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LETTERATURA: “Il giorno prima della felicità” di Erri De Luca, Feltrinelli

24 Marzo 2009

 di Francesco Improta  

T’aggia ‘mpara’ e t’aggia perdere” in questa espressione colorita e vivace, che apre e chiude Il giorno prima della felicità di Erri De Luca (Feltrinelli), c’è il senso del rap ­porto umano, psicologico e culturale che si stabilisce tra Don Gaetano e lo Smilzo, i personaggi principali della vi ­cenda.  C’è inoltre un progetto educativo e quindi un impe ­gno di crescita e di formazione che unisce l’uomo adulto e il ragazzo, chi dà e chi riceve, con la consapevolezza che alla fine di questo percorso ci sarà una sofferta, amara ma necessaria separazione.Siamo all’inizio degli anni cinquanta e in una città che reca ancora visibili sulla pelle, nelle cose e nelle coscienze, tracce e ferite della guerra, lo Smilzo, un bambino orfano di genitori cresce accudito e in parte adottato da Don Gaetano, portiere di un modesto stabile di Montedidio. Don Gaetano, oltre a dargli consigli pratici riguardanti il gioco, la cucina e il sesso, gli dispensa a cucchiaini da caffè – per dirla con T. S. Eliot – esperienze di vita e la storia della sua città, il vento della rivolta che nel settembre del 1943 soffiò da quella gente finalmente diventata popolo comunicandogli soprattutto il senso di appartenenza.La vicenda si snoda attraverso due sole sequenze: la prima funge soltanto da prologo; serve cioè a presentare luoghi, temi e personaggi. Il cortile dello stabile dove lo Smilzo gioca a pallone con i più grandi a difesa di una delle due porte grazie alla sua agilità che gli consente non solo di uscire in maniera spericolata tra i piedi degli avversari, ma anche di recuperare il pallone ogniqualvolta finiva nel balcone di una casa disabitata del primo piano. Arrampi ­candosi lungo la conduttura dell’acqua lo Smilzo, che gli amici chiamano proprio per questo “a’ scigna“, ha la possibilità di mettersi in mostra agli occhi di una bambina che sta sempre, muta e pensierosa, dietro i vetri di una finestra del III piano e che ha attirato la sua attenzione e ac ­celerato i battiti del suo piccolo-grande cuore. Sempre du ­rante un tentativo di recupero del pallone lo Smilzo in una camera sotterranea, che era servita da rifugio a un ebreo durante la II guerra mondiale, ha trovato dei libri; in questo modo scopre per la prima volta il piacere della lettura che si porterà dietro come un vizio mai smesso, perché capisce che un libro riscalda e illumina la testa più di quanto il sole non faccia con il resto del corpo.La II sequenza si svolge a dieci anni di distanza dalla prima e dura qualche mese, anche se nei racconti di Don Gaetano si espande a dismisura, abbracciando, come abbiamo detto, non solo le Quattro Giornate di Napoli, ma anche episodi della sua infanzia – anche egli era orfano – e del suo sog ­giorno in Argentina. Si viene a creare un rapporto molto stretto tra Don Gaetano e lo Smilzo che vede in lui il pro ­prio mentore e il padre che non ha mai conosciuto. Don Gaetano gli insegna dei mestieri, senza che per questo lo Smilzo abbandoni la scuola che segue con profitto e con interesse anche perché all’epoca aveva, tra gli altri pregi, la facoltà “di dare peso a chi non ne aveva”, e sarà sempre Don Gaetano a spingerlo tra le braccia di una vedova in ­saziabile che gli fa scoprire il sesso, le pulsioni della carne e la legge del desiderio. Lo Smilzo ritroverà anche la bambina del III piano, ormai diventata donna anche se con qualche disturbo della personalità. L’incontro tra i due nella stanza sotterranea è di una bellezza struggente: “I desideri dei bambini danno ordini al futuro. Il futuro è un domestico lento ma fedele.” A queste parole di Anna, lui replica: “Ti ho aspettato fino a dimenticare cosa. Mi è rimasta un’attesa nei risvegli, saltando giù dal letto incontro al giorno. Apro la porta non per uscire ma per farlo entrare.” In questo talamo improvvisato i due giovani vivono una esperienza indimenticabile, che non è però l’inizio di una storia ma la fine di un sogno, che una volta realizzato cessa di essere tale. È una cosa che riguarda il passato non il futuro, che serve anche per accelerare, nel momento stesso in cui lo Smilzo si libera di questo fantasma d’amore, il suo cammino verso l’età adulta, che verrà sancita dal regalo che gli farà Don Gaetano, un coltello a serramanico.Il giorno prima della felicità è un racconto di formazione ma è anche e soprattutto una storia d’amore che lega il protagonista, l’io narrante, ad Anna e l’autore a Napoli, una città, come egli stesso la definisce “monarchica ed anar ­chica“, spesso maltrattata, offesa e ingiuriata, ma capace di ritrovare la propria dignità, nel momento in cui una folla anonima e sfilacciata ritrova il senso dell’appartenenza, di ­venta popolo e dice “mo’ basta!” Siamo nel settembre del 1943 e in quattro giorni la città insorge e caccia i nazisti. È la stessa città che in precedenza e purtroppo anche suc ­cessivamente, forse perché mantenere la dignità costa fati ­ca, riusciva ad essere bella, umana e civile solo di notte, quando “c’è pericolo ma anche libertà“.Di notte, infatti, escono tutti, anche quelli che un moralismo bigotto, e un malinteso senso di pudore e di decoro costrin ­gono tra le pareti domestiche: prostitute, travestiti, ciechi, storpi. “La luce del giorno accusa, lo scuro della notte dà l’assoluzione.”L’amore per Napoli si manifesta attraverso i personaggi del caseggiato o del quartiere: il ciabattino La Capa, il ragionier Cummoglio, il Conte giocatore fallito, che mi ha richiamato alla mente uno splendido personaggio dell’Oro di Napoli di Giuseppe Marotta, superbamente interpretato sullo schermo da Vittorio De Sica e l’Ebreo che anche nelle situazioni di difficoltà estrema non rinuncia a celebrare i suoi riti. Sarà proprio lui a rendere esplicito con una sua richiesta a Don Gaetano il titolo del libro. Questo amore viene confermato anche dall’uso da parte di Don Gaetano del dialetto, perché, come egli stesso dice: “l’italiano va bene per scrivere, dove non serve la voce, ma per raccontare un fatto ci vuole la lingua nostra che incolla bene la storia e la fa vedere. Il napoletano è romanzesco, fa spalancare le orecchie e pure gli occhi.“. Don Gaetano è un maestro di vita, un uomo saggio e generoso, ma è soprattutto un cantastorie di quelle storie che “sono acque che vanno in fondo alla discesa. Un uomo è un bacino di raccolta delle storie, più sta in fondo e più ne riceve” parole che insieme a ciò che lo Smilzo scrive nel suo diario costituiscono una dichiarazione di poetica di Erri De Luca, un progetto di scrittura al quale è sempre rimasto fedele “Lo scrittore dev’essere più piccolo della materia che racconta. Si deve vedere che la storia gli scappa da tutte le parti e che lui ne raccoglie solo un poco” anche perché le storie, almeno in parte sono già state scritte e gli scrittori si limitano a qualche variante, a disporre diversamente fatti e personaggi, a caricarli di sfumature, che fanno parte del loro vissuto, delle loro esperienze, a trovare una lingua che capace di cogliere sfumature e tonalità diverse, non è un caso che in un’intervista Erri abbia detto chiaramente: “Dobbiamo approfittare di essere in fondo al sacco degli antenati… Io non invento per ­sonaggi, parlo di persone che ho conosciuto, assenti giu ­stificati o ingiustificati, come i morti, che per tutto il tempo della scrittura stanno di nuovo con me” Una scrittura, la sua, decisamente cinematografica, filtrata attraverso uno sguardo capace di fermarsi sulle cose e di coglierne odori, colori, sapori e rumori; una lingua intrisa di luce, capace di rischiarare il buio e la solitudine che ghiacciano l’anima.Evidenti e significativi sono in questo racconto i rimandi ad opere scritte precedentemente, quasi volesse riprendere, chiarire e riassaporare temi, motivi ed emozioni del suo immaginario culturale e narrativo, penso al gioco della scopa che non solo viene accostato alla storia e alla cultura ebraiche, ma diventa anche metafora della lotta tra l’ordine e il caos; al viaggio in Argentina che richiama Tre cavalli, di cui il romanzo in questione sembra il seguito e l’antici ­pazione al tempo stesso; l’amore per il mare e per la pesca, vista come preghiera e non come pretesa già presente in Tu, mio (“Si ottiene dal mare quello che ci offre, non quello che vogliamo”); e il tufo, titolo di uno splendido libricino, scritto nel 1999, in cui si esaltano le qualità di questo materiale, capace di assorbire i rumori e la luce e di assumere soprattutto nella luce morente del tramonto striature dorate.Libro, in conclusione, di straordinaria complessità e bel ­lezza che rivela una pienezza umana, culturale e stilistica, forse mai raggiunta prima.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart