di Alberto Bevilacqua
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 20 aprile 1970]
La parola samurai ci ri portava, fino a ieri, all’epoca feudale giapponese e alla casta privilegiata di uomini d’arma, gli uomini dalle due spade, che animati da principi etici precedevano nella scala socia le i commercianti, gli artigia ni, i contadini. I pirati che hanno terrorizzato i passeg geri del Boeing della JAL, in vece, assumendo la definizione di samurai dell’aria, hanno attualizzato brutalmente la pa rola, dandole il senso più si nistro e ambiguo. Il samurai che esercita il terrore con un pretesto ideologico, non è ov viamente solo del Giappone o dell’epoca feudale, ma il frut to della sopraffazione umana che ricerca da sempre una ma schera nel suo contrario: cioè nell’idealità, nel principio.
Un’innegabile evidenza ci mostra dunque che, in un mondo il quale dichiara di aver toccato molti estremi con fini della civiltà, i samurai del crimine sono più che mai vivi e attuali; mandatari del ter rore, essi compiono le loro missioni con un’inciviltà para dossale e preistorica sulla quale â— ammettiamolo â— spesso non riflettiamo abba stanza, o per stanchezza mo rale o per nausea o per una inconscia volontà di non inor ridire. A meno che non sia la cronaca, appunto, ad in chiodarci clamorosamente al- l’obbligo di inorridire: allora scopriamo quanto i samurai operino tra noi, e ci rendia mo conto che la nostra pro clamata civiltà non può essere tale soprattutto a causa del loro esistere. Ma le segnala zioni della cronaca sono occa sionali, spesso spuntano dai giornali ai nostri occhi come le code delle comete contro il cosmo. Quale cronaca ci parlerà mai del corpo di un perseguitato politico che i sa murai hanno inchiodato alla pala di un mulino a vento (non importa quando e dove, perché il fanatismo iniquo ha una sola terra e un solo luo go: i suoi)? Questa resterà assai meno di una notizia, un semplice passar parola sui cri mini a freddo che si moltipli cano nel mondo. Perciò chi, come me, ha cominciato a co noscere la vita in mezzo a gente che i samurai persegui tavano, si trova trascinato in ricordi la cui spietata assur dità è dinamica, progressiva, poiché cresce con il crescere della cocciutaggine che spin ge l’uomo a battere le solite strade. Di tutto ciò, credo di poter raccontare un episodio esemplare. I protagonisti sono tre: un mio parente, che finì la sua vita in un tremendo luogo di pena (e che chiamerò l’uomo), un samurai appunto, e la nostra dittatura, poco tempo prima dell’ultima guerra.
*
L’uomo, ogni sera, si pre sentava all’ufficio del samurai. Portava sottobraccio la cena. Per molto tempo, il samurai non lo guardò nemmeno in faccia; gli rivolgeva le domande scrutando il foglio, co me se anche il regolamento e il questionario non fossero state due di quelle cose che conosceva a memoria. Nome e cognome. L’uomo risponde va. « Che cosa hai fatto og gi? », chiedeva il samurai. L’uomo elencava le sue azioni con una tiritera. « Che cosa farai stasera? ». L’uomo ri spondeva invariabilmente: nul la. Quindi si alzava. Ripren deva il pacchetto della cena. Usciva. Il samurai metteva un timbro, archiviava il foglio.
Nulla, era la parola con cui si lasciavano e scrivendola sul foglio il samurai vi meditava un attimo. Si avvicinava alla finestra e guardava l’uomo mentre attraversava la strada, fino a che non scompariva. Si rimetteva al tavolo, fissava il vuoto, oppure rileggeva le solite righe come se avesse potuto trovarci, finalmente, una parola nuova.
L’uomo lo sapeva.
Aveva capito la vergogna con cui l’altro l’interrogava, e che questa vergogna cresce va ogni volta di più, avvici nandosi ad una decisione. Un giorno si incontrarono per strada. L’uomo camminava nel marciapiede di destra, il sa murai nel marciapiede di si nistra. L’uomo lo salutò con la testa, l’altro rimase inter detto. Si girò verso l’uomo che continuava a camminare, af fondando le mani nel cappot to, poi attraversò e cominciò a pedinarlo. Lo seguiva a di stanza, ma senza nascondere le sue intenzioni. Finché non si ritrovarono nella periferia, dove non c’erano più case e nella strada non c’erano che loro due. L’uomo si avventurò tra i rifiuti di un campo: remoto il rumore della città, remote le voci, solo il silenzio, così profondo che l’uno poteva udire il respiro dell’altro. Le scarpe dell’uomo spezzavano i rami in mezzo ai detriti, le scarpe dell’altro, subito dopo, tornavano a spezzare gli stes si rami. L’uomo scrutò il cie lo, quindi si sedette su un mucchio di sassi, volgendo il viso verso la parte del tra monto. Il samurai rimase alle sue spalle e non si sedette. Tra i due correva qualche metro d’erba e di cartaccia abban donata.
L’uomo fissava il tramonto che cominciava a colmare il cielo, e solo il movimento del la sciarpa, con la mano che l’aggiustava riportandola dal petto alle spalle, faceva capi re che era vivo: tra le ombre senza vita che scendevano ad avvolgerlo. Tutto restò immo bile, lungo i binari in fondo ai campi non transitarono con vogli, la luce vi si fermò fug gendo via dai due uomini, e quel lampo improvviso fu la unica modificazione, prima che gli uccelli tacessero per la notte. Il tramonto d’inver no si spense verso le sei. L’uomo avrebbe dovuto presen tarsi all’ufficio del samurai di lì a mezz’ora, e quindi si al zò. Si aggiustò nel cappotto, sollevò il pacchetto della ce na e se lo rimise sotto il brac cio. Attraversò il campo e quando passò davanti al sa murai, che era rimasto tutto il tempo con le mani affon date nelle tasche, non lo guar dò. Ancora come se non esi stesse. La strada da fare era abbastanza e l’uomo allungò il passo.
Alle sue spalle il samurai faticava, ma quando si profilò l’edificio del controllo, trovò le forze necessarie per accelerare, superare l’altro ed entrare un attimo prima. L’uomo mantenne invece il suo passo regolare: quando appar ve nell’ufficio, il samurai si era appena seduto al suo po sto e non era ancora riuscito a togliersi il cappotto, per cui ora i due si guardavano, rav vicinati e faccia a faccia, ma con lo stesso atteggiamento con il quale si erano insegui ti. Il samurai ansimava. La sua fronte era coperta di su dore. L’uomo, invece, sedeva nella sedia con la solita com postezza. Aveva messo il pac chetto della cena sul tavolo e aspettava le domande.
« Nome e cognome », chie se il samurai. L’uomo rispo se. Il samurai esitò: « Che co sa hai fatto oggi? ». « Ho guardato un tramonto », ri spose l’uomo, senza alcuna espressione particolare. Il sa murai scrisse testualmente la frase. L’uomo lo guardava scrivere con un’attenzione che non aveva mai messo nello scrutare quel cranio macchia to da una lanosità grigia tra la quale scorreva il sudore. Il samurai alzò la testa e do mandò: « Tu sai perché ti ho seguito, oggi? ». « Credo di saperlo », rispose l’uomo. « Al lora dimmelo ». « Per sapere se, scrivendo la frase che ha scritto un attimo fa, l’assurdo in cui ci troviamo le avrebbe dato arroganza e stupido or goglio, oppure l’avrebbe fatta ridere come un pazzo ». Il sa murai si passò le mani sulla faccia. Si tenne coperta la faccia con le mani mentre si trovava al bivio, cioè chiede va disperatamente a se stesso se l’uomo avesse ragione, e quale dei due destini ora lo aspettasse, e se davvero quel lo scelto sarebbe stato il suo destino in un futuro nel qua le non sapeva vedere nulla: tra la superbia, il voltastoma co e il ridere, togliendo le ma ni dalla faccia, ebbe cioè pri ma una smorfia, poi un tre mito nel corpo, infine il ride re smisurato che è l’altro ver so dello sgomento.
Rideva, davvero, come un pazzo. Scuotendo la testa, con le lacrime. L’uomo si alzò e se ne andò prima che quel riso terminasse; lasciò la por ta aperta dietro di sé appunto perché si propagasse nelle stanze dell’edificio, e stupisse tutti quanti. Il riso volò ai piani superiori, inseguì l’uomo verso l’ingresso, in un certo modo contagiandolo, perché il resto della strada lo fece con un’allegrezza addosso, schiet ta com’era la notte, ripulita dal vento, con le luci e le om bre lucide, che gli piacevano, e il freddo che gli pizzicava nel naso. Perciò camminò più adagio, ricordandosi senza sforzo di tante cose.
*
Il ragazzo ha un microfono sotto il viso. Si lascia intervistare annoiato.
« Quanti anni hai? ».
« Una vita davanti ».
« Definisci il fascismo, il na zismo ».
« Cose prima della mia na scita ».
« E la dittatura? ».
« Qualcosa di necessario. Semplicemente perché ci cre de la maggioranza degli uo mini. Non è vero che è il con trario. Solo che la minoranza fa più rumore… O volete rin negare anche le leggi della matematica? ».
« E la morte? ».
« Un fatto personale. Mi piace ».
« Vuoi dire uccidere? ».
« Sì, uccidere. E il fatto che una cosa piaccia non ha bisogno di perché. Quando li cercate sui giornali, i perché, mi fate ridere. Siete dei pap pagalli idioti ».
« E se qualcuno uccidesse te? ».
« Impossibile ».
« Perché? ».
« Perché sono un samurai ».