di Roberto Calasso
[da “Quindici”, numero 11, 15 giugno 1968]
Gianfranco Contini, « Letteratura dell’Italia
Unita, 1861-1968 », Sansoni, 1968, pp. 1118,
L. 6.000
Già da tempo la letteratura italiana ha po chi misteri. Rari sono i casi in cui un te sto, per ricchezza propria, riesca a innalzarsi a una equivocità radicale, provochi dubbi fondati sulla sua natura e altre cose; altret tanto vale per gli autori. Una bonaria esplicitazione, una corrispondenza fin troppo dili gente fra la persona e l’opera sono la regola generale, scoraggiante, dato il materiale, se si sa chi e che cosa si corrisponde.
Una singolare eccezione vive però fra di noi, giustamente mimetizzata, sotto specie im peccabile di severità accademica, con un certo apparato di leggenda, che è già qualcosa. Si tratta di Gianfranco Contini, il grande filo logo, il giudice temuto e appartato, ma soprat tutto l’unico rappresentante letterario italiano del mysterium iniquitatis. Il suo mimetismo ri vela un’arte da virtuoso e questo spiega come da una disciplina così innocua, la critica lette raria, si sia condotti, attraverso di lui, alla gravità teologica. Non certo per sua indica zione: per carità, trattiamo con un vero mae stro di cerimonie, rispettosissimo dei confini, volutamente rinchiuso in un suo scabro labo ratorio di scienza filologica, ironico e distratto di fronte a qualunque invasione di pensieri non pertinenti e preoccupazioni cosmiche nel microcosmo della letteratura. Questo è appunto il primo assioma del suo mimetismo. Fare come se tutto fosse già stato pensato, e perciò presente ma sottinteso, quindi un esercizio di rigorosa concentrazione sui testi, come contri buto positivo all’edificio di un sapere che ormai non è più il caso di ripetere nei suoi tratti fondamentali, perché già acquisito. Le uniche tracce dirette di quel sapere potranno essere, se mai, certe metafore, il taglio di certe carat terizzazioni, che sottintendono, ancora una volta, gerarchie ontologiche e altro â— ma nulla di più. Il mondo è a tal punto già pen sato, la condizione escatologica a tal punto realizzata, che anche i giovani inesperti la conoscono e sottintendono prima ancora di saper leggere e scrivere, come insegnamento infuso in questo nuovissimo regno.
Perciò, su tali presupposti, un testo sco lastico non dovrebbe mai permettersi l’indi screzione di una pedagogia diretta, argo mentativa, ma presentare solamente un campio ne indispensabile per la sperimentazione e un breve rosario di metafore, che serva ai più distratti per mettere in rapporto il campione con quel sapere sempre precedente, scarsa mente discorsivo e prenatale. Dacché infatti, qualche tempo fa, la letteratura, attraverso la mediazione fulminea di Mallarmé, come emblema, si è rivestita con la guaina di un sapere assoluto, restando letteratura, natural mente, per evitarsi spiacevoli divulgazioni fuo ri dall’ambito estetico, anche la critica ha subito una trasformazione analoga. Così, sem pre ammesso che la letteratura sia ciò che si scrive una volta svelato il mondo, la critica è venuta addirittura ad attribuirsi un secondo grado in questo passaggio, implicando che la sua parola venga dopo lo svelamento del mon do, e anche dopo la traccia indiretta dello svelamento nell’opera letteraria.
Ora, per l’ingenuo che abbia perso la me moria immediata di quel sapere e si trovi davanti un testo che lo presuppone, la osser vazione che nel caso si tratta di un testo sco lastico, e perciò iniziale, potrà sembrare ral legrante. Forse utile per recuperare la memo ria â— pensa. Infatti, rispetto ad altre più asciut te formulazioni di quel post-sapere, si troveran no in questo caso enunciati più indulgenti, più diffusi, tali appunto da poter aiutare dei principianti. E allora, supposta una totale amnesia, proviamo a risalire da questa disper sione di accenni e di immagini all’anamnesi del Bene che la ha preceduta. Sorpresa! Per quanto riguarda la letteratura italiana degli ultimi cento anni, il Bene si presenterà come una congregazione composita e un po’ incon grua, con un certo carattere sinistro, che non è dato tanto dai casi singoli, a volte al di sotto della soglia della percezione, a volte, come si sa, piuttosto ragguardevoli, per le ragioni più diverse â— comunque non è dei vari casi, sem plici e complessi, che parlerò, qui vorrei solo fissare una costante biologica â—, ma piuttosto dalla riunione conviviale in cui tutti si trovano coinvolti e dalla sobria regia che, con la mossa del diavolo, dispone fianco a fianco i molti protagonisti su un palcoscenico di operetta.
Osservando questa galleria di ritratti, dove gli gnomi mattacchioni seguono i torturatori del tedio e qualche grande gesto si perde sullo sfondo di una fattoria toscana, viene naturale domandarsi quale disegno raccolga insieme tanti ex-compagni di liceo ormai de crepiti, raccattati un po’ ovunque da un feroce organizzatore turistico, molto lucido, lui. Ve diamo: tratti definitori comuni non mancano certamente, anche se quasi mai valgono per la totalità dei presenti â— e bisognerà dire che l’organizzatore li ha già divisi benissimo in categorie, con una certa ironia, nascosta, è chiaro, dietro l’atteggiamento di generosa difesa: perciò, se si vogliono trovare dei tratti comuni fa cosa migliore sarà di seguire la guida, veramente esperta, precisa, molto più precisa, spesso, degli autori stessi. Ma questo non basta: sentiamo un’altra parentela, un legame razziale sotterraneo, che costringe questo insieme in fondo disparato a una impressione di compattezza e di omogeneità â— e allora, dove sarà il carattere genetico occultato che permette di raccogliere giusta mente queste figure nella stessa gabbia? Sarà un carattere al negativo, una specie di gene rale sordità, una certezza comune, la omis sione di un atto, un patto segreto che accomu na i rozzi e i preziosi in una solida società: ciò che non hanno voluto vedere, o vivere, è forse questa la vera assenza nell’insieme.
Allora bisogna cominciare un po’ da lon tano. Da qualche tempo, nella storia da qual che decennio, ma nella realtà senza date pre cise, dopo un processo di incubazione che coinvolge tutto ciò che chiamiamo storia, si sa, ma non si finisce mai di saperlo, il mondo si è incrinato, e i progressi di questa frattura continuano ancora, anche se come segni sono da molto tempo superflui e servono piuttosto a perfezionare la irrevocabilità del processo. I testimoni e i fomentatori di questa incrinatura, o frattura, trauma, etimologica mente, â— ma non si tratta di psicologia! â— o anche discriminazione, non sono mancati, non solo, i loro nomi coincidono con quel li di chi ancora oggi determina il pensiero e più che il pensiero. Nelle figure più diverse, più incompatibili, più nemiche, tro viamo, guardando indietro, un tratto co mune di altro genere, una specie di contatto naturale con il processo caotico in atto, che può esprimersi in forme neoclassiche, beffar damente, penso a Valéry â— alla sua disciplina osservativa, non alla fabbricazione poetica â—, nella furia di una attività giornalistica, penso a Karl Kraus, nell’attenzione maniacale a un’ope ra, come si usa dire, di invenzione, penso a Musil. E naturalmente dietro c’è la grande vora gine che comprende tutte queste forme, e altre, ” la magia dell’estremo ”, Nietzsche, e altre parole perdute, evidenti, celate, in tante figure, con tanti pretesti. Erano tutti molto diversi, spesso si odiavano, comunque non sapevano, non pretendevano di sapere troppo che cosa facevano, piuttosto si muovevano al buio, ritor navano su se stessi, in ogni caso senza appoggio, ma quello che toccavano era sempre la materia metamorfica dell’invisibile attuale.
Torniamo ora al nostro apprendimento di un sapere assoluto attraverso l’antologia della letteratura italiana 1861-1968: di colpo, ci sembra di trovarci su un altro pianeta, è un altro pianeta, e sembra una terra utopica, un po’ povera, certo, ma sicura, e sicuramente progrediente. Sembra che a questa gente non sia mai arrivata la notizia di un qualche di sturbo nella fisiologia del mondo. Non parlo, naturalmente, di quei disturbi che indignano la gente per bene. E vediamo il regista di questo pianeta, osserviamo come tratta que sto particolare, questa discordanza. Che cosa gli dà il segno dell’iniquità? Semplicemente il sospetto che egli si renda conto abbastanza bene di tutto questo e lo ignori con inten zione; perché quest’uomo parla con troppa esattezza, se non si sa a che cosa si riferisce, è troppo lucido, percepisce troppe cose per ignorare questa sola, mascroscopica circostan za. E allora si manifesta il mysterium: come, avendo questa percezione supponibilmente adeguata dell’altro mondo, che poi è il mondo, una percezione che per sua natura è esclusiva e cattura chiunque le si avvicini, non permettendo nessun a parte in qualche altra regione tranquilla, come mai invece que st’uomo sopprima la sua conoscenza, presenti addirittura una completa geografia di una re gione utopica, separata dal resto, dove si allude solamente, perché i suoi abitatori han no già il sapere, a differenza degli altri dere litti che, come primo loro atto, hanno sfa sciato il sapere, e in più pretenda esplicita mente che quella regione sia considerata omo genea a tutte le altre. Curioso, certo, è il momento in cui i due mondi vengono, come casualmente, messi in contatto.
Vediamo un esempio, in cui il regista scio glie il nodo con tanta disinvoltura da far credere quasi che il nodo non esista.
Dunque, si afferma, a un certo punto, che Gadda e Céline appartengono alla stessa fami glia letteraria; quindi, considerazione gene rale: questa famiglia inclina ereditariamente alla reazione o al progresso illuminato? Solu zione: uno scrittore minore, come Céline, può certamente essere portato a deliri fascisti, ma uno scrittore maggiore, come Gadda, dietro la congesta superficie linguistica della sua opera nasconde una delusa ma sempre forte passione civile, insomma è ragionevole. Ora, in questo passaggio quasi inavvertito è concentrata tutta la strategia del grande regista. Certamente, secondo le abitudini di laboratorio, con ottime prove, si possono catalogare Gadda e Céline con la stessa etichetta. A una condizione, però: che si ignori in Céline quello che più importa, che la sua opera, cioè, senz’altro è la manifestazione di un delirio continuo, ma che quel delirio si svolge all’interno del vero grande caos e vi percorre dei labirinti ignoti, in uno strato della realtà dove i ricordi cate goriali sono già perduti, mentre nel caso di Gadda non si sente di tralasciare nulla di essenziale se lo si cataloga in una certa filia zione macaronica e idiosincratica, dove ha il suo luogo di perfetto, rare volte, scrittore minore. Quanto alle considerazioni politiche, è chiaro come la sua paranoia virulenta abbia spinto Céline alle più tristi disavventure, che però ci permettono sempre una lettu ra divergente, sostitutiva, rispetto a quella che biograficamente trascinò Céline, e che perciò agiscono al di là di quello che Céline supponeva di dire; mentre a proposito di Gadda, cioè nell’ambito di una rispettabile, propulsiva, ma angusta fobia, è chiaro che sul fondo troviamo una altrettanto rispettabile, forse, ma consunta, inadeguata, benintenzio nata considerazione civile della politica, che certamente non è una bestia così domestica, afferrabile con quei mezzi nella sua essenza.
Bene, forse ora la nostra amnesia comincia a diminuire, ci arriva, con quest’ultimo pre testo, qualche traccia di quel sapere assoluto, taciuto, che dovevamo ritrovare. Sono tracce imbarazzanti: quel sapere assomiglia molto a un argine puntellato costantemente per preser vare da quell’annegamento necessario, cronico, in cui vive chiunque vive senza iperboli ormai da tempo, almeno da quando ufficialmente, al livello più basso, il livello dei fatti, si è ma nifestata quella incrinatura e discriminazione che in realtà sempre è stata.
Insomma, che cosa si osserva in tutte queste persone riunite dal grande regista, persone così diverse, così disparate, così serie, spesse anche così preoccupate per le sorti del mon do? Che la loro biologia era tale da impedire l’abbandono a una certa, singolare esperienza, chiamiamola, con eufemismo, l’esperienza del caos: « Und Stille gibt es, da die Erde krachte, / Kein Wort, das traf; / man spricht nur aus dem Schlaf. / Und träumt von einer Sonne, welche lachte » (Karl Kraus). [E c’è silenzio poi che la terra si è spaccata. / Nessuna parola davvero nominante; / si parla sole dal sonno. / E si sogna di un sole che rideva]. Allora â— sembra che quelle rispettabili perso ne non abbiano udito, in genere, quel silenzio, che richiede almeno un avvicinamento all’afa sia; e non sembra neppure, perfino, che si siano mai sognate di “ parlare dal sonno ”; e sognare di “ un sole che rideva ”. Mentre davanti a loro, per tutto il tempo, il sole continuava a ridere.