di Alberto Moravia
[dal “Corriere della Sera”, domenica 20 settembre 1970]
Sono nato a Roma e benché i miei genitori non fossero romani (mio padre era veneziano e mia ma dre anconetana) mi considero romano. Qualche tempo fa la radio inglese, in un’intervista mi ha chiesto cosa ho ricevuto da Roma. Ho risposto che Roma mi ha fatto il dono del « senso comune ». Dico « senso co mune » e non buon senso perché il buon senso è una forma di pigrizia mentre il senso comune è un mezzo di comunicazione con l’inconscio collettivo. Il senso comune a Roma oltrepassa a ritroso il mondo mo derno, risale ai tempi in cui Roma era insieme la capitale degli Stati della Chiesa e la città principale di una regione rustica e primitiva come il Lazio. Sì, da Roma non ho ricevuto altro. Ma è già molto.
A proposito di Roma capitale, Roma non lo è di certo, se per capitale si intende il centro propulsore di una cultura. La cultura italiana non ha il suo cen tro a Roma (chissà dove ce l’ha) e quanto alla cul tura cattolica, tutti sanno che, poca o molta che sia, essa è per così dire proiettata fuori della città, nel mondo e che per questo non esercita un’influenza apprezzabile sulla vita della Roma moderna. Tuttavia Roma ha gli svantaggi delle capitali, senza averne i vantaggi. Il più grande svantaggio è di essere la sede di numerose burocrazie statali, parastatali, religiose, internazionali senza però essere un vero centro di potere, giacché il potere, è sempre, in senso lato, culturale.
Il fatto che Roma non sia una vera capitale, ma soltanto una città amministrativa, ha molta influenza sulla vita degli artisti e degli intellettuali. A Parigi, a Londra, artisti e intellettuali partecipano alla vita sociale, fanno parte, magari come oppositori irridu cibili, della società. Roma non ha una società e così gli artisti e gli intellettuali ricadono, come del resto tutti gli altri abitanti, sulla famiglia e sul clan. Roma è una città di famiglie prima di tutto, e poi di clan. In altri termini una città di comparti stagni profes sionali, sociali, storici, familiari. Niente circola per Roma, né le idee né le mode né gli interessi. Perso naggi, gusti, tendenze, denaro, potenza, tutto rimane chiuso in circoli ristretti e vi langue per mancanza di comunicazioni.
Da questa mancanza di circolazione, derivano pure alcuni caratteri della vita degli artisti e degli intellet tuali. Significativamente, questi caratteri erano non troppo diversi anche tre o quattro secoli fa: Roma nel fondo non è molto cambiata. Quali sono questi caratteri? Il frazionamento in gruppi, gruppetti e simili altre complicità. L’abitudine a riunirsi in luoghi pub blici, soprattutto nelle trattorie. Il fatto piuttosto cu rioso di non avere quasi nessun rapporto coi gruppi di potere che hanno eletto a loro sede la città. Nep pure il partito comunista, con la sua politica cultu rale, è riuscito a modificare questo stato di cose. Certo, artisti e intellettuali si radunano spesso intorno a parole d’ordine estetiche e culturali. Ma si riporta sempre l’impressione che siano, in fondo, gruppi di potere della disperata piccola borghesia romana all’assalto di posti nel cinema, nella radio, nei giornali, nelle rivi ste, nelle case editrici, nelle università e così via. La cultura ha bisogno di « mode » per essere vissuta; e a Roma le mode non attaccano, a causa della man canza appunto di una società che le adotti e le faccia sue.
La vita a Roma è noiosa. Già Baudelaire l’aveva detto, definendo Roma, in una sua poesia scherzosa, in questo modo: Rome, séjour d’ennui. Baudelaire aveva ragione. A Roma ci si annoia per mancanza di una società degna di questo nome. Quell’ansia divo rante, quella febbrile attività che caratterizzano le grandi capitali dell’Occidente non esistono a Roma. E’ una città con poco cervello ma con un grande stomaco: a Roma si pensa molto al cibo; la « ma gnata » è molto importante per i romani. Questo non vuol dire che non sia una città viva, a modo suo; ma è una vitalità che non ha assolutamente niente di culturale.
Roma un tempo era una città aristocratico-popolare, con un ristretto gruppo di famiglie borghesi che face vano da intermediarie tra il Vaticano e la campagna, il cosiddetto « generone ». Adesso, invece, almeno dal punto di vista sociale, non si sa più che cos’è. Intanto, la Roma vecchia diventa sempre più piccola e la Ro ma nuova sempre più grande. La Roma nuova è una delle città più brutte del mondo. La Roma vecchia è giustamente famosa per i suoi palazzi, le sue chiese, le sue fontane e così via; ma il tessuto connettivo in cui sono inseriti questi monumenti è troppo sovente fatto di casupole, casette e casacce, testimonianze elo quenti della miseria delle classi meno abbienti al tempo degli Stati della Chiesa.
Ammiro i monumenti e anche certi angoli, come si dice, della Roma vecchia; ma non ci vivrei. Forse perché sono romano ed è risaputo che ai romani la Roma vecchia non piace. La Roma vecchia piace agli stranieri, agli italiani venuti da fuori. Non vorrei vivere nella Roma vecchia prima di tutto perché l’arte « di sturba » il lavoro artistico il quale, secondo me, ha bisogno di ambienti non monumentali, vivi ma anonimi. E poi perché il mondo antico si allontana da noi con velocità vertiginosa, con sue idee del bello, del como do, del ricco, del lussuoso ecc. ecc. Per i principi romani del passato, per esempio, il lusso era una grande sala dal pavimento marmoreo, dalle pareti af frescate, dal soffitto dorato. A me, questo lusso così ingenuo e così artigianesco fa stringere il cuore. Per sonalmente, per vivere a Roma, preferirei i due quar tieri dei Prati e dell’EUR, i soli che siano stati conce piti con criteri urbanistici precisi, senza troppe con cessioni alla speculazione edilizia. Sono quartieri in cui c’è spazio e c’è verde, due cose che quasi sempre mancano a Roma. Dimenticavo il Tevere. I Lungote veri, in fondo, sono le strade più larghe di Roma.
Le automobili che una buona metà dei romani adopera per pigrizia o per motivi del tutto irrazionali, hanno ucciso uno dei pochi divertimenti di Roma: passeggiare. Nei quartieri nuovi non si passeggia per ché sono brutti; nei vecchi non si passeggia perché il traffico con il suo puzzo, il suo fracasso e i suoi molti pericoli lo impedisce. Eppure mi ricordo ancora un tempo, prima della guerra, in cui in molte piazze di Roma, tra i selci, cresceva l’erba.
A Roma si lavora bene. La noia, si sa, è la condi zione migliore per il lavoro intellettuale ed artistico. Anche il clima di Roma è favorevole al lavoro disin teressato degli artisti e degli uomini di cultura: mite, con inverni brevi e frequenti scirocchi un po’ ango sciosi ma stimolanti per la fantasia. A ben guardare, si vive a Roma come in un luogo di villeggiatura molto vasto e fornito di discrete attrezzature. Nei luoghi di villeggiatura c’è una stagione morta e una stagione viva. Durante la stagione morta si aspetta la stagione viva. Così a Roma. Da secoli si aspetta la stagione viva. Cioè che Roma si decida a diventare una capitale o almeno una città che funzioni.