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LETTERATURA: Il giorno del fazzoletto

22 Dicembre 2008

di Nicola Dal Falco

Il giorno del fazzoletto

 

Il boulevard aveva l’aria di un giorno solennemente qualsiasi, teatrale e ansioso. I rami sbocciavano e l’ardesia dei tetti luccicava ad ogni squarcio di azzurro come le strade, bagnate dal temporale. L’incontro era al terzo piano, in un ufficio con il parquet e le doppie porte. Quella in cui sedevano in quattro riceveva il rumore del traffico, una litania di motori, ma priva di voci. La conversazione con il maestro, due decisori e il manager del cuoco si svolgeva in francese. Lingua cerimoniosa e tagliante in cui se zoppichi lo fai vistosamente. E ad arrancare era proprio il manager nel ruolo ostico di consigliere. Sul piatto, come un trionfo di selvaggina di piuma, stava l’Accordo. La possibilità di gestire la ristorazione di un grande albergo, dalle colazioni alle cene di gala.

Stupito ancora di avercela fatta, il manager sentiva montare il mal di testa. Frutto di una concentrazione dolorosa per seguire passi e affondi del duello verbale dove il tono più dolce portava in sé l’arsenico della perfidia e poteva, da un momento all’altro, annunciare la stoccata mortale.

Intanto, il cuoco spiegava e ricordava, un divagare che disegnava la melodia di un paesaggio, la sua versione del mondo. Faceva parte della generosità del personaggio che diceva tanto di sé fino a scoprirsi, a lasciarsi guardare nelle più intime fibre. Una sorta di personale olocausto che i due interlocutori osservavano come si osserva un’aragosta nell’acquario. Molte delle cose dette erano giuste, ma il manager, nella difficoltà di seguirle, sentiva montare un disagio. Lo stesso che provi quando sogni di uscire con i vestiti sbagliati o addirittura senza quelli essenziali. Bisognava lasciar scorrere il tempo come il traffico, ridurlo ad un sottofondo e serbarsi integri, astratti, divini per la stretta di mano, per la parola che si sarebbe azzerata in cosa, in contratto. Invece, altre parole spalancavano nuovi scorci e sorprese. La lunga scrivania si copriva di movimenti e figure, addirittura di oggetti e nature morte, facendo muovere d’ombre il soffitto, il grande specchio Luigi XVI e aumentare il mal di testa. Poi, grazie al cielo, la conversazione si asciugò, toccando alcuni dettagli tecnici, preludio alla liberazione. Senza altri tentennamenti, magicamente, ci si ritrovò dall’ufficio all’ascensore in ferro. Da quattro a  tre persone con il rumore del traffico che aumentava di intensità. Sembrava fatta, ma invece, nello spazio di tre piani, tutto precipitò. Il cuoco aveva a lungo ammirato la pochette del francese ed educatamente si riservò la domanda a quel momento informale, in ascensore.

«Dove ha imparato a piegare così bene il fazzoletto »?

«Me lo ha insegnato un italiano ». Rispose l’uomo e mostrò come si faceva.

Restando per un attimo soprapensiero, rapito, il maestro replicò così: «I giapponesi considerano che bisogna fare una cosa importante ogni giorno. Oggi, la cosa importante è di aver saputo come si piega un fazzoletto ».

Dallo sguardo del francese il manager capì senza alcun dubbio che quel contratto non si sarebbe mai firmato.


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1 commento

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 22 Dicembre 2008 @ 18:51

    Prosa poetica, che si esterna in descrizioni sobrie, equilibrate, eleganti e colorite. Di pregevole sviluppo anche il risvolto psicologico che trasuda dai vari personaggi, quale alchimia di un mondo interiore, assecondata dal contingente e da una certa simbologia.
    La parola e la costruzione della frase sono frutto di uno spessore intellettuale di rilievo e confermano la preziosità del messaggio
    Gian Gabriele Benedetti

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