Giacomo Puccini a 150 anni dalla nascita

di Antonio Guida

In quella seconda metà dell’ottocento, le nascite nella città di Lucca erano particolarmente frequenti e caso volle che il 22 dicembre  del 1858, in casa Puccini giungesse il quartogenito.
Con il passare degli anni poi, di ragazzi prodigi che aspiravano alla composizione se ne contavano diversi e il loro genio, (buonasorte volendo che non si perdesse per strada) prometteva bene per una degna “successione verdiana”.
Tra tutti costoro, non era per niente considerato un prodigio, né un genio, né tanto meno un virtuoso, il giovane Giacomino; anzi, i suoi appellativi abbracciavano aggettivi quali Maleducato, Svogliato, Fannullone e privo di qual si voglia forma di attitudine e talento musicale.
In realtà egli si trovò a studiare musica perché proveniva da diverse generazioni di maestri di cappella, e così per volere dei suoi genitori iniziò a prendere le prime lezioni di solfeggio e pianoforte presso lo zio musicista Fortunato Magi il quale a suon di ceffoni e rimproveri lo fece diventare organista, ma allo squattrinato lucchese altro non importava che le donne, le auto e il gioco.
Qualcuno però quella sera lo attendeva ed era un mulo sul quale Giacomo, per trascorrere una serata diversa dalle altre, si sedette per andare a Pisa ad assistere ad una rappresentazione dell’Aida, e quella marcia trionfale accese in Giacomo la passione dell’opera, che non lo abbandonò mai più.
Si trasferì così a Milano per studiare in conservatorio dove fu allievo di Amilcare Ponchielli e Antonio Bazzini. Nel 1883 partecipò al concorso per opere in un atto con la sua “Le Villi“, che anche   se non vinse il concorso, ebbe un ottimo successo di pubblico e critica tale da commissionargli altri lavori e con il sodalizio artistico con i librettisti Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, iniziò il periodo più fervido del compositore. Giunsero infatti i primi capolavori come Manon Lescaut, La Bohème, Tosca, Madama Butterfly, tutt’oggi gioielli lirici   rappresentatissimi in tutto il mondo.
Dopo questi ultimi, la morte di Giuseppe Giocosa, Giulio Ricordi e alcuni episodi di cronaca rosa, fecero subentrare un periodo di crisi nella carriera di Puccini, che terminò con la messa in scena de “La fanciulla del west” e il suo “Trittico“, per finire con l’incompiuta “Turandot“, portata a termine da Franco Alfano.
Giacomo Puccini si spense a Bruxelles nel 1924 a causa di un tumore alla gola, aveva appena 66 anni. Tranne qualche breve parentesi di opera comica, si è imposto come capostipite della composizione lirico-drammatica (in particolar modo femminile), scrivendo nelle sue opere le romanze più belle (sia per soprano che per tenore) che siano mai state scritte. Cantatissime sono le sue “E lucean le stelle”, “Nessun dorma”, “Che gelida manina”, oppure le sopranili “Un bel dì vedremo”, “Vissi d’arte”, “In quelle trine morbide”, “Mi chiamano Mimì” e tante altre ancora.
Non a caso egli stesso confessò che… “Se non fosse entrata la musica nella mia vita, non sarei stato in grado di combinare nulla!”.

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