di Gordiano Lupi
INTRODUZIONE
Dei miei anni trascorsi allo Stadio Magona, sospesi fra dribbling e sogni, rivivo spesso il rimbombo dei tacchetti di alluminio nel sottopassaggio, la luce che ci accoglieva all’ingresso in campo, l’odore dell’erba. E una folla di emozioni, gesti, maestri di vita in tuta che chiamavamo mister, di legami e complicità di spogliatoio che hanno sfidato il tempo. In quegli anni a cavallo fra i Settanta e gli Ottanta, l’impegno civile e il dedicarsi alle cose di tutti non avevano ancora invaso la mia vita: il mio nascere nel 1967 mi aveva impedito quell’incontro precoce e “automatico” con la politica che ha segnato la generazione precedente, o chi è arrivato verso la fine dei Cinquanta. E tuttavia non mi sfuggiva, nella mia vita di studente e di giovane calciatore, di giovane cittadino – non poteva sfuggire a nessuno – la forza dei segni e dei simboli, materiali e immateriali, che mi circondavano. Luoghi, spazi, contesti sociali, anfratti di memoria civica e vestigia monumentali, quell’intreccio fra civismo e senso del collettivo che respiravo ovunque, quell’impasto di acciaio e mare che mi nutriva (mio nonno materno ormeggiatore al porto, mio padre operaio in Magona). Gordiano Lupi intride di questo il suo sforzo narrativo: del suo stare qui, del suo aver conosciuto una Piombino fiera e ricca di quello che aveva e produceva, non solo redditi da lavoro ma un ambiente sociale, una comunità di destino, una periferia ma non del pensiero, un luogo e non un posto. E scrive di calcio. Di quel gioco che ho incontrato nella radiolina di mio padre, imparato sull’asfalto di via 2 giugno e via Curiel, sullo sterrato di via De Sanctis e agli Ulivi, inseguito al Magona e sui campi di mezza Toscana, prima di fermarmi a pensare solo alla vita vera. E ne scrive conoscendone l’anima, avendolo frequentato e amato come quelli che lo hanno visto allora, come un mistero che sfioravi, dilettantistico, nei tuoi luoghi e scoprivi davvero non prima delle 18 e 10, la domenica pomeriggio, sul primo canale, nel sorriso di Paolo Valenti e nei quadricipiti dei campioni. Ed è anche in questo salto metaforico fra le luci della metropoli e la modesta provincialità, fra la gloria del calciatore e la mediocrità dell’allenatore, che si gioca la vicenda di Giovanni. Lupi dimostra in realtà che nel passaggio fra le due dimensioni si può non perdere nulla: un posto di provincia sa dare tanto perché è un luogo denso di valori, relazioni spaziali e umane, e fare l’allenatore di persone autentiche (come i Tarik giunti qui nel tempo da mille altrove, come mio padre e mio nonno dall’Isola d’Elba) può essere esaltante quanto allenare dei professionisti. La storia fa da sfondo all’amore dell’autore per la sua città, come l’ha conosciuta, che descrive e racconta per quel che dà e anche in ciò che appare, nei paesaggi, nelle piazze simbolo, negli scorci, nei parchi, in ciò che ci è più caro. Ritroviamo il passato della nostra città: luogo simbolo del Novecento di lavoro e Resistenza italiana, una delle più longeve città-stato del nostro Paese, e prima ancora una capitale della cultura etrusca. Qualcosa che non si può dimenticare, che non si smarrisce e ci parla di noi come momento di un oltre noi, come frammento di una splendida e incompresa grazia permanente, dispiegandosi in uno sciorinare incedente di sensazioni, caratteri e contesti che ci rendono protagonisti del romanzo che leggiamo.
Gianni Anselmi
(Sindaco di Piombino ed ex calciatore nerazzurro)