di Vittore Branca
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 16 aprile 1970]
Ogni volta che nuove forme critiche si affacciano al l’orizzonte della cultura,
su bito e con prepotenza impli cano alcuni capolavori della letteratura mondiale: testi che, in qualche modo, costi tuiscono il banco di prova di ogni nuovo metodo di lettu ra, di ogni nuova angolazione di gusto e di intelligenza. Ac canto a Omero e Shakespeare e Cervantes è sempre il Boc caccio col suo Decameron: col nostro libro, cioè, più pre sente anche oggi non solo in terre ultraremote, grazie alla straripante corrente di tradu zioni, ma anche nelle arti fi gurative â— da Chagall a Manessier e Manzù â—, nel tea tro e nel cinema fino agli ul timi film di Fellini e di Petri, per non parlare della narrativa e del recentissimo esempio di Flaiano.
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A parte gli energici e inci sivi interventi della nostra critica più riinnovatrice nel l’ultimo ventennio, è proprio sul Decameron che puntano ora tre saggi veramente esem plari di tre diverse culture dominanti la civiltà europea. Quella slava gioca la sua car ta con la geniale ed equivoca palinodia del formalismo rus so nella Lettura del Decame ron di Viktor Sklovskij (Il Mulino, pp. 264, L. 3.000); quella tedesca tenta una nuo va via per le sue classiche ricerche di tradizioni e di topoi col Boccaccio und der Beginn der Novelle di Hans Jörg Neuschäfer (Fink, Mo naco. pp. 150, DM. 24); quel la francese, sempre preoccu pata di razionalizzare carte sianamente le espressioni artistiche, si lancia in una nuo va avventura strutturalistica e simmetrologica sulle ali del la Grammaire du Décaméron di Tzvetan Todorov (Mouton, Parigi, pp. 102, fr. 20).
Skiovskij â— con la sua teo ria della letteratura come « straniamento » (cioè rinno vamento e spostamento con tinui dei termini nella perce zione del mondo e della vita) e con la sua scrittura scintil lante di aforismi e di improv vise illuminazioni in cui riva leggia con Borges â— ha go duto fra noi, da una dozzina d’anni, di un culto entusia stico fino al fanatismo e allo snobismo. Ma, nel complesso, di lui poco e in ritardo si è letto e tradotto. Ora, con una selezione che ne riduce gra vemente il significato e con un titolo improprio per la cattivante sineddoche che punta sulla parte stimata più attraente invece che sul tut to, sono presentati in tradu zione italiana solo due capi toli (l’introduzione e la let tura boccacciana) dei sei co stituenti la sua poderosa Pro sa d’arte pubblicata nel 1961 a Mosca. Il formalismo, teo ria considerata antimarxista e decadente (« Per la lette ratura, incendio fame dolore non sono altro che materia le » scriveva Skiovskij nel ’23), se è non rinnegato, è qui abilmente rettificato, con l’aiuto persino di citazioni di Marx e di Lenin. E la « con catenazione » (cioè il sistema di rapporti, la struttura che sola darebbe valore e senso alle espressioni) non è più considerata un elemento estraneo al contenuto, impe netrabile alla vita e indiffe rente alla bandiera che sven tola sulla cittadella (come scriveva ancora nel ’23 nella Mossa del Cavallo). Se allora Sklovskij riteneva che la for ma si evolvesse da sola, ora sostiene che essa si trasfor ma col mutare della realtà nel corso di incessanti con flitti. Così nel Decameron, cambiate le rive e le mete rispetto al mondo antico, so no cambiate anche le avven ture, sebbene i racconti sem brino sempre gli stessi: di amori, di naufragi, di pirati, di furbastri. Ma quello che il romanzo greco spiegava con l’ira degli dei, il Boccaccio lo spiega con la volontà del guadagno.
Così non solo è accettata e avvalorata l’interpretazione del Decameron come epopea mercantesca ma sono respin ti formalismi e strutturalismi astratti. Ed è messa risolu tamente da parte qualsiasi tentazione di impiegare per la narrativa â— da Luciano ai romanzi gialli e ai rac conti del terrore â— i proce dimenti che un altro grande russo, il Propp, applica alle fiabe con la volontà di iden tificarne le « radici » comuni. Quello che di analogo v’è nei racconti di tempi e di cul ture diversissime non risale dunque per Sklovskij a temi comuni, ma a un insieme di procedimenti che manipola no uno stesso materiale (di sentimenti, di passioni, di rapporti sociali), attraverso una lotta continua e segreta del nuovo col vecchio.
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A identificare soprattutto il « vecchio » â— cioè ascendenti del Decameron in Occidente e in Oriente â—, attraverso meccanismi narrativi e com binazioni caratteristiche, si impegna invece il Neuschäfer che pur possiede pienamente le tecniche formalistiche e strutturalistiche. Con l’aggior nata scaltrezza della tipolo gia più moderna egli ripren de la linea delle grandi ri cerche sulle fonti novellisti che condotte, fra Ottocento e Novecento, dai Landau, dai Meyer, dai Gröber con entu siasmo da esploratori.
Partendo dalla considera zione della unipolarità e bipo larità, della univocità e ambi valenza, dello scontro fra ec cezioni e forti nessi causali â— cioè dallo studio di strutture portanti nella narrativa â— il Neuschäfer tende a rilevare nel Decameron soprattutto la sostituzione, come fattore risolutorio, dell’ingegno umano alla grazia divina. E’ una posizione non nuova (si pensi per esempio alla definizione « poema dell’intelligenza » da ta dal Bosco nel suo ormai classico saggio del ’29). Ma nuova è l’impostazione in un sistema di meccanismi: fon damentale quello che scatta fra la necessità, emblematizzata nella così detta « corni ce », e la libertà, rappresen tata attraverso le cento no velle nelle imprevedibili e spesso paradossali reazioni della natura umana.
Convinto strutturalista qual è, Todorov parte da una posizione del tutto originale: se ormai si può parlare di una struttura comune a tutte le lingue e di una grammatica universale, allo stesso modo si deve poter trovare una struttura comune per ogni attività simbolica. E poiché una di queste â— e fonda mentale â— è il racconto, se ne deve poter scrivere una grammatica universale che dia le chiavi dei procedimenti narrativi in se stessi, al di là e al di sopra della storia. Na sce così una nuova scienza, la « narratologia: la quale scompone e analizza il rac conto in unità inferiori (pro posizioni) e superiori (sequen ze), le une prevalentemente di carattere tradizionale e lo gico, le altre di senso rinno vatore e personale.
Quale pietra di paragone per il suo nuovissimo eserci zio narratologico Todorov sce glie quello che egli giudica il più ricco complesso narrati vo, il Decameron: anche per ché, egli dice, nelle novelle boccacciane l’intrigo e l’azio ne hanno una funzione deci siva, mentre i personaggi so no elementi di secondo piano e mai più di tre o quattro. E’ un’affermazione questa che parrà molto discutibile ai let tori del Boccaccio, anche a quelli delle sole novelle più famose, di Andreuccio e di Calandrino, di Beritola e di Alatiel: i quali potranno a buon diritto meravigliarsi pu re che di montaggi e di smon taggi tanto sottili e delicati non sia oggetto il testo ori ginale ma una traduzione più che contestabile (e, ahimè, anche il grande Skiovskij è vittima tranquilla del pressap pochismo delle traduzioni).
Nonostante le palinodie in parte antifrastiche e le av venture volutamente sperico late questa critica boccaccia na europea, con le sue diver se posizioni, interviene riso lutamente nella categorica ed elegante rivalutazione della retorica che caratterizza, su piano mondiale, la cultura d’oggi. Non per nulla il vero demiurgo del mondo è proprio la retorica, secondo Skiovskij. Il quale però con sorridente prudenza attribuisce l’affer mazione al Boccaccio: « Per lui la retorica è un’arma uni versale… è sinceramente con vinto che gli uomini e i co stumi siano stati sempre gli stessi ma che l’essenza del vivere si può correggere con la retorica ».