The Monk. Orrori gotici rinfrescati da Artaud

di Gabriele Baldini
[da “La fiera letteraria”, numero 44, giovedì, 2 novembre 1967]

MATTHEW GREGORY LEWS
Monk
Introduzione e riduzione di Antonin Artaud
Bompiani, 334 pagine, lire 1300

Non c’è ragione che nelle cronache dei libri nuovi si dia conto solo delle novità. Visto che l’ultima edizione in italiano è uscita appena qualche me ­se fa, non mi farò scrupolo di consi ­gliare la lettura d’un libro scritto ben ­sì or sono quasi due secoli e sconsi ­gliato dai manuali di storia letteraria: The Monk (Il monaco) di Matthew Gregory Lews. In inglese, in paper ­back, per pochi scellini, una copia del libro si può trovare, per chi cerchi bene, anche a Cortina, a Portofino, a Riccione e a Taormina, oltre che dai giornalai, dai tabacchi, dai farmacisti « all’americana », e anche dai rivendi ­tori comuni di ciabatte di gomma e di olii per abbronzare la pelle, com’è ora d’uso.

In italiano, ce n’è una traduzione « integrale » nient’affatto esaurita e con una stimolante prefazione di Leslie Fiedler, pubblicata da Longanesi nel ’63, e ce n’è una « tagliata » pub ­blicata da Bompiani in questo nostro ’67, all’insegna della modernissima col ­lezione de « Il pesanervi ». E chi viag ­gia le biblioteche troverà traduzioni italiane anche degli ultimi del ‘700, riprese da adattamenti francesi, e di lettura â— per chi abbia gusto almeno alla pagina del Padre Bresciani, di Carlo Dossi e di Carlo Emilio Gadda infinitamente più dilettosa.

Il Monk, dunque, anche per l’Ita ­lia, non è una scoperta delle ultime settimane, o leve letterarie, per senti ­re la consistenza dei nervi. Si tratta, difatto, del campione letterariamen ­te più illustre del genere cosiddetto « gotico » o « nero » » che fiorì in Inghilterra alla fine del ‘700 e cui ap ­partengono il Castello di Otranto di Horace Walpole â— si trova nel cata ­logo della BUR, a cento lire. â— I misteri di Udolpho di Mrs. Radeliffe, Il vecchio barone inglese di Clara Reeve e il Frankenstein di Mary Shelley, opere tutte intese a risveglia ­re e come chi dicesse a cullare nel lettore, nel modo più morboso e ad ­dirittura infantilmente mammone, il gusto del brivido, della suspense, del ­l’orrore.

Nei romanzi « gotici », così, e nel Monk in particolare, sono presenti in modo massiccio tutti i crismi essen ­ziali al romanzo moderno: la stupe ­fatta gelida ingenuità del fumetto, l’improbabilità della tecnica sperimen ­tale, l’indifferenza verso i problemi morali, il disimpegno, il largo impie ­go di elementi figurativi, e più che mai provocatorio anche oggi, ma ad ­dirittura temerario, se non delittuoso, per l’epoca in cui fu scritto â— Lewis dovette censurare se stesso nella se ­conda edizione del Monk â— il sesso, e offerto nelle forme più capziose, e cioè velato e alluso (ma non troppo). Si aggiunga il continuo serpeggiare del fanatismo laico, il che vuol dire essenzialmente antipapismo, ma non necessariamente settarismo o qualsia ­si forma di difesa della chiesa rifor ­mata. Un elemento, infine, sconosciu ­to fino allora alla narrativa e il più difficile da definire, è cioè la sua na ­tura di « spettacolo » ma più nel sen ­so del balletto o dell’opera che del dramma. Cosicché nel Monk si pos ­sono gustare tutt’assieme e Il trova ­tore, Nembo Kid, Sade, Maldoror, Sar Peladan, Casanova, il Martirologio di John Fox e il Lago dei cigni. Mi do ­mando se si può rinunziare a tanto, specialmente d’estate.

Prendere in mano il Monk, aprirlo alla prima pagina e disporsi a legger ­lo in maniera confidente equivale a lasciarsi cogliere da una tagliuola, che ci consentirà la libertà solo al momen ­to di sollevare il velo dell’ultima pa ­gina e riconoscere una verità amara: la necessaria rinunzia a proseguire. L’azione, difatto, è perfettamente gra ­tuita, nel senso che non impegna il

lettore in nulla che non sia puro in ­trattenimento. Ma non ariostesca o stendhaliana, perché in Ariosto e Stendhal, come in tutti i grandi poeti, l’intrattenimento non è puro, e so ­prattutto non è invano. E’ bensì me ­scolato a tutti gli ingredienti più pe ­rigliosi e conturbanti di che si gloria da sempre l’autentica poesia: la mali ­zia psicologica, le epifanie simboliche del paesaggio, il rinnovarsi rituale della cifra stanzàica o qualsiasi altro derivante dalla fede nella forma e il piacere tantalizzante e ossessivo â— come in Bach â— del variare minimo di quella cifra.

Nel Monk non hai le preoccupazio ­ni di dover tener dietro a tanta ca ­bala, pena lo sfuggire l’estasi iniziàatica. Nel Monk hai da seguire solo un ghirigoro che si snoda secondo leggi affatto prevedibili, e anzi addi ­rittura oneste, ma che per quel suo perenne snodarsi non ti tradisce mai, nel senso che, come il moto perpe ­tuo, non ti lascerà mai a secco, fin ­tanto che tieni un libro in mano, e fino almeno che non sia raggiunto il residuo margine bianco dell’ultima pa ­gina dove ogni vittoria è sconfitta. Lì ti sarà dato un attestato di vaccina ­zione avvenuta, l’esonero da ogni ba ­cillo d’innocenza. Il libro, puoi star sicuro, non ti ha dato né tolto nulla. Solo, le ore impiegate nel leggerlo erano tutte vostre: il miracolo non si ripeterà.

Un incubo leggero

Un incubo leggero, un grato solle ­tico che lascia i nervi a posto â— a « pesarli » non ci pensa nemmeno â— e tutto quel che è promesso è mante ­nuto e nulla vien promesso che non si possa mantenere. Sapendo che i personaggi sono marionette â— ma squisite, d’una porcellana senza eti ­chetta â— manovrate â— ma con quan ­to amore e sprezzo insieme! â— dal ­lo     scrittore, non passa mai per la mente di verificare le loro mosse per decidere se siano plausibili. Altra civiltà, insomma, dalla nostra, e che poteva farsi prodotto solo nel ‘700. Come chiodo scaccia chiodo, così la somma predisposta dei turbamenti li ­bera da ogni turbamento. La lettura del Monk è sempre tesa alla puri ­ficazione, al raggiungimento d’una composta serenità, se non altro per ­ché gli avvenimenti narrati sono tut ­ti talmente oltre il credibile che le passioni non possono venirne in al ­cun modo incomodate.

L’errore più grave che si commet ­te dai critici è di considerare i ro ­manzi « gotici » come dei sintomi ro ­mantici: essi sono, in realtà, corolla ­ri neoclassici. Romantica è solo la connotazione esterna degli elementi, che sono tutti reclutati nei repertori più à la page â— trattandosi di prodot ­ti di consumo era la minima garanzia ma non è romantica la totale mancanza o spegnimento di passione, e di caratterizzazione e individuazione psicologica. E non è romantica la controllatissima e funzionale organicità della struttura. I romanzi « gotici » sono costituzionalmente risolti: e que ­sto è un elemento tipicamente anti ­romantico. Difatto un lettore adulto e sufficientemente ammaliziato, dopo la lettura del Monk non avverte in sé la preoccupazione di Utilizzare il li ­bro e nemmeno le sue scorie: non ci sono scorie.

Le prime quattrocento pagine del Monk sono di un accecante splendo ­re: ma le ultime cento, in specie se guadagnate attraverso le altre, ri ­pagano un’intera esperienza spesa nel culto dell’orrore puro, nel senso di asettico. Spiegare come tutto questo avvenga a offrire, a garanzia, un sun ­to e un florilegio, sarebbe disonesto quanto il rivelare la soluzione di una detective story. Si tratta di cimenti e mète che il lettore deve guadagna ­re da sé. Basti dire che il libro con ­tiene: uno stupro, due incesti, tre fan ­tasmi (di cui uno insanguinato), un linciaggio, l’incendio di un convento, un auto da fé, due patti col diavolo, un cambiamento di sesso, due mona ­che violate (una incinta), due sepolte vive, una dozzina di ballate popolari, due sedute al tribunale dell’Inquisizione (complete di relativa tortura), un assalto di briganti a mano armata, due casi di catalessi, una morte per soffocamento, una predica in chie ­sa, una processione, due sepellimenti prematuri, lunghe e agghiaccianti meditazioni in mezzo alla putredine e al lezzo dei cadaveri di un ossario, e un parto clandestino in prigione. La memoria e l’esultanza non consen ­tono di completare il catalogo.

Non c’è dubbio che qualche critico si troverà in dovere di disseppellire le implicazioni junghiane: la caccia al simbolo è incoraggiata senza soste. Ma si tratterebbe di giochi applicati un po’ dall’esterno. Il fine di Lewis non era né di aprirci né di nasconderci i suoi e i complessi del suo tempo: la sintomatologia è impressionante, ma anche un po’ ovvia. Il lettore adulto ci arriva da sé.

Per l’epoca in cui fu scritto, il Monk fu rivoluzionario fors’anche più dell’Ulisse di Joyce se non altro perché i lettori erano meno smalizia ­ti: oggi, i prodotti letterari più au ­daci si vendono con annesse le istru ­zioni per l’uso. Allora no. I più pron ­ti dovettero intenderlo come una nuo ­va formula per spacciare un ennesi ­mo romanzo sentimentale di tipo richardsoniano: erano pur sempre sto ­rie di vergini innocenti perseguitate da mostri di iniquità, come in Clarissa. Pochi s’avvidero che era mutato il paesaggio attorno: che le pareli degli interni borghesi s’erano lacera ­ti per contemplare il desolato squal ­lore di vecchie abbazie in rovina, di cimiteri costellati da fuochi fatui, di segrete putrescenti; e ancor meno pa ­tirono il brivido per le iniezioni di demonismo all’eroe negativo, che di ­ventava così un sontuoso erede let ­terario del Satana di Milton. Pure il Valmont delle Liaisons era lì a inse ­gnare qualcosa. In altre parole, i manuali ancora trattano il Monk con curiosità e consigliano di passare avanti.

La grande mitologia elisabettiana

Io credo che la sosta dovrebbe far ­si invece addirittura reverente: e non per portare nuove mappe alla geografia dell’inconscio soltanto. Ma so ­prattutto per sentire la continuità con la grande mitologia elisabettiana: c’è un motivo che ritorna ossessivo, nel Monk, quello del delirio della fanciul ­la nel sepolcreto, che si origina, echeg ­giandola in prestigiose variazioni, di una famosa pagina di Romeo e Giu ­lietta. Ambrosio, il monaco fornica ­tore, prima che negli sciolti del Para ­diso perduto, ha soggiornato a lungo fra le quinte del Diavolo Bianco di John Webster. Come tutte le rivolu ­zioni fatte sul serio, la cifra « goti ­ca » ha accettato di incamerare la tra ­dizione.

Una parola sull’edizione « tagliata » Bompiani. Non inganni il fatto che sia stata tagliata e adattata e infine tradotta, da Antonin Artaud (noi ab ­biamo qui, in sostanza, una traduzione della traduzione di Artaud). Quello straordinario scrittore vi dovette esse ­re coinvolto solo per ragioni commer ­ciali: a quell’epoca, in Francia, i libri stranieri non si traducevano mai interalmente, e men che meno quelli di smercio dubbio. La stessa editoria italiana si nutrì a lungo di questi adattamenti francesi e ne resta mo ­numento d’obbrobrio la celebre « Biblioteca Amena » del Treves. Invano si sarebbe trovata in quella Anna Karenin â— così si chiamava e scriveva – la storia di Levin, e in David Copperfield la storia di Steerforth e di « Little Emily ». L’Italia di Crispi e di Giolitti aveva fretta. Ma aveva fret ­ta anchela Franciadi Gambetta e di Poincaré. Le circostanze che trovaro ­no Artaud coinvolto nella « rinfresca ­ta » del Monk vanno calcolate solo come una operazione venale, senza alcun valore critico. Se si fosse reso conto di quel che stava facendo, Artaud per primo avrebbe rabbrividito all’idea di sottrarre anche un milligrammo d’oncia alla « crudeltà » con ­genita del Monk.

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