La televisione. Piazza o salotto?

di Raffaello Brignetti
[da “La fiera letteraria”, numero 18, giovedì 2 maggio 1968]

Nonostante la buona diffusione delle utenze radiotelevisive e contrariamen ­te a quanto il luogo comune, « una sel ­va di antenne », lascerebbe credere, l’Italia è ben lontana dal poter dire che tutti i suoi abitanti seguano la radio o la televisione. La percentuale degli abbonamenti alle radiodiffusioni è del 25,45 al Nord, del 22,90 al Centro, del 15,42 al Sud e del 14,81 nelle Isole. Gli abbonamenti alla televisione sono, al Nord, 16,85 su cento abitanti, al Centro 15,71, al Sud 9,72 e nelle isole 8,64. Si va da percentuali relativamen ­te alte come quelle del 18,87 in Lom ­bardia, del 18,51 in Liguria e del 17,51 in Piemonte, a percentuali di appena il 7,09, 7,01, in Basilicata e in Calabria.

Anche nel caso della percentuale maggiore (18,87 in Lombardia) biso ­gna immaginare che davanti al televi ­sore siano almeno tre persone perché la TV giunga a poco più della metà della popolazione. Con le percentuali del 7,09 e del 7,01 le persone davanti a ogni televisore dovrebbero essere otto. E’ possibile che questo succeda, ma, a parte che una metà degli italiani ri ­marrebbe comunque estranea ai pro ­grammi televisivi, quante persone so ­no ancora in ascolto dopo le 22?

Sicuramente i partiti politici avran ­no tenuto conto di tale situazione ef ­fettiva nell’impostare, specie nel tono, i loro comizi per Tribuna elettorale. Questa del comizio ripreso, tramite un locale pubblico, dalla radio e dalla te ­levisione, è un’innovazione che in Ita ­lia conosciamo nella presente campa ­gna elettorale, utile alle formazioni politiche e agli elettori; e non c’è dubbio che, per diffusione di ciò che i partiti hanno da dire e per comodità e chiarezza di ascolto fra i cittadini, il sistema sia efficace.

Interessa solo i politici

Ma sostanzialmente le cose sono molto cambiate? Il punto è vedere se alle possibilità offerte dallo strumento radiotelevisivo corrisponda un nuovo discorso politico. Finora non sembra.

Aver collocato due comizi, di mez ­z’ora ciascuno, dalle 22 in poi, ha con ­tribuito a operare una specie di sele ­zione e in ogni caso una ulteriore ri ­duzione nel numero degli ascoltatori. Ciò è contrario allo spirito di una campagna elettorale, che invece vor ­rebbe la parola degli esponenti dei partiti diretta al maggior numero pos ­sibile di ascoltatori. Così, pare che la trasmissione sia riservata piuttosto a coloro che di politica si interessano particolarmente; che aspettano, per sentirne parlare. I comizi del PCI e del PSU rispettivamente da Sesto San Giovanni e da Roma succedevano, ap ­punto dalle 22, a un telefilm di produ ­zione americana e a un quarto d’ora di canzoni. Perché non farli precedere? Sentite le canzoni la maggior parte de ­gli ascoltatori se n’è andata a letto.

Se si considera che in media, fra ra ­dioascoltatori e telespettatori, i pre ­senti erano già pochi, non si ha la sen ­sazione che il comizio radio e teledif ­fuso abbia raggiunto la penetrazione che rinnovazione avrebbe permesso. Una volta poi accettato il principio che per la media non alta di abbonati e per l’ora tarda si formi, tra il pubbli ­co, una selezione, è ovvio che i partiti ne tengano conto. I loro esponenti so ­no indotti a rivolgersi a un e non al pubblico.

Quale? Quello, che, fornito di un ap ­parecchio radio o di un televisore, ab ­bastanza interessato alla situazione politica da far tardi la sera per ascol ­tare un oratore e, beninteso, non necessariamente o soltanto del proprio partito, ma, coerentemente col giudi ­zio da dare dopo la campagna elettora ­le, di tutti gli altri. Un pubblico infine prevalentemente urbanizzato, di città dove l’orario è, di solito, inoltrato. Nei piccoli centri e nelle campagne la gior ­nata si chiude presto.

Il comizio radio e teletrasmesso per un pubblico che finisce, quindi, con l’essere abbastanza simile a quello che andava al comizio anche in piazza o in teatro, ha conservato la maggior parte dei caratteri tradizionali. Il tono è di spettacolo non meno che di comunica ­zione del programma del partito. La trasmissione in questo senso è at ­traente, ma più suggestiva che logica, che informatrice.

Tutta la politica in mezz’ora

Gli applausi, come nel costume più risaputo dell’eloquenza e magari della retorica, arrivano puntuali e intonati alla chiusura sonora del periodo. E’ inevitabile che l’oratore li richiami con qualche frase a effetto. Nella sera ­ta dei due comizi citati il clima dello spettacolo si è segnalato anche con l’in ­dicazione dei presenti ragguardevoli in prima fila. C’erano Sophia Loren e De Sica, ha avvertito lo speaker, il che, se può aver allietato il pubblico curioso di questi particolari, può non aver avuto alcun particolare significa ­to politico.

I « pochi minuti » più volte, a ragio ­ne, lamentati, nel suo discorso, dall’on. Nenni, hanno comportato e comporta ­no una trattazione rapida degli argo ­menti. Per esempio, era stato chiesto al vice-presidente del Consiglio di par ­lare: a) sulla programmazione; b) sul ­le case, gli ospedali e le scuole; c) sul divorzio; d) sulla condizione degli stu ­denti; e) sulla sua personale esperien ­za governativa dopo decenni di lavoro all’opposizione; f ) sull’Italia « ricca » e l’Italia « povera »; g) sull’evoluzione politica della Cecoslovacchia. Ora, sen ­za entrare nel merito di che cosa Nen ­ni pensasse di tutto ciò, non è difficile constatare l’impossibilità, per un ora ­tore sia pure esperto e per molti versi come lui affascinante, di esaurire in una mezz’oretta, fra applausi e inter ­ruzioni, anche uno solo di quei sette temi, fra l’altro tanto disparati.

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