Henry Moore. Credo nel vuoto

di Pier Francesco Listri
[da “La fiera letteraria”, numero 38, giovedì, 19 settembre 1968]

Forte dei Marmi, settembre

L’uomo piace perché, senza trombe, ha ribaltato le cose. Lo ha fatto nella scultura che è il suo regno e i cronisti chiamano il « Michelangelo del 900 ». Però la regina lo ha nominato sir e l’Observer, a nove colonne, lo ha definito « il più grande degli inglesi vi ­venti ». Eccolo qua Henry Moore, set ­tant’anni, figura da folletto, capelli bianchi brechtiani, figlio di minatore, gli occhiali sgangherati cercati di cor ­sa, la bottiglia sempre a portata di ma ­no (magari una Roveta qualunque), sulla soglia di questa casina tutta ros ­sa fuori tutta bianca dentro, nella pi ­neta del Forte dei Marmi.

C’è dentro la moglie, la figlia Mary, con il fidanzato capellone appena tor ­nati, senza un soldo in tasca, da una gita a Padova, le sedie a sdraio, le alle ­gre cose qualunque del mare. Un rospetto attraversa l’erba davanti alla soglia, Moore si china a seguirlo, le mani sui ginocchi piegati gli occhietti strizzati, il suo gridolino prolungato « Oooh…! ». Vive la vita, e ne ha ribal ­tato una parte. « E’ vero maestro che vuole scolpire una montagna tutta in ­tera delle Apuane, come Michelange ­lo? », lasciando stare questa mitologia idiota, resta un genio ilare, un vecchio forte, un ex-minatore dell’Yorkshire che è contento anche del prezzo astro ­nomico pagato per le sue sculture (a un’asta di New York un suo pezzo ha toccato le sessantamila sterline). Non scolpisce le montagne anzi, fa dei mo ­dellini minuscoli che può tenere sul palmo della mano. Poi i suoi assistenti realizzano nel marmo, nel legno, nella pietra. E allora ci si accorge che sono capolavori indiscutibili, con un linguaggio nuovo e sconvolgente ma apparentemente antico e subito classi ­co, come è appunto dei capolavori.

Qui non ce n’è neppure uno, al mat ­tino Moore va alle cave e sperduto fra quei lastroni studia e sceglie, ma non ammette intrusi. Qui c’è lui con le sue idee che essendo veramente importan ­ti sono semplici e comprensibili. Mi ri ­cordavo che aveva detto « Lascio agli altri l’affanno di sgomentare la bor ­ghesia »: è vero, la sua rivoluzione du ­ra da cinquant’anni, i suoi simboli stanno nelle piazze di cinque conti ­nenti, nei parchi pubblici e privati, nei musei più prestigiosi, nelle case di chi può e nella sua là a Perry Green, cinquanta chilometri da Londra, una fattoria cinquecentesca dei tempi di Shakespeare. Magnifico folletto, conte- statore sul serio, ma allegro e amabile nella conversazione. Soltanto le brac ­cia e le mani, quando si muovono nel ­l’aria, o lisciano una superficie, o se ­gnano una forma hanno una plasticità perentoria, sono quelle di un costrut ­tore.

Per i suoi settant’anni è aperta in questi giorni a Londra la grande mo ­stra monografica alla Tate Gallery; lui stesso mi regala lo splendido catalogo. C’è la rivoluzione di Moore. Le cose che ha « ribaltato » nell’arte contempo ­ranea, decisivo e irreversibile quanto Picasso, ma più unitario di lui; con po ­che cifre testarde che evolvono lenta ­mente in periodi che la critica ha si ­stemato: le « Mother and child », i « Familary grup » le « Reclining figu ­re ».

Moore ha ribaltato le prospettive del Rinascimento e dell’arte classica, però quando gli si chiede se rifiuti il reale, emette il suo caratteristico gri ­dolino ed esclama: « Distruggere la realtà? Ma se anche l’astrattismo è co ­struito su argomenti umani ». I suoi maestri che hanno un nome sono Mi ­chelangelo e i primitivi, soprattutto messicani. Ma il più della sua corposa e inesausta riflessione, Moore lo trae dai sassi eteroformi sui greti dei fiumi, dagli ossi trovati per caso, dalle radici d’albero contorte.

« Lei insegue la bellezza? ».

« Per bello molti intendono quello che è carino (dice: ”pretty”), altri ciò che non li disturba, altri ancora quello che conoscono già. Per me un ippopo ­tamo è bello, un rinoceronte meravi ­glioso. Ecco perché credo che la paro ­la vitalità sia molto più importante nella scultura che la parola bellezza ».

A Moore stanno a cuore gii « argomenti umani ». Conversando si capisce che la matrice di quelle sue opere mo ­numentali, dei guerrieri, delle mater ­nità, dei totem, delle figure reclinate è elementare e antica. « Non ho pro ­grammi filosofici », dice e gorgheggia con la dura ilarità dell’intelligenza strafottente « credo che ognuno ha una attitudine alla filosofia della vita e ha dei conflitti da risolvere. Ma questo non conta. Quel che importa è l’eterna relazione fra gli esseri umani che né la tecnica né l’età spaziale riescono ad alterare. Contano ”il marito”, ”la moglie”, ”la maternità”, il conflitto tra vecchi e giovani,  l’amore, la felicità. Un artista, se vuole durare, deve interpretare queste cose ».

Poi parla delle sue ossessioni. « Una è l’idea fissa », dice, « della figura recli ­nata. Un’altra ossessione sono le for ­me situate dentro ad altre forme. Il che forse nasce da una idea molto sen ­tita della maternità… ». Moore è antro ­pocentrico per eccellenza. Gli interes ­sa l’uomo. E poiché è uno scultore gli interessa il corpo umano. Prendo il di ­scorso da lontano.

« Non coglie una sproporzione mo ­struosa, signor Moore, fra l’uomo e il paesaggio artificiale in cui è costretto a vivere? Non le sembra che l’uomo viva in uno spazio che non è più della sua misura? ».

« Certo. Troppi architetti non pren ­dono in considerazione la figura uma ­na. Si interessano degli uomini nel lo ­ro insieme, parlano della comunità. Io, invece, penso al corpo, al corpo del ­l’uomo. Per questo la natura è ancora molto importante. E’ con essa che la figura umana ritrova i suoi reali rap ­porti. Io sono convinto che bisogna ri ­spettare la precisa discendenza di ogni forma da quella della figura umana. E’ chiaro che se fossimo a quattro zampe le automobili, l’architettura, questo ta ­volo tutto sarebbe diverso… ».

Guarda intensamente sua figlia, che è piccola e sostanziosa come lui, poi esclama: « E’ incredibile come ogni corpo umano sia profondamente diver ­so da ogni altro. Guardi questi due bicchieri: sono quasi identici. Io e mia figlia, invece, siamo estremamente di ­versi… Il problema, mi creda, è capire le forme per riuscire a capire lo spa ­zio. Per esempio che posto ha la mia testa nello spazio? Devo capirne il da ­vanti e anche il didietro ».

Moore si batte prima la fronte e poi la nuca trincia l’aria, cioè lo spazio, che ai suoi occhi deve avere la magìa infinita ma misurabile di un palcosce ­nico. Afferra dal tavolino una botti ­glietta vuota di una aranciata e la stringe nel cavo della mano. Poi con l’altra la prende per il collo e la tira via, lasciando la mano nella posizione della stretta. Me la alza sotto il naso e dice: « Ecco, questo è lo spazio. Il vuo ­to è il vero protagonista di ciò che esi ­ste o può esistere. Questo significa avere una comprensione tridimensio ­nale della realtà! ».

Il gioco si è fatto incandescente. Moore compie le sue liturgie muoven ­do semplicemente le mani. Ma non è una astrazione concettuale, riesce in ­vece a serbare una straordinaria cor ­posità, una fisicità magica ma eviden ­te. Non è difficile capire il legame stretto che corre fra la sua fedeltà per l’uomo, per i corpi degli uomini, e l’a ­more per la materia di cui è uno dei manipolatori più sapienti e affettuosi. E’ una non interrotta catena di vitalità che si trasferisce dalla vita all’arte. Mai, tuttavia, la sua scultura è cele ­brativa. Glielo dico e nella traduzione lui intende che io voglia parlare della ritrattistica. « No, è inutile ormai fare statue o busti di uomini famosi. Alla necessità di fermare le immagini ba ­sta il cinema o la fotografia. Oggi al massimo si possono fare “sculture de ­dicate”. Mi avevano chiesto una scul ­tura per celebrare Yeats, il poeta. Ho detto al comitato promotore che non sarei stato capace di fare un ritratto e ho scelto una mia scultura precedente che aveva lo spirito della poesia di Yeats. Può andarla a vedere a Dubli ­no… ».

Il discorso gira ancora lì, sulla figura umana. Scartabella una delle sue mo ­nografie (presto dovrebbe uscirne in Italia un’altra, per i tipi di Sansoni). Indica col dito teste, membra, blocchi di marmo. « La gente pensa », dice, « che perché non metto i lineamenti sulle facce o modello teste molto picco ­le su membra gigantesche, io non dia importanza alla testa. Invece la testa è l’unità che dà la scala a tutto il re ­sto, è la misura di tutto. Se in una mia scultura », e si diverte un momento a coprirla con la mano « fosse cambiata la testa e il suo portamento, guardi co ­me tutto sarebbe diverso. La posizione della testa è molto più importante di un sorriso. … D’altra parte bisogna usare liberamente le forme, come un poeta usa le parole. Per questo le mie teste, qualche volta, sono dei buchi, delle raggere; delle punte. Non faccio mai dei ritratti, ma sono convinto che le mie teste danno dignità e significato alla scultura ».

Fa fresco e si rientra in casa attra ­versando il morbido prato all’inglese. Moore si ferma sulla soglia. « Sì, ne metterò una anche qui, una scultura abbastanza grande. Proprio all’aperto. No, non dovrebbero stare nei musei. Il miglior posto per le sculture grandi è nel mezzo la natura. Su una collina contro il cielo. Dove c’è la luce che muta. Bisogna che il sole tramonti sul ­le sculture. Una scultura, non è un og ­getto decorativo, ha la stessa persona ­lità di un uomo ». Poi di colpo, anche se sembra che non c’entri per niente, Moore mi guarda fisso e mi spiega: « Credo che non si possa una cosa se non se ne capisce l’opposto. Per capire la gravità bisogna capire quello che la insidia. Per sentire il peso bisogna sentire la leggerezza ». Sento appena, mentre si allontana, lo scalpiccio ela ­stico delle sue scarpette da tennis sui gradini di marmo.

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