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LETTERATURA: I MAESTRI: L’altro Gozzano

26 Agosto 2014

LETTERATURA: I MAESTRI: Boccaccio sempre nuovo
di Vittore Branca
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 16 aprile 1970]

Ogni volta che nuove forme critiche si affacciano all’orizzonte della cultura, subito e con prepotenza implicano alcuni capolavori della letteratura mondiale: testi che, in qualche modo, costituiscono il banco di prova di ogni nuovo metodo di lettura, di ogni nuova angolazione di gusto e di intelligenza. Accanto a Omero e Shakespeare e Cervantes è sempre il Boccaccio col suo Decameron: col nostro libro, cioè, più presente anche oggi non solo in terre ultraremote, grazie alla straripante corrente di traduzioni, ma anche nelle arti figurative â— da Chagall a Manessier e Manzù â—, nel teatro e nel cinema fino agli ultimi film di Fellini e di Petri, per non parlare della narrativa e del recentissimo esempio di Flaiano.

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A parte gli energici e incisivi interventi della nostra critica più riinnovatrice nel-l’ultimo ventennio, è proprio sul Decameron che puntano ora tre saggi veramente esemplari di tre diverse culture dominanti la civiltà europea. Quella slava gioca la sua carta con la geniale ed equivoca palinodia del formalismo russo nella Lettura del Decameron di Viktor Sklovskij (Il Mulino, pp. 264, L. 3.000); quella tedesca tenta una nuova via per le sue classiche ricerche di tradizioni e di topoi col Boccaccio und der Beginn der Novelle di Hans Jörg Neuschäfer (Fink, Monaco. pp. 150, DM. 24); quella francese, sempre preoccupata di razionalizzare cartesianamente le espressioni artistiche, si lancia in una nuova avventura strutturalistica e simmetrologica sulle ali della Grammaire du Décaméron di Tzvetan Todorov (Mouton, Parigi, pp. 102, fr. 20).
Skiovskij â— con la sua teoria della letteratura come « straniamento » (cioè rinnovamento e spostamento continui dei termini nella percezione del mondo e della vita) e con la sua scrittura scintillante di aforismi e di improvvise illuminazioni in cui rivaleggia con Borges â— ha goduto fra noi, da una dozzina d’anni, di un culto entusiastico fino al fanatismo e allo snobismo. Ma, nel complesso, di lui poco e in ritardo si è letto e tradotto. Ora, con una selezione che ne riduce gravemente il significato e con un titolo improprio per la cattivante sineddoche che punta sulla parte stimata più attraente invece che sul tutto, sono presentati in traduzione italiana solo due capitoli (l’introduzione e la lettura boccacciana) dei sei costituenti la sua poderosa Prosa d’arte pubblicata nel 1961 a Mosca. Il formalismo, teoria considerata antimarxista e decadente (« Per la lette ¬ratura, incendio fame dolore non sono altro che materiale » scriveva Skiovskij nel ’23), se è non rinnegato, è qui abilmente rettificato, con l’aiuto persino di citazioni di Marx e di Lenin. E la « con-catenazione » (cioè il sistema di rapporti, la struttura che sola darebbe valore e senso alle espressioni) non è più considerata un elemento estraneo al contenuto, impenetrabile alla vita e indifferente alla bandiera che sventola sulla cittadella (come scriveva ancora nel ’23 nella Mossa del Cavallo). Se allora Sklovskij riteneva che la forma si evolvesse da sola, ora sostiene che essa si trasforma col mutare della realtà nel corso di incessanti conflitti. Così nel Decameron, cambiate le rive e le mete rispetto al mondo antico, sono cambiate anche le avventure, sebbene i racconti sembrino sempre gli stessi: di amori, di naufragi, di pirati, di furbastri. Ma quello che il romanzo greco spiegava con l’ira degli dei, il Boccaccio lo spiega con la volontà del guadagno.
Così non solo è accettata e avvalorata l’interpretazione del Decameron come epopea mercantesca ma sono respinti formalismi e strutturalismi astratti. Ed è messa risolutamente da parte qualsiasi tentazione di impiegare per la narrativa â— da Luciano ai romanzi gialli e ai racconti del terrore â— i procedimenti che un altro grande russo, il Propp, applica alle fiabe con la volontà di identificarne le « radici » comuni. Quello che di analogo v’è nei racconti di tempi e di culture diversissime non risale dunque per Sklovskij a temi comuni, ma a un insieme di procedimenti che manipolano uno stesso materiale (di sentimenti, di passioni, di rapporti sociali), attraverso una lotta continua e segreta del nuovo col vecchio.

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A identificare soprattutto il « vecchio » â— cioè ascendenti del Decameron in Occidente e in Oriente â—, attraverso meccanismi narrativi e combinazioni caratteristiche, si impegna invece il Neuschäfer che pur possiede pienamente le tecniche formalistiche e strutturalistiche. Con l’aggiornata scaltrezza della tipologia più moderna egli riprende la linea delle grandi ricerche sulle fonti novellistiche condotte, fra Ottocento e Novecento, dai Landau, dai Meyer, dai Gröber con entu ¬siasmo da esploratori.
Partendo dalla considerazione della unipolarità e bipolarità, della univocità e ambivalenza, dello scontro fra eccezioni e forti nessi causali â— cioè dallo studio di strutture portanti nella narrativa â— il Neuschäfer tende a rilevare nel Decameron soprattutto la sostituzione, come fattore risolutorio, dell’ingegno umano alla grazia divina. E’ una posizione non nuova (si pensi per esempio alla definizione « poema dell’intelligenza » data dal Bosco nel suo ormai classico saggio del ’29). Ma nuova è l’impostazione in un sistema di meccanismi: fon-damentale quello che scatta fra la necessità, emblematizzata nella così detta « cornice », e la libertà, rappresentata attraverso le cento novelle nelle imprevedibili e spesso paradossali reazioni della natura umana.
Convinto strutturalista qual è, Todorov parte da una posizione del tutto originale: se ormai si può parlare di una struttura comune a tutte le lingue e di una grammatica universale, allo stesso modo si deve poter trovare una struttura comune per ogni attività simbolica. E poiché una di queste â— e fondamentale â— è il racconto, se ne deve poter scrivere una grammatica universale che dia le chiavi dei procedimenti narrativi in se stessi, al di là e al di sopra della storia. Nasce così una nuova scienza, la « narratologia: la quale scompone e analizza il racconto in unità inferiori (proposizioni) e superiori (sequenze), le une prevalentemente di carattere tradizionale e logico, le altre di senso rinnovatore e personale.
Quale pietra di paragone per il suo nuovissimo esercizio narratologico Todorov sceglie quello che egli giudica il più ricco complesso narrativo, il Decameron: anche perché, egli dice, nelle novelle boccacciane l’intrigo e l’azione hanno una funzione decisiva, mentre i personaggi sono elementi di secondo piano e mai più di tre o quattro. E’ un’affermazione questa che parrà molto discutibile ai lettori del Boccaccio, anche a quelli delle sole novelle più famose, di Andreuccio e di Calandrino, di Beritola e di Alatiel: i quali potranno a buon diritto meravigliarsi pure che di montaggi e di smontaggi tanto sottili e delicati non sia oggetto il testo originale ma una traduzione più che contestabile (e, ahimè, anche il grande Skiovskij è vittima tranquilla del pressappochismo delle traduzioni).
Nonostante le palinodie in parte antifrastiche e le avventure volutamente spericolate questa critica boccacciana europea, con le sue diverse posizioni, interviene risolutamente nella categorica ed elegante rivalutazione della retorica che caratterizza, su piano mondiale, la cultura d’oggi. Non per nulla il vero demiurgo del mondo è proprio la retorica, secondo Skiovskij. Il quale però con sorridente prudenza attribuisce l’affermazione al Boccaccio: « Per lui la retorica è un’arma universale… è sinceramente convinto che gli uomini e i costumi siano stati sempre gli stessi ma che l’essenza del vivere si può correggere con la retorica ».


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Bart