di Marisa Cecchetti
(dal “Corriere Nazionale”
Lo hanno conosciuto molto da vicino e ognuno di loro, Paolo di Paolo, Dacia Maraini, Romana Petri, Ugo Riccarelli, ne ha un ricordo speciale nelle pagine di “Una giornata con Tabucchi” (ed. Cavallo di Ferro), arricchita da un’intervista di Carlos Gumpert allo scrittore. La sua dimensione europea è avvicinata al regolare ritorno al paese natale, Vecchiano, vicino alla foce del Serchio. Proprio a Vecchiano chiamava gli amici con cui condivideva volentieri la tavola e le letture. La sigaretta sempre in mano, i post it vicini – aveva l’amore delle citazioni e voleva un veloce accesso alle pagine – uomo dai lunghi silenzi e dalle fughe nei vari altrove, imprevedibile, sempre pronto ad inventare un programma nuovo, calato pienamente nella vita. Eppure il senso dello scorrere veloce del tempo è trasversale nei suoi libri, torna ossessivo nei titoli, la presenza della morte è una costante: «Le tenebre insonni dei suoi racconti si trasformano facilmente in città misteriose, abitate da morti inquieti e vivi in cerca di pace ». Ma non manca la luce di Lisbona. Uno scrittore che ha accusato il mondo “avido, stupido e volgare”, dove il Male dilaga in modo “compatto” e contro al quale non ha potuto far altro che puntare il dito. Importante la sua riflessione sul postmodernismo e sulle avanguardie storiche, quest’ultime – dice – «che pretendevano di spiegare il mondo » nella illusione di «trasformarlo e farlo assomigliare a loro »; teso alla ricerca ontologica, al perché e allo scopo dell’esistere lo scrittore postmoderno, consapevole, come lui afferma , che «la vita non è in ordine alfabetico » ma «appare un po’ qua e un po’ qua e un po’ là come meglio crede, sono briciole, il problema è raccoglierle dopo ».