Divorzio e Comunione

di Costanza Caredio

La Chiesa dichiara il matrimonio unione sacra e indissolubile e tale era anche nel vecchio rito romano della confarreatio: la divisione della torta di farro che era anche la condivisione della vita. Ma la Chiesa si è riservata nei secoli di scioglierlo per vizio di forma, come se non fosse avvenuto, anche se consumato: era questo un espediente che riguardava di solito l’assetto di potere fra i Regnanti. Per il popolo era opportuno il Sacramento: la vita delle persone era breve e per uomini e donne al lavoro nei campi non esistevano prospettive al di fuori della famiglia.
Ma nella società moderna non è possibile utilizzare senza modificarle le vecchie strutture: nel ’68 questo divenne pensiero comune e avemmo il divorzio, ma anche la scomunica di fatto dei divorziati. In realtà il divorzio azzerò la supervisione della Chiesa ma restituì alla famiglia il compito di curare e provvedere essa stessa alla propria forma e destino e fu quindi una vittoria non contro, ma a favore di essa e della comunità intera.
E’ necessaria l’operazione inversa di quella effettuata dal Primo Cristianesimo che innalzò il celibato al di sopra del matrimonio, rese la Chiesa responsabile dell’unione e nei secoli la coppia esemplare divenne quella di Abelardo e Eloisa: quindi il matrimonio non era un’isola felice ma un anticipo di pena da accettare contro ricompensa nel Mondo-A-Venire. E’perciò non solo auspicabile ma doveroso che i divorziati siano ammessi alla Comunione, sottolinendo così che non è venuta meno l’appartenenza alla società in cui vivono e nella quale sono stati accolti con il battesimo.
La Comunione è il Banchetto incentrato sul pane che nutre e dà vita, che conferma un legame complesso tra la Terra, la Tradizione e l’Individuo e ne sancisce la Sacralità: non si può negare.

Visto 7 volte, 1 visite odierne.