di Eridano Bazzarelli
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 8 maggio 1969]
Un’armata a cavallo, cosacca, rivoluzionaria, nella campagna di Polo nia: narrata, per lo più non nella gloria di guerre sche imprese ma in genere in private e a volte alluci nanti vicende; narrata sen za passione di stile, ma con staccata oggettività. E uno scrittore russo-ebreo, con turbamenti profondi mai superati: Isacco Babel’. I suoi racconti escono ora in una nuova edizione arric chita di inediti (Isaak Babel’ L’Armata a Cavallo e altri racconti, prima edi zione completa a cura di Gianlorenzo Pacini, Einau di, pp. 429, L. 4.000).
La rinnovata lettura dei già noti, la conoscenza dei nuovi racconti non mutano sensibilmente l’idea che di Babel’ m’ero fatta, né ri solvono certi dubbi sul va lore e significato della sua arte. L’impianto compositi vo, lo stile laconico, l’os sessione di immagini e par ticolari naturalistici sono conservati nelle puntuali, chiare traduzioni. E’ per duto l’impasto linguistico, ricco di espressioni gerga li. I particolari naturalistici collocano lo scrittore accanto ai cosiddetti « fisio logi » dell’inizio degli anni ’20 (come Lidia Sejfullina e Boris Pilnjak); l’oggetti vità dello stile (in cui c’è forse anche un rapporto con Bunin) è a volte condotta così oltre da divenire di fetto: è un tentativo illu sorio di superare, sul pia no della liberazione artisti ca, lacerazioni e angosce che inceppano il disteso canto epico.
Quando, nel 1924, L‘Ar mata a Cavallo (la Konar mija) fu pubblicata, il fu turo maresciallo Budjonnyj, che era il comandante del l’armata, s’indignò: avreb be certo voluto una vera esaltazione epica, bylinica, dei suoi cosacchi, e uno spiegato pathos rivoluziona rio. Gor’kij difese l’umanità e la verità dell’opera e così il critico A. Voronskij che, in un bel saggio del 1924, vide, in quei racconti, l’ele mento epico e l’elemento li rico, quali dominanti del mondo poetico di Babel’. Renato Poggioli ripete que sto dualismo tematico in un saggio del 1930, ripreso nel saggio introduttivo al l’edizione del 1958 (e ripub blicato nella recente). Pog gioli modifica il « lirico » in « patetico ». E osserva, giu stamente, che il respiro eroico di Babel’ è corto. Penso che molto raramen te si possa parlare di epicità, che presuppone esal tazione gioiosa della forza (non rappresentazione os sessiva della violenza fram mentaria e insensata), fe de profonda nella causa, se rena, solenne visione della morte; e, dentro, spazi sto rici e profetici.
L’oggettività di Babel’ non è serenità. Non c’è in lui un reale spazio storico, che non sia quello « suo », ebraico, dal quale non può liberarsi, né spazio profe tico. Il mondo dell’armata non è il suo mondo. Un’an tica ferita gl’impedisce di diventare, come vorrebbe e tenta, da ebreo umiliato dei ghetti ucraini, cosacco e ri voluzionario. C’è, così, un continuo, ossessivo rifugiar si in sinagoghe o in loro « sostituti »; un perenne ri torno delle memorie dolo rose e fantastiche dell’in fanzia: lo spazio della me moria è un velo per la cru deltà della violenza. E più che dalla violenza, apparen za di epos., Babel’ è tor mentato dal nonsenso della violenza. Babel’ accetta ideo logicamente, praticamente, la rivoluzione e la guerra civile, ma le respinge esi stenzialmente: è questa spaccatura che gl’impedisce l’epos; né è in grado di sentire completamente il primitivismo dei suoi eroi: l’ombra di Taras Bul’ba è troppo, tropo lontana. E so no lontani anche Tolstoj e Dostoevskij, non ostante al cuni richiami esteriori. Fra le immagini « fisiologiche », sono ossessive quelle lega te con il sangue che schiz za, con i cadaveri che giac ciono con le gambe divari cate, con lo sgozzare, il tru cidare, la « macelleria uma na ». Risalgono, forse, a una esperienza infantile dello scrittore, narrata nella Sto ria della mia colombaia e in Primo Amore: al colom bo che, durante un po grom, un russo antisemita schiacciò sulla faccia di lui bambino (« i teneri visceri dell’uccello schiacciato, sco landomi giù dalla tem pia… »).
Il tema di Babel’ è l’impossibilità fisica di accettare la violenza, l’orrore esistenziale per essa. E il ten tativo persino morboso di riconoscerla, accompagnato dalla continua ricerca del rifugio. Perciò domina in Babel’ un’intonazione patetico-autobiografica (anche nella Konarmija) da cui nascono, alternativamente, la descrizione, spesso « buro cratica », della violenza e la « pausa ». La Konarmija non è vista, in genere, in quanto formazione combat tente, cavalli al vento con tro il nemico; piuttosto, at traverso azioni private, rap presaglie, vendette e isteri smi. Si vuol dire che Babel’ si avvicina all’epos solo ra ramente, dunque (epico è, invece, il « re » Benja Krik dei Racconti di Odessa. Pec cato che Babel’ non rac conti di lui le successive im prese, la difesa degli ebrei di Odessa durante il po grom del 1905 e la morte, in battaglia contro i Bian chi, nel 1917).
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La violenza culmina nel parricidio, tema del rac conto La lettera che Vorovskij e Poggioli citano come esempio di « epicità »: l’au tore finge di riportare la lettera che il giovane co sacco Vasilij Kurdjukov manda a sua madre, in cui descrive (dopo aver parla to del porcellino da uccidere e del cavallo Stëpa) la mor te del fratello Fedja, giusti ziato dal padre (controrivo luzionario dell’armata di Denikin) e poi la morte del padre, caduto nelle mani dell’altro fratello Semjon. Voronskij sottolinea l’epicità « biblica » dell’ultimo colloquio fra Semjon e il padre; Poggioli parla di « sapore omerico ». Non sen to tutto ciò; rasenta l’as surdo l’« oggettività » di Babel’-Kurdjukov che, ma nifestando una qualche matriarcale forma di rispet to per la madre, nulla pro va per il padre, se non di sprezzo (un cane era). Die tro l’apparenza, c’è l’ango scia umana del narratore. Né sono epici Kudrja che sgozza l’ebreo o Trunov che trucida il giovane prigioniero polacco.
L’arte di Babel’ sta pro prio in questo complesso e ambiguo rapporto fra i ge sti allucinati e meccanici della violenza, le scelte an cora confuse ed elementari degli eroi, la paura-attra zione del narratore-testi mone (e in parte protago nista). Ho parlato di rifu gi: a volte Babel’ raggiun ge un’arcana solennità, in questa dimensione. Come nel Cimitero di Kozin, evo cazione archeologica, sim bolo di un perduto mondo ebraico per il quale Babel’ sente un’impossibile nostal gia, dell’ineluttabilità della morte; della inutilità della violenza e della disperazio ne dell’uomo che vorrebbe sfuggire alla morte (« O morte, o concupiscente avi da lupa » [nell’originale: « avido ladro »]). E il cimi tero è al centro di strade che vengono dall’antica, re mota Assiria e si fermano nella sconvolta Volonia: il destino di migliaia di ebrei.
Epici o no, molti dei per sonaggi di Babel’ (oggetto o strumenti del destino) li sentiamo ancora come crea ture vive, nella loro umani tà, dolorosa o primitiva, nei loro gesti di rassegnazione o di furore isterico; o di disperazione. Così Afon’ka Bida, Sasa il Cristo, Priscepa, Froim Grac, Benja, Pavlicenko, Gapa Guzva, Kolyvuska. Korostelev. I nomi nuovi, dei racconti inediti, sono una conferma dell’u manità dei già noti. Massi mo Gor’kij, oltre le discus sioni sul « carattere » let terario, aveva capito questa umanità, e per questo ave va difeso più volte Babel’, che non molti anni dopo sarebbe morto in un campo per prigionieri politici al tempo più oscuro delle re pressioni staliniane.