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LETTERATURA: I MAESTRI: Samurai

23 Gennaio 2014

di Alberto Bevilacqua
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, luned√¨ 20 aprile 1970]

La parola samurai ci ri ¬≠portava, fino a ieri, all’epoca feudale giapponese e alla casta privilegiata di uomini d’arma, gli uomini dalle due spade, che animati da principi etici precedevano nella scala socia ¬≠le i commercianti, gli artigia ¬≠ni, i contadini. I pirati che hanno terrorizzato i passeg ¬≠geri del Boeing della JAL, in ¬≠vece, assumendo la definizione di samurai dell’aria, hanno attualizzato brutalmente la pa ¬≠rola, dandole il senso pi√Ļ si ¬≠nistro e ambiguo. Il samurai che esercita il terrore con un pretesto ideologico, non √® ov ¬≠viamente solo del Giappone o dell’epoca feudale, ma il frut ¬≠to della sopraffazione umana che ricerca da sempre una ma ¬≠schera nel suo contrario: cio√® nell’idealit√†, nel principio.

Un’innegabile evidenza ci mostra dunque che, in un mondo il quale dichiara di aver toccato molti estremi con ¬≠fini della civilt√†, i samurai del crimine sono pi√Ļ che mai vivi e attuali; mandatari del ter ¬≠rore, essi compiono le loro missioni con un’incivilt√† para ¬≠dossale e preistorica sulla quale √Ę‚ÄĒ ammettiamolo √Ę‚ÄĒ spesso non riflettiamo abba ¬≠stanza, o per stanchezza mo ¬≠rale o per nausea o per una inconscia volont√† di non inor ¬≠ridire. A meno che non sia la cronaca, appunto, ad in ¬≠chiodarci clamorosamente al- l’obbligo di inorridire: allora scopriamo quanto i samurai operino tra noi, e ci rendia ¬≠mo conto che la nostra pro ¬≠clamata civilt√† non pu√≤ essere tale soprattutto a causa del loro esistere. Ma le segnala ¬≠zioni della cronaca sono occa ¬≠sionali, spesso spuntano dai giornali ai nostri occhi come le code delle comete contro il cosmo. Quale cronaca ci parler√† mai del corpo di un perseguitato politico che i sa ¬≠murai hanno inchiodato alla pala di un mulino a vento (non importa quando e dove, perch√© il fanatismo iniquo ha una sola terra e un solo luo ¬≠go: i suoi)? Questa rester√† assai meno di una notizia, un semplice passar parola sui cri ¬≠mini a freddo che si moltipli ¬≠cano nel mondo. Perci√≤ chi, come me, ha cominciato a co ¬≠noscere la vita in mezzo a gente che i samurai persegui ¬≠tavano, si trova trascinato in ricordi la cui spietata assur ¬≠dit√† √® dinamica, progressiva, poich√© cresce con il crescere della cocciutaggine che spin ¬≠ge l’uomo a battere le solite strade. Di tutto ci√≤, credo di poter raccontare un episodio esemplare. I protagonisti sono tre: un mio parente, che fin√¨ la sua vita in un tremendo luogo di pena (e che chiamer√≤ l’uomo), un samurai appunto, e la nostra dittatura, poco tempo prima dell’ultima guerra.

*

L’uomo, ogni sera, si pre ¬≠sentava all’ufficio del samurai. Portava sottobraccio la cena. Per molto tempo, il samurai non lo guard√≤ nemmeno in faccia; gli rivolgeva le domande scrutando il foglio, co ¬≠me se anche il regolamento e il questionario non fossero state due di quelle cose che conosceva a memoria. Nome e cognome. L’uomo risponde ¬≠va. ¬ę Che cosa hai fatto og ¬≠gi? ¬Ľ, chiedeva il samurai. L’uomo elencava le sue azioni con una tiritera. ¬ę Che cosa farai stasera? ¬Ľ. L’uomo ri ¬≠spondeva invariabilmente: nul ¬≠la. Quindi si alzava. Ripren ¬≠deva il pacchetto della cena. Usciva. Il samurai metteva un timbro, archiviava il foglio.

Nulla, era la parola con cui si lasciavano e scrivendola sul foglio il samurai vi meditava un attimo. Si avvicinava alla finestra e guardava l’uomo mentre attraversava la strada, fino a che non scompariva. Si rimetteva al tavolo, fissava il vuoto, oppure rileggeva le solite righe come se avesse potuto trovarci, finalmente, una parola nuova.
L’uomo lo sapeva.

Aveva capito la vergogna con cui l’altro l’interrogava, e che questa vergogna cresce ¬≠va ogni volta di pi√Ļ, avvici ¬≠nandosi ad una decisione. Un giorno si incontrarono per strada. L’uomo camminava nel marciapiede di destra, il sa ¬≠murai nel marciapiede di si ¬≠nistra. L’uomo lo salut√≤ con la testa, l’altro rimase inter ¬≠detto. Si gir√≤ verso l’uomo che continuava a camminare, af ¬≠fondando le mani nel cappot ¬≠to, poi attravers√≤ e cominci√≤ a pedinarlo. Lo seguiva a di ¬≠stanza, ma senza nascondere le sue intenzioni. Finch√© non si ritrovarono nella periferia, dove non c’erano pi√Ļ case e nella strada non c’erano che loro due. L’uomo si avventur√≤ tra i rifiuti di un campo: remoto il rumore della citt√†, remote le voci, solo il silenzio, cos√¨ profondo che l’uno poteva udire il respiro dell’altro. Le scarpe dell’uomo spezzavano i rami in mezzo ai detriti, le scarpe dell’altro, subito dopo, tornavano a spezzare gli stes ¬≠si rami. L’uomo scrut√≤ il cie ¬≠lo, quindi si sedette su un mucchio di sassi, volgendo il viso verso la parte del tra ¬≠monto. Il samurai rimase alle sue spalle e non si sedette. Tra i due correva qualche metro d’erba e di cartaccia abban ¬≠donata.

L’uomo fissava il tramonto che cominciava a colmare il cielo, e solo il movimento del ¬≠la sciarpa, con la mano che l’aggiustava riportandola dal petto alle spalle, faceva capi ¬≠re che era vivo: tra le ombre senza vita che scendevano ad avvolgerlo. Tutto rest√≤ immo ¬≠bile, lungo i binari in fondo ai campi non transitarono con ¬≠vogli, la luce vi si ferm√≤ fug ¬≠gendo via dai due uomini, e quel lampo improvviso fu la unica modificazione, prima che gli uccelli tacessero per la notte. Il tramonto d’inver ¬≠no si spense verso le sei. L’uomo avrebbe dovuto presen ¬≠tarsi all’ufficio del samurai di l√¨ a mezz’ora, e quindi si al ¬≠z√≤. Si aggiust√≤ nel cappotto, sollev√≤ il pacchetto della ce ¬≠na e se lo rimise sotto il brac ¬≠cio. Attravers√≤ il campo e quando pass√≤ davanti al sa ¬≠murai, che era rimasto tutto il tempo con le mani affon ¬≠date nelle tasche, non lo guar ¬≠d√≤. Ancora come se non esi ¬≠stesse. La strada da fare era abbastanza e l’uomo allung√≤ il passo.

Alle sue spalle il samurai faticava, ma quando si profil√≤ l’edificio del controllo, trov√≤ le forze necessarie per accelerare, superare l’altro ed entrare un attimo prima. L’uomo mantenne invece il suo passo regolare: quando appar ¬≠ve nell’ufficio, il samurai si era appena seduto al suo po ¬≠sto e non era ancora riuscito a togliersi il cappotto, per cui ora i due si guardavano, rav ¬≠vicinati e faccia a faccia, ma con lo stesso atteggiamento con il quale si erano insegui ¬≠ti. Il samurai ansimava. La sua fronte era coperta di su ¬≠dore. L’uomo, invece, sedeva nella sedia con la solita com ¬≠postezza. Aveva messo il pac ¬≠chetto della cena sul tavolo e aspettava le domande.

¬ę Nome e cognome ¬Ľ, chie ¬≠se il samurai. L’uomo rispo ¬≠se. Il samurai esit√≤: ¬ę Che co ¬≠sa hai fatto oggi? ¬Ľ. ¬ę Ho guardato un tramonto ¬Ľ, ri ¬≠spose l’uomo, senza alcuna espressione particolare. Il sa ¬≠murai scrisse testualmente la frase. L’uomo lo guardava scrivere con un’attenzione che non aveva mai messo nello scrutare quel cranio macchia ¬≠to da una lanosit√† grigia tra la quale scorreva il sudore. Il samurai alz√≤ la testa e do ¬≠mand√≤: ¬ę Tu sai perch√© ti ho seguito, oggi? ¬Ľ. ¬ę Credo di saperlo ¬Ľ, rispose l’uomo. ¬ę Al ¬≠lora dimmelo ¬Ľ. ¬ę Per sapere se, scrivendo la frase che ha scritto un attimo fa, l’assurdo in cui ci troviamo le avrebbe dato arroganza e stupido or ¬≠goglio, oppure l’avrebbe fatta ridere come un pazzo ¬Ľ. Il sa ¬≠murai si pass√≤ le mani sulla faccia. Si tenne coperta la faccia con le mani mentre si trovava al bivio, cio√® chiede ¬≠va disperatamente a se stesso se l’uomo avesse ragione, e quale dei due destini ora lo aspettasse, e se davvero quel ¬≠lo scelto sarebbe stato il suo destino in un futuro nel qua ¬≠le non sapeva vedere nulla: tra la superbia, il voltastoma ¬≠co e il ridere, togliendo le ma ¬≠ni dalla faccia, ebbe cio√® pri ¬≠ma una smorfia, poi un tre ¬≠mito nel corpo, infine il ride ¬≠re smisurato che √® l’altro ver ¬≠so dello sgomento.

Rideva, davvero, come un pazzo. Scuotendo la testa, con le lacrime. L’uomo si alz√≤ e se ne and√≤ prima che quel riso terminasse; lasci√≤ la por ¬≠ta aperta dietro di s√© appunto perch√© si propagasse nelle stanze dell’edificio, e stupisse tutti quanti. Il riso vol√≤ ai piani superiori, insegu√¨ l’uomo verso l’ingresso, in un certo modo contagiandolo, perch√© il resto della strada lo fece con un’allegrezza addosso, schiet ¬≠ta com’era la notte, ripulita dal vento, con le luci e le om ¬≠bre lucide, che gli piacevano, e il freddo che gli pizzicava nel naso. Perci√≤ cammin√≤ pi√Ļ adagio, ricordandosi senza sforzo di tante cose.

*

Il ragazzo ha un microfono sotto il viso. Si lascia intervistare annoiato.
¬ę Quanti anni hai? ¬Ľ.
¬ę Una vita davanti ¬Ľ.
¬ę Definisci il fascismo, il na ¬≠zismo ¬Ľ.
¬ę Cose prima della mia na ¬≠scita ¬Ľ.
¬ę E la dittatura? ¬Ľ.
¬ę Qualcosa di necessario. Semplicemente perch√© ci cre ¬≠de la maggioranza degli uo ¬≠mini. Non √® vero che √® il con ¬≠trario. Solo che la minoranza fa pi√Ļ rumore… O volete rin ¬≠negare anche le leggi della matematica? ¬Ľ.
¬ę E la morte? ¬Ľ.
¬ę Un fatto personale. Mi piace ¬Ľ.
¬ę Vuoi dire uccidere? ¬Ľ.
¬ę S√¨, uccidere. E il fatto che una cosa piaccia non ha bisogno di perch√©. Quando li cercate sui giornali, i perch√©, mi fate ridere. Siete dei pap ¬≠pagalli idioti ¬Ľ.
¬ę E se qualcuno uccidesse te? ¬Ľ.
¬ę Impossibile ¬Ľ.
¬ę Perch√©? ¬Ľ.
¬ę Perch√© sono un samurai ¬Ľ.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart