬≠ta iconograficamente enfatica, contro i muri di Sunset Strip con il loro dondol√¨o-intontimento da droga, che √® falsa ¬≠mente insolente e falsamente isolato dal contesto, perch√© in realt√† la tensione di questi ra ¬≠gazzi non cessa un istante dal ¬≠l’essere dimostrativa contro le strutture da carro armato di questa citt√† e della sua vita, e i simboli hippy si sbandie ¬≠rano come il patetico gesto dei vecchi galeotti quando si aprivano la camicia sugli or ¬≠ridi tatuaggi riportati in fa ¬≠miglia dai bagni penali.

¬ęDall’altro lato, abbiamo la citt√†, imponente e apatica, che oppone alle sigarette drogate e agli aghi lasciati a far sup ¬≠purazione intorno alle vene, l’Old Fashioned, lo Screw Driwer, i Drugstores, gli spazi assopiti ed eccessivi di Bever ¬≠ly Hills, le vecchie magnifi ¬≠cenze di Fremont. Ebbene, il rapporto tra questi due spet ¬≠tacoli √® un rapporto di scan ¬≠dalo. Gli hippies si sono il ¬≠lusi di poter scandalizzare la citt√† (la societ√† topografica ¬≠mente visualizzata), e di strapparla alla sua macrops√¨a alla sua abnorme visione di un benessere pianificato fino alla mania. Ma la citt√† si √® rivelata granitica, con poteri percettivi totalmente distolti dallo scandalo, tutta tesa nel togliere ansia al proprio risto ¬≠ro fisico ed economico. Nulla si √® scomposto. E allora da questa tensione allo scandalo inibita dal nulla, che nei gio ¬≠vani si atteggiava anche a pa ¬≠radossale bisogno di provoca ¬≠zione filiale, √® nata la neces ¬≠sit√† del delitto. Illudendosi, al fondo, di restaurare le capa ¬≠cit√† pubbliche di scandalo co ¬≠me valvola di sicurezza.

¬ęE’ solamente un’ipotesi, ma che qui fanno in molti. Cio√® il ¬† delitto da assassino contro il delitto di cremazione mora ¬≠le dell’individuo. Un ritorno alle origini, anche se orrendo e patetico nei deserti di ce ¬≠mento di citt√† come Los An ¬≠geles. E valutare qui, con il metro di questi deserti, gli scandali all’italiana, sembra di uscire dalla realt√†. Rive ¬≠do la mia citt√†, Parma, in giorni in cui √® facile imma ¬≠ginare i protagonisti dei mil ¬≠le e uno omicidi mancati, dei sicari con la miccia del co ¬≠raggio troppo corta e che si scottano subito le dita: imma ¬≠ginarli nelle loro apparizioni pubbliche, tranquilli all’appa ¬≠renza e, ancor pi√Ļ che sere ¬≠ni, felici di una comunione ri ¬≠trovata. Passeggiare a lungo cos√¨, sotto gli occhi della gen ¬≠te, come se nulla stesse acca ¬≠dendo, e poi magari ritorna ¬≠re a casa con un bisogno pue ¬≠rile di piangere.

¬ęNei nostri luoghi dello scan ¬≠dalo c’√® sempre e comunque un pianto che scoppia, un gri ¬≠do che lacera l’aria, sia pure per un attimo. Subito sepolti da un silenzio da batticuore… Non so perch√© il pensiero mi si fissa su simili confronti di suono drammatico. Forse per ¬≠ch√© sono giorni che mi aggi ¬≠ro per Los Angeles, anche nei posti pi√Ļ desolati e dolorosi, istintivamente cercando ci√≤ che ho detto: un pianto che scoppi, un grido che duri an ¬≠che un solo secondo, una qua ¬≠lunque spia della sofferenza umana. E invece nulla. A ri ¬≠fletterci, d√† la vertigine. An ¬≠che le teste dei bambini pi√Ļ piccoli, a migliaia, sembrano blocchi di pietra. Ma pi√Ļ al ¬≠lucinante ancora √® il silenzio dei prati e degli alberi: sono arrivato a spezzare un ramo, da un albero solitario su di una vallata, per udirne lo schianto e per sentirmelo umano ¬Ľ.

Sembra che non ab ¬≠bia nulla a che vedere con il tema, questa ricerca ossessi ¬≠va di un pianto e di un gri ¬≠do impossibili nell’aria degli uomini, ma non √® cos√¨.


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ÔĽŅ

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Bart