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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Il rigore non è una divinità

15 Novembre 2012

di Marlowe
(da “Il Tempo”, 15 novembre 2012)

Se in 23 su 27 paesi l’Unione europea scende in piazza e sciopera contro le politiche di rigore imposte da Berlino alle autorità di Bruxelles e alla Bce di Francoforte, non si può più vedere soltanto la violenza organizzata, fine a se stessa, razzista, andata in scena a Roma e Torino. Questa va isolata e soprattutto punita da una fermissima risposta dello Stato. Ma non deve far chiudere gli occhi rispetto alla faglia che si sta aprendo nel profondo nella società del nostro continente, una frattura che è sintetizzata da due dati. Il primo: nel terzo trimestre 2012 il Pil della Grecia è sceso di un altro 7,2 per cento. Atene è al quinto anno di recessione, con una perdita complessiva del 22 per cento. Un quarto della ricchezza e dei redditi delle famiglie: neppure una guerra si lascia dietro simili macerie economiche. Il secondo dato: la Germania ha collocato 3,5 miliardi di titoli di Stato a sei mesi strappando di nuovo un rendimento negativo; per l’esattezza il meno 0,011 per cento (l’asta precedente si era chiusa a meno 0,022). Questo significa che i mercati accettano di ottenere indietro meno soldi di quanti versano al Tesoro tedesco. Tra questi due estremi c’è esattamente ciò che sta accadendo all’Europa. Dove il Sud, Italia e forse Francia comprese, rischiano di distaccarsi dalla Germania, dalla Danimarca, dall’Olanda, dal Nord ricco, per scivolare in una deriva economica e soprattutto sociale senza precedenti dal 1945. Il problema non è più dei debiti pubblici e dell’austerity di bilancio. Su questo fronte il governo di Mario Monti ha fatto il suo lavoro, riducendo il deficit quasi a zero come in nessun altro paese europeo. Eppure 48 ore fa due ministri – Corrado Passera e Fabrizio Barca – hanno dovuto scappare in elicottero da una miniera di Carbonia, come gli americani in fuga da Saigon nel ’75. E stiamo parlando della Sardegna, un’area d’Italia che non conosce l’estremismo. Un altro ministro, Elsa Fornero, non riesce più a comparire in pubblico: né a Napoli, né a Torino, la sua città. Anche qui andiamo a vedere le cifre. Tra martedì e ieri il Tesoro ha collocato Bot a 12 mesi e Btp a tre anni a tassi corrispondenti a quelli del 2010. Eppure lo spread con la Germania resta oltre i 350 punti, il doppio rispetto a giugno di un anno fa. Dov’è la razionalità in tutto ciò? Siamo sicuri che i mercati non sbaglino mai? Il governo Monti, del quale si tracciano in questi giorni molti bilanci, ha aumentato di due punti la pressione fiscale: 30 miliardi rastrellati dai portafogli di cittadini e imprese. Gli investimenti sono fermi e lo Stato non assume più. Ma il debito pubblico, che a settembre 2011 era di 1.890 miliardi, ha toccato quota duemila: è dunque aumentato di oltre cento miliardi. E stiamo parlando di cifre assolute: se raffrontiamo il debito al Pil, in discesa del 2,3 per cento, la situazione è ancora più drammatica. Di nuovo: qual è la logica? In attesa di capirlo i disoccupati passano in 12 mesi da 2,3 milioni a 2,75. Quasi mezzo milione in più senza lavoro. Premier e tecnici hanno applicato in maniera finora ragionevole i diktat provenienti da Berlino, Francoforte e Bruxelles. Ma il problema è un altro: siamo davvero certi che il totem innalzato dalla Germania e che tutti siamo obbligati a idolatrare non sia una falsa divinità? Se guardiamo al debito, la storia attuale del mondo ci dice che il Giappone ha il 280 per cento di debito pubblico sul Pil, eppure non rischia il default economico e sociale. La Spagna due anni fa aveva i conti in ordine e un debito pari a circa la metà della Germania: eppure sarà la prossima vittima. Tra questi due esempi ci sono gli Usa: nei giorni del crac Lehman Brothers, aveva un debito federale del 75 per cento. Ora ha superato il cento. Ma il Pil e i consumi sono tornati a salire; lo spettro del 1929 non si è materializzato. Soprattutto la società americana, nel 2008 sull’orlo di una crisi di nervi, è tornata alle sue normali abitudini e si è perfino riappassionata alla politica. Hollywood continua a sfornare grandi film; la Chrysler di Marchionne è risorta; e così per la verità anche i vari Gordon Gekko di Wall Street. Il caso del giorno, laggiù, non è la tenuta sociale ma le corna che (ufficialmente) hanno fatto perdere il posto al capo della Cia David Petraeus, e l’eterna guerra tra Langley e l’Fbi. As usual. Il mondo dunque gira, nel bene e nel male. È l’Europa che sta andando al contrario, ed in mezzo al frullatore ci siamo noi. La Merkel ha pensato bene di scegliere il Portogallo per ripetere ossessivamente che «ciò che è necessario va fatto ». Tre anni di cure tedesche hanno già inflitto ai portoghesi una disoccupazione del 18 per cento. Dopo la prima guerra mondiale i rancori e le diseguaglianze sociali produssero un secondo conflitto globale, la follia di Hitler, le bombe atomiche americane e lo stalinismo. La seconda guerra mondiale ha generato quarant’anni di Guerra Fredda. Temiamo che i conti veri di questa crisi li tireremo tra decenni: nel frattempo spopolano comunisti e neonazisti. Un bel risultato.


Sallusti: «Fetente il giudice che mi ha condannato »
di Redazione
(da “l’Unità”, 15 novembre 2012)

«Il magistrato che mi ha condannato è un fetente, mi assumo la responsabilità di quello che dico ». Così Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, ospite di «24 Mattino » su Radio 24 per parlare della legge di modifica sulla diffamazione a mezzo stampa. «Voglio smascherare l’ipocrisia di un sistema che gioca con la vita delle persone e non ha il coraggio di assumersene la responsabilità- ha detto Sallusti- io non vado in carcere per diffamazione ma perchè un magistrato fetente si è permesso di applicarmi l’articolo 133 del codice penale che dice che io sono una persona socialmente pericolosa. Nessun magistrato può permettersi di darmi del delinquente abituale. Ma con la legge modificata due giorni fa non serve che il fetente di turno dica che un giornalista è socialmente pericoloso, basta una querela e un magistrato può mandare un giornalista in carcere ».

Poi Sallusti ha detto che «se fossi un cittadino normale sarei già in carcere, ma si vergognano. Comunque in un periodo di tempo che va da sabato prossimo a venerdì della prossima settimana non possono lasciarmi a piede libero. Ma non voglio fare l’eroe, voglio smascherare l’ipocrisia dei politici vigliacchi, sono un circo da Paese di Pulcinella ». Nella trasmissione era ospite il senatore Sandro Mazzatorta, della Lega, autore dell’emendamento approvato che mantiene la possibilità del carcere fino a un anno in caso di diffamazione: «Facciamo una scommessa- ha risposto Mazzatorta a Sallusti- lei non andrà mai in carcere, non ci andrà neppure se bussa al portone di San Vittore tutti i giorni. È pacifico: se la pena detentiva non è superiore a tre anni, il pm sospende l’esecuzione dell’ordine di carcerazione. Sallusti non va in carcere neanche sotto tortura ».


Ddl Sallusti, Consiglio d’Europa condanna
di Redazione
(da “l’Unità”, 14 novembre 2012)

Il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, sta seguendo con «grande preoccupazione » l’iter legislativo del Ddl Sallusti e ritiene che mantenere il carcere per i giornalisti sarebbe un «grave passo indietro » per l’Italia e non solo.

«Sto seguendo il dibattito in corso al Senato con grande preoccupazione » ha detto il commissario per i diritti umani. Il quale ha ricordato che all’inizio del dibattimento la speranza era che la nuova legge depenalizzasse la diffamazione «portando così l’Italia in linea con gli standard del Consiglio d’Europa ».

Secondo questi standard, ha ricordato Muiznieks, i giornalisti «non devono andare in carcere per le notizie date, e la diffamazione dovrebbe essere sanzionata solo attraverso misure proporzionate previste nel codice civile ». «Malauguratamente adesso sembra che la nuova legge mantenga in vigore la possibilità della prigione per i giornalisti », ha detto il commissario che ha parlato di «grave passo indietro per l’Italia » osservando che questo «invierebbe un messaggio negativo ad altri paesi europei in cui la libertà dei media è seriamente minacciata ».


Maurizio Belpietro: “Monti ha fallito. Chiamiamo Mario Draghi”, qui.


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Bart