Emozioni e pensieri

di Arrigo Benedetti
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 29 gennaio 1969]

Lezione giapponese

Non è per la moda del giardinaggio, al solito ispirato al Giappone, e neanche per la riviviscenza del liberty, del resto già in calo. Se i roman ­zi di Yasunari Kawabata, tra ­dotti in italiano, sono ven ­duti e letti, due fatti che pos ­sono non susseguirsi â— un premio Nobel è oggetto da lasciare su un tavolo per fi ­gura â— dev’esserci un’altra ra ­gione.

Qualche lettore forse si la ­scia prendere da narrazioni così poco romanzesche pro ­prio perché rivelano una vir ­tù che noi non abbiamo: lo straordinario equilibrio fra il passato e il presente, fra l’ar ­tificio e la natura. Che non c’interessi raggiungerlo, lo di ­mostra la devastazione delle architetture, dalla casa coloni ­ca al palazzo. Lo conferma lo scempio del paesaggio. Le piante e i fiori sono diventa ­ti, è vero, un articolo com ­merciale, ma solo per merito degli architetti, i quali insi ­stono nel dire a clienti rilut ­tanti che occorrono per com ­pletare l’arredamento.

Kawabata trae i racconti da emozioni suscitate nel suo ani ­mo, e divenute immagini: il rinverdire dei boschi, il fiorire dei frutteti, la visione di anti ­che architetture e il movi ­mento della folla, nei quartie ­ri vecchi come nei nuovi. Gen ­te semplice si chiede perché i fiori di ciliegio restino belli quando cadono a terra, e in ­vece i petali del tulipano ca ­dendo perdono la loro bellez ­za, e ne discutono.

Lo scrittore italiano invece vede un solo aspetto della realtà. Una camera da letto, un ufficio, un quartiere ope ­raio, un terreno periferico, un borgo di pianura o di collina appaiono come ritagliati, con uno sforzo volontario, da un insieme reale più complesso. Quasi si direbbe che si punti sulla astoricità e che le si sostituisca la socialità o la psi ­cologia. Atteggiamento che ri ­sponde a quello della mag ­gioranza degli italiani. La na ­tura è un inconveniente da sopportare la domenica o in vacanza d’estate. L’arte un’in ­trusione in un tipo di vita quasi esclusivamente fisiolo ­gica.

Kawabata al contrario sen ­te quant’è complicata e con ­traddittoria la realtà del suo paese, in ciò simile al nostro.

E vengono in mente -â— forse è un’impressione soggettiva â— due scrittori così diversi da lui: Thomas Hardy, special ­mente in Tess d’Uberville, do ­ve si sentono le stratifica ­zioni della storia perfino nei nomi delle famiglie e dei luo ­ghi, e Marcel Proust che, nel grande flusso della sua prosa, fonde cattedrali e catapecchie, interni modesti di Illiers (la sua Combray) e salotti dell’Avenue Hoche, acciacchi personali ed eventi storici: dal caso Dreyfus alla prima guer ­ra mondiale.

Borboni di Napoli

Dopo il Pietro Leopoldo di Adam Wandruzska, per me bellissimo, mesi fa decisi di leggere, per confrontare due mondi, I Borboni di Napoli di Harold Acton, l’inglese di Firenze consanguineo della ce ­lebre famiglia, non per cittadinanza ma per i servizi resi nel nostro paese, anglo-ita ­liana.

Dalla corte fiorentina, dove intorno al giovanissimo gran ­duca Pietro Leopoldo, figlio di Maria Teresa d’Austria e di Francesco di Lorena, i fisiocratici e i giansenisti to ­scani si trovarono a espan ­dere energie e idee, vagheg ­giando anzitempo, specie i primi, un avvenire liberale, si salta in quella di Napoli. Tralasciamo il breve e non privo di meriti regno di Car ­lo I. Il confronto con Firen ­ze ha risalto quando ha la corona Ferdinando, il robu ­sto, bonario, talvolta crudele, re Nasone.

In un soggiorno a Napoli, per accompagnare la sorella Maria Carolina, per procura già moglie appunto del giova ­ne re, Pietro Leopoldo restò sbalordito dall’aria festaiola della città e dalla rozzezza del cognato. Non sarebbe un cat ­tivo figliolo, scrisse in sostan ­za al fratello Giuseppe II, l’imperatore, però come l’han ­no educato male! Difficile, in una stessa nazione, due corti tanto differenti. Non è che il granduca presentisse gli even ­ti di fine secolo, ma in lui era un febbrile desiderio di mi ­glioramento che lo portava a esaminare con interesse ogni novità, e perfino i princìpi che contraddicevano la sua origine. Mediatore il fiorenti ­no Filippo Mazzei, entrò in relazione con Franklin. Vole ­va il testo della costituzione della Pennsylvania per studiarlo e farlo studiare in vista di uno statuto da elargire ai to ­scani. Montesquieu era, come si dice, il libro tenuto sul comodino.

A Napoli, feste a corte e nei vicoli, Ferdinando non posa a lazzero; lo è e confonde la caccia con la ragion di stato. Maria Carolina emulerà, go ­vernando il regno, la madre, però con ogni mezzo: compre ­si quelli a disposizione d’ogni

donna. Sir William Hamilton, ambasciatore britannico, la sua giovane moglie Emma, perfino l’austero Nelson, il cauto Edward Acton, mi paio ­no gli esempi â— non direi i precursori perché in Italia n’erano già scesi altri â— di quei nordici che, prudenti a casa loro, appena attraversano le Alpi, si sciolgono.

Gli italiani â— nobili e ple ­bei â— fanno da sfondo, amati solo per la loro naturale spen ­sieratezza. L’Acton di oggi, a cui si deve un libro ricco di piacevolezze, e non per ciò futile, pare quasi avercela coi « giacobini » napoletani del ’99. Gli rinfaccia di recitare una parte che non era loro. Di Vico neanche l’odore ben ­ché fosse morto da pochi de ­cenni. Su Gaetano Filangieri qualche aneddoto; per esem ­pio lo vediamo a tavola con Goethe. E’ il modo con cui per lo più ci amano gli stra ­nieri, e non sbagliano sem ­pre. Come se, fra loro e l’Ita ­lia colta ed efficiente â— che invece il giovanissimo Pietro Leopoldo vide subito e inco ­raggiò â— si frapponessero Canzonissima, il Festival di San Remo, e le occasioni di peccato che la penisola e le isole offrono neutralizzando gli scrupoli.

I nemici dell’arte

Perché scrivi? Che senso ha ormai? Ohibò, seguitare coi romanzi e le novelle…

Lo scrittore non più gio ­vane, e che non sa fare al ­tro, ci dorme su e la mattina si siede alla scrivania con le illusioni di sempre. Avverte la presenza d’un lettore affi ­ne, che, simile a un angelo custode, detta. Mentre lavora non si chiede se il romanzo sia vivo o morto: in quell’at ­timo, sa ch’è la sua ragione di vita, e che può esserlo di qualchedun altro.

Invece, quando, la sera, lo stesso scrittore s’imbatte in saccenti i quali irridono lo scrivere individuale, sosten ­gono che l’arte è ipotesi di lavoro e operazione colletti ­va, per una notte dormirà male, e la mattina dopo si sentirà svogliato. Dovevo ribattere, e con un insulto; an ­zi, con uno sberleffo scurrile, si dice.

II diavolo

Due vicini, marito e mo ­glie, rimpatriati dalle Ameri ­che, mi vengono a trovare e, dopo aver ammesso di tro ­varsi bene in queste campa ­gne dove gli operai diventa ­no imprenditori e i contadini operai, ammutoliscono. M’ac ­corgo che vorrebbero confi ­darmi una loro pena.

« Laggiù â— in America i nostri figli » mi dice lui alla fine « frequentavano scuo ­le miste per quel che riguarda la religione; noi, naturalmente, li avevamo dichiarati cattolici. Ora, ci succede qualcosa che rimpatriando non avevamo previsto… ».

L’amico sorride con un lieve impaccio, quasi arrossisce e si rivolge alla moglie, come se volesse chiederle se è opportuno confidarsi con me o almeno sfogare la loro an ­goscia.

« Ti spiego che ci succe ­de » continua dopo la breve sospensione. « Alla scuola di catechismo, hanno parlato ai nostri figli del diavolo e del ­l’inferno, però in un modo così realistico da spaventarli ».

E’ vero? E’ vero? I bambini lo domandavano ai genitori che, accortisi delle loro inquietudini, erano corsi, di notte, a vedere che avessero e perché smaniassero nei let ­tini. Ora, lui e lei, non sa ­pevano come comportarsi. Ne ­gare l’esistenza delle pene infernali? Levare i figli dal catechismo? Decisioni incre ­sciose, essendo entrambi cre ­denti, e infine avvezzi, quan ­d’anche prevalesse in loro la tendenza agnostica che son ­necchia in ogni italiano, al mondo americano dove l’agno ­sticismo ostentato appare so ­cialmente inammissibile, spe ­cie quando c’entrano dei bam ­bini.

Mi venivano sulla punta della lingua nomi di preti dei dintorni che, per bonarietà o per cultura, avrebbero certo risparmiato ai figli dei miei amici la paura dell’al di là. Però ero incerto. Ricordavo i miei terrori infantili, equili ­brati dal sostanziale scettici ­smo di tante famiglie italiane, le quali sanno tenere a bada il sovrannaturale. Non lo ne ­gano e nemmeno l’ammetto ­no nei termini della tradizio ­ne. Infine, proprio io dovrei risolvere certi problemi?

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