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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I MAESTRI: Emozioni e pensieri

5 Dicembre 2013

di Arrigo Benedetti
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, mercoled√¨ 29 gennaio 1969]

Lezione giapponese

Non √® per la moda del giardinaggio, al solito ispirato al Giappone, e neanche per la riviviscenza del liberty, del resto gi√† in calo. Se i roman ¬≠zi di Yasunari Kawabata, tra ¬≠dotti in italiano, sono ven ¬≠duti e letti, due fatti che pos ¬≠sono non susseguirsi √Ę‚ÄĒ un premio Nobel √® oggetto da lasciare su un tavolo per fi ¬≠gura √Ę‚ÄĒ dev’esserci un’altra ra ¬≠gione.

Qualche lettore forse si la ¬≠scia prendere da narrazioni cos√¨ poco romanzesche pro ¬≠prio perch√© rivelano una vir ¬≠t√Ļ che noi non abbiamo: lo straordinario equilibrio fra il passato e il presente, fra l’ar ¬≠tificio e la natura. Che non c’interessi raggiungerlo, lo di ¬≠mostra la devastazione delle architetture, dalla casa coloni ¬≠ca al palazzo. Lo conferma lo scempio del paesaggio. Le piante e i fiori sono diventa ¬≠ti, √® vero, un articolo com ¬≠merciale, ma solo per merito degli architetti, i quali insi ¬≠stono nel dire a clienti rilut ¬≠tanti che occorrono per com ¬≠pletare l’arredamento.

Kawabata trae i racconti da emozioni suscitate nel suo ani ­mo, e divenute immagini: il rinverdire dei boschi, il fiorire dei frutteti, la visione di anti ­che architetture e il movi ­mento della folla, nei quartie ­ri vecchi come nei nuovi. Gen ­te semplice si chiede perché i fiori di ciliegio restino belli quando cadono a terra, e in ­vece i petali del tulipano ca ­dendo perdono la loro bellez ­za, e ne discutono.

Lo scrittore italiano invece vede un solo aspetto della realt√†. Una camera da letto, un ufficio, un quartiere ope ¬≠raio, un terreno periferico, un borgo di pianura o di collina appaiono come ritagliati, con uno sforzo volontario, da un insieme reale pi√Ļ complesso. Quasi si direbbe che si punti sulla astoricit√† e che le si sostituisca la socialit√† o la psi ¬≠cologia. Atteggiamento che ri ¬≠sponde a quello della mag ¬≠gioranza degli italiani. La na ¬≠tura √® un inconveniente da sopportare la domenica o in vacanza d’estate. L’arte un’in ¬≠trusione in un tipo di vita quasi esclusivamente fisiolo ¬≠gica.

Kawabata al contrario sen ¬≠te quant’√® complicata e con ¬≠traddittoria la realt√† del suo paese, in ci√≤ simile al nostro.

E vengono in mente -√Ę‚ÄĒ forse √® un’impressione soggettiva √Ę‚ÄĒ due scrittori cos√¨ diversi da lui: Thomas Hardy, special ¬≠mente in Tess d’Uberville, do ¬≠ve si sentono le stratifica ¬≠zioni della storia perfino nei nomi delle famiglie e dei luo ¬≠ghi, e Marcel Proust che, nel grande flusso della sua prosa, fonde cattedrali e catapecchie, interni modesti di Illiers (la sua Combray) e salotti dell’Avenue Hoche, acciacchi personali ed eventi storici: dal caso Dreyfus alla prima guer ¬≠ra mondiale.

Borboni di Napoli

Dopo il Pietro Leopoldo di Adam Wandruzska, per me bellissimo, mesi fa decisi di leggere, per confrontare due mondi, I Borboni di Napoli di Harold Acton, l’inglese di Firenze consanguineo della ce ¬≠lebre famiglia, non per cittadinanza ma per i servizi resi nel nostro paese, anglo-ita ¬≠liana.

Dalla corte fiorentina, dove intorno al giovanissimo gran ¬≠duca Pietro Leopoldo, figlio di Maria Teresa d’Austria e di Francesco di Lorena, i fisiocratici e i giansenisti to ¬≠scani si trovarono a espan ¬≠dere energie e idee, vagheg ¬≠giando anzitempo, specie i primi, un avvenire liberale, si salta in quella di Napoli. Tralasciamo il breve e non privo di meriti regno di Car ¬≠lo I. Il confronto con Firen ¬≠ze ha risalto quando ha la corona Ferdinando, il robu ¬≠sto, bonario, talvolta crudele, re Nasone.

In un soggiorno a Napoli, per accompagnare la sorella Maria Carolina, per procura gi√† moglie appunto del giova ¬≠ne re, Pietro Leopoldo rest√≤ sbalordito dall’aria festaiola della citt√† e dalla rozzezza del cognato. Non sarebbe un cat ¬≠tivo figliolo, scrisse in sostan ¬≠za al fratello Giuseppe II, l’imperatore, per√≤ come l’han ¬≠no educato male! Difficile, in una stessa nazione, due corti tanto differenti. Non √® che il granduca presentisse gli even ¬≠ti di fine secolo, ma in lui era un febbrile desiderio di mi ¬≠glioramento che lo portava a esaminare con interesse ogni novit√†, e perfino i princ√¨pi che contraddicevano la sua origine. Mediatore il fiorenti ¬≠no Filippo Mazzei, entr√≤ in relazione con Franklin. Vole ¬≠va il testo della costituzione della Pennsylvania per studiarlo e farlo studiare in vista di uno statuto da elargire ai to ¬≠scani. Montesquieu era, come si dice, il libro tenuto sul comodino.

A Napoli, feste a corte e nei vicoli, Ferdinando non posa a lazzero; lo √® e confonde la caccia con la ragion di stato. Maria Carolina emuler√†, go ¬≠vernando il regno, la madre, per√≤ con ogni mezzo: compre ¬≠si quelli a disposizione d’ogni

donna. Sir William Hamilton, ambasciatore britannico, la sua giovane moglie Emma, perfino l’austero Nelson, il cauto Edward Acton, mi paio ¬≠no gli esempi √Ę‚ÄĒ non direi i precursori perch√© in Italia n’erano gi√† scesi altri √Ę‚ÄĒ di quei nordici che, prudenti a casa loro, appena attraversano le Alpi, si sciolgono.

Gli italiani √Ę‚ÄĒ nobili e ple ¬≠bei √Ę‚ÄĒ fanno da sfondo, amati solo per la loro naturale spen ¬≠sieratezza. L’Acton di oggi, a cui si deve un libro ricco di piacevolezze, e non per ci√≤ futile, pare quasi avercela coi ¬ę giacobini ¬Ľ napoletani del ’99. Gli rinfaccia di recitare una parte che non era loro. Di Vico neanche l’odore ben ¬≠ch√© fosse morto da pochi de ¬≠cenni. Su Gaetano Filangieri qualche aneddoto; per esem ¬≠pio lo vediamo a tavola con Goethe. E’ il modo con cui per lo pi√Ļ ci amano gli stra ¬≠nieri, e non sbagliano sem ¬≠pre. Come se, fra loro e l’Ita ¬≠lia colta ed efficiente √Ę‚ÄĒ che invece il giovanissimo Pietro Leopoldo vide subito e inco ¬≠raggi√≤ √Ę‚ÄĒ si frapponessero Canzonissima, il Festival di San Remo, e le occasioni di peccato che la penisola e le isole offrono neutralizzando gli scrupoli.

I nemici dell’arte

Perch√© scrivi? Che senso ha ormai? Ohib√≤, seguitare coi romanzi e le novelle…

Lo scrittore non pi√Ļ gio ¬≠vane, e che non sa fare al ¬≠tro, ci dorme su e la mattina si siede alla scrivania con le illusioni di sempre. Avverte la presenza d’un lettore affi ¬≠ne, che, simile a un angelo custode, detta. Mentre lavora non si chiede se il romanzo sia vivo o morto: in quell’at ¬≠timo, sa ch’√® la sua ragione di vita, e che pu√≤ esserlo di qualchedun altro.

Invece, quando, la sera, lo stesso scrittore s’imbatte in saccenti i quali irridono lo scrivere individuale, sosten ¬≠gono che l’arte √® ipotesi di lavoro e operazione colletti ¬≠va, per una notte dormir√† male, e la mattina dopo si sentir√† svogliato. Dovevo ribattere, e con un insulto; an ¬≠zi, con uno sberleffo scurrile, si dice.

II diavolo

Due vicini, marito e mo ¬≠glie, rimpatriati dalle Ameri ¬≠che, mi vengono a trovare e, dopo aver ammesso di tro ¬≠varsi bene in queste campa ¬≠gne dove gli operai diventa ¬≠no imprenditori e i contadini operai, ammutoliscono. M’ac ¬≠corgo che vorrebbero confi ¬≠darmi una loro pena.

¬ę Laggi√Ļ √Ę‚ÄĒ in America i nostri figli ¬Ľ mi dice lui alla fine ¬ę frequentavano scuo ¬≠le miste per quel che riguarda la religione; noi, naturalmente, li avevamo dichiarati cattolici. Ora, ci succede qualcosa che rimpatriando non avevamo previsto… ¬Ľ.

L’amico sorride con un lieve impaccio, quasi arrossisce e si rivolge alla moglie, come se volesse chiederle se √® opportuno confidarsi con me o almeno sfogare la loro an ¬≠goscia.

¬ę Ti spiego che ci succe ¬≠de ¬Ľ continua dopo la breve sospensione. ¬ę Alla scuola di catechismo, hanno parlato ai nostri figli del diavolo e del ¬≠l’inferno, per√≤ in un modo cos√¨ realistico da spaventarli ¬Ľ.

E’ vero? E’ vero? I bambini lo domandavano ai genitori che, accortisi delle loro inquietudini, erano corsi, di notte, a vedere che avessero e perch√© smaniassero nei let ¬≠tini. Ora, lui e lei, non sa ¬≠pevano come comportarsi. Ne ¬≠gare l’esistenza delle pene infernali? Levare i figli dal catechismo? Decisioni incre ¬≠sciose, essendo entrambi cre ¬≠denti, e infine avvezzi, quan ¬≠d’anche prevalesse in loro la tendenza agnostica che son ¬≠necchia in ogni italiano, al mondo americano dove l’agno ¬≠sticismo ostentato appare so ¬≠cialmente inammissibile, spe ¬≠cie quando c’entrano dei bam ¬≠bini.

Mi venivano sulla punta della lingua nomi di preti dei dintorni che, per bonariet√† o per cultura, avrebbero certo risparmiato ai figli dei miei amici la paura dell’al di l√†. Per√≤ ero incerto. Ricordavo i miei terrori infantili, equili ¬≠brati dal sostanziale scettici ¬≠smo di tante famiglie italiane, le quali sanno tenere a bada il sovrannaturale. Non lo ne ¬≠gano e nemmeno l’ammetto ¬≠no nei termini della tradizio ¬≠ne. Infine, proprio io dovrei risolvere certi problemi?


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Bart