di Alberto Bevilacqua
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 25 maggio 1970]
Di solito, questi nostri scrit ti partono da un fatto di cro naca per trarne delle considerazioni generali o risalire ad esperienze vissute, in grado di dare un senso storicamente umano allo spunto. Stavolta, seguiamo la via inversa. Par tiamo da un’esperienza, lon tana nel tempo, per arrivare a un fatto di cronaca. Ricor do un viaggio che io, bambi no, feci partendo da Parma, insieme a mia madre, ad un sacerdote e ad un compagno di nome Palmera, di profes sione macellaio e di vocazione corista. Eravamo diretti al luogo in cui il fratello di mia madre scontava il suo confino.
Durante il viaggio accadde il seguente episodio.
Il treno rallentò, dopo una galleria e contemporaneamen te all’arrestarsi del convoglio in una piccola stazione, una voce gridò da fuori: â— Palmera! â—. Il Palmera si pre cipitò giù, fece un tratto di corsa e si abbracciò con un uomo che lo aspettava. Nel l’abbraccio girava la testa ora sulla spalla destra ora su quel la sinistra del compagno, con una vitalità animalesca. â— Mantovani! â—, esclamava. E l’altro ripeteva: â— Palmera… â—. Quando lo liberò dalle sue grandi braccia, il Mantovani ci apparve magro, dentro un cappotto da conta dino: e sparse intorno a lui, c’erano una quantità di botti glie e di ceste. Alcune erano colme di aranci, altre di lunghi pani bianchi, altre ancora erano coperte da un fazzoletto ma si capiva ugualmente che contenevano cibo. Il Palmera cominciò ad afferrare via via le ceste e a passarle attraverso il finestrino: ora al sacerdote, ora a mia madre. E intanto chiedeva: â— Come ti trovi, Mantovani… â—.
Bene.
– I tempi sono duri, eh ?
– Sono duri â—, ammise il compagno, che restava immo bile, senza prestare alcun aiu to al Palmera, con un pensie ro malinconico negli occhi. â— Adesso però sono belli â—, ag giunse â— perché ci sono gli aranci â—. Era chiaro che non si decideva a porre la doman da che più gli stava a cuore. Fu il Palmera a facilitargliela, senza volerlo. Mentre porgeva al sacerdote una cesta da cui spenzolava la cresta morta di un gallo spennato â— ripeten do sprezzantemente, perché il compagno lo udisse, Attento prete, tieni forte â— il Palmera chiese: â— Quanti anni sono, Mantovani, che stai incatenato qui, eh ? â—. Il Mantovani ri spose: â— Tre anni â—, e su bito con ansia, rosso in viso, chiese a sua volta: â— E Par ma, com’è? â—. â— Bene â—, ri spose distrattamente il Palmera.
– E mia moglie Giovanna?
Il Palmera fu come colpito alle spalle da questa doman da. Restò con una cesta di aranci a mezz’aria. I suoi ge sti si rallentarono. Si piegò su un’altra cesta, per non dover guardare in faccia il compa gno mentre ripeteva: â— Be ne â—. Adesso capivamo la fretta con cui il Palmera, do po aver abbracciato euforica mente il Mantovani, si era precipitato sulle ceste e le ave va caricate. Nel tentativo di evitare quelle domande, la lo ro infinita tristezza.
– E i miei figli?
Il Palmera lo guardò senza rispondere.
Giulio è morto qualche mese dopo la mia partenza â—, disse molto dolcemente il Man tovani. E ripetendo a voce alta una giustificazione che doveva essersi proposta in tutti quegli anni, aggiunse:
Ma era troppo piccolo… Di quattro mesi… E troppo ma gro. Si capisce.
Il Palmera non raccoglieva più le ceste.
– Ma gli altri due?… Fe derico, Matteo?
– Bene â—, disse il Palmera.
– Me lo giuri?
– Te lo giuro.
– Me lo giuri da vecchio compagno? â—, insisteva il Mantovani.
– Te lo giuro da vecchio compagno.
Il Mantovani lo ringraziò con un amaro sorriso. Scos se il capo: â— E pensare che c’ero quasi riuscito, a inse gnare a scrivere a mia mo glie… Così avrei potuto rice vere qualche lettera â—. Il Palmera se ne andò verso la por tiera con l’ultima cesta sotto il braccio. â— Ti ringrazio â—, disse al Mantovani. â— Erava mo tutti
affamati come lupi.
– Grazie a te â—, replicò l’al tro, e ci si accorse che, du rante l’abbraccio, il Palmera gli aveva messo nelle mani un mazzo di soldi, che ora lui si infilava nella tasca interna del cappotto.
Il Mantovani aspettò quin di che il Palmera si affaccias se al finestrino per concludere il proprio discorso: â— Quan do la catena mi ha detto che saresti arrivato, sono stato molto felice. Non ho dormito tutta una notte â—. La catena era costituita dagli informatori a cui, di città in città, era dato il compito di passare la vo ce sul passaggio dei compagni. Il Mantovani allungò il brac cio, aspettando che il Palme ra gli stringesse la mano. Il Palmera fu sul punto di farlo, ma poi capì che era disumano continuare in una tiepida fun zione consolatoria, e che al Mantovani doveva dare un aiuto che fosse qualcosa di sé; allora gli diede tutta la mostruosa euforia di cui si ri trovò capace. Spalancò le braccia e gridò: â— Siamo dei pazzi, Mantovani, ma proprio per questo tutto andrà bene. Ridi, Mantovani. Siamo dei grandi pazzi!… â—. Afferrò un grosso arancio e lo spaccò con i denti, affondandoci la faccia ed estraendola sporca di purpurea polpa: â— Esul tate! â—, intonò dall’Otello. Si interruppe. â— Dài, Manto vani, anche tu! â—, gridò. Poi riprese: â— Esultate!
Ma il treno s’era già mosso. Per cui, da lontano, vedevamo solo il Mantovani che muove va le labbra e forse diceva realmente, continuando il can to: « …l’orgoglio musulmano, sepolto è in mar, nostra e del ciel è gloria ».
*
Il fatto di cronaca si riduce, ora, semplicemente ad una fac cia. Quella di Mikis Theodorakis, durante il suo arrivo a Roma. Una faccia che dichia ra: « Ho forse il destino di essere prigioniero ». L’ho guar data dalla folla, composta in gran parte da esuli e da gio vani, poco più che ragazzi, e vi ho letto quel destino in una specie di conformazione orga nica, epidermica, ossea, e con qualcosa di biologicamente spento che non può non tra smettere terrore. Forse a qual che letteratino di casa nostra, il richiamo potrà apparire an che retorico, ma non m’impor ta, perché in mezzo alla folla di Fiumicino e al trambusto (anche un po’ retorico, sì, com’è inevitabile e giusto in questi casi) con cui si acco glieva il musicista greco, io ho rivisto sinceramente, dolo rosamente la faccia del Man tovani, inquadrata dal finestri no del treno, e le sue stesse stimmate. Il destino del pri gioniero â— a cui ha accen nato Theodorakis appena di sceso dall’aereo â— non è dun que soltanto qualcosa di mo rale è, nel nostro caso, di al tamente ideologico, ma di fi sico: una tremenda legge di proibizione che diventa un modo di essere, ed essa stessa una malattia.
Tralasciamo quella che è la cornice esterna, clamorosa, e la stessa valutazione politica dell’avvenimento, e fermiamo ci sugli occhi, sulla pelle, sul leggero, lucido sudore della fronte, soprattutto su quella emanazione opaca di vitalità offesa che, con la stessa evi denza di certe luminosità ro see che al contrario si spri gionano dalle facce sane ed esuberanti, circonda i tratti somatici, rendendoli i soli elo quenti. Le parole, i discorsi si fanno irrisori al confronto.
Il prigioniero politico, anche il più geniale, il più santo, su bisce questa orrenda condan na di degradarsi a creatura della terra che l’umiliazione degli altri uomini vizia e cor rompe nelle cellule. Perciò il destino di Theodorakis stava nella sua apparenza a chi po teva fare il confronto tra il volto di ora e quello anche dei tempi di Zorba, capiva be nissimo che non si trattava soltanto della malattia che in carcere può essersi aggravata, o di altre conseguenze di que sto tipo; ma piuttosto del fat to che esiste ancora oggi una prigione che è più forte della mente e dello spirito, e che magari lascia libero il prigio niero allorché si rende conto (o si illude) di aver spezzato infallibilmente qualcosa di quella mente e di quello spi rito.
*
Resta una domanda: fino a che punto la speranza eroica, testarda che era presente nel destino del Mantovani, sia sta ta oggi cancellata dalla disu manizzazione in atto, provoca ta dalla riduzione dell’uomo a slogan sociale, dalla metamor fosi dell’uomo – protagonista, quindi responsabile di un ruo lo, in uomo-particella confu so in una struttura politica, sociale, economica che lo pre varica e lo avvolge, ma che gli è ancora oscura: angoscio sa e vagante come la nube purpurea di Shiel. L’uomo contemporaneo sta perdendo quella fantasia e quella fidu cia in se stesso, che gli con sentivano di crearsi una spe cie di alter-ergo (gli ideali, ap punto) con il quale intratte neva una specie di dialogo a livello mentale o psicologico o spirituale. Oggi il dialogo con le proprie idee, le proprie emo zioni e la propria fede rischia di diventare una parodia che sconfina nel meccanico. Ripe tiamo: cosa sta succedendo di quella tale, religiosa speranza che io, ricordo fortissima nel silenzio del Mantovani e nel grido del Palmera?