“Ombre al confine” di Paolo Veziano

di Francesco Improta

Ombre al confine di Paolo Veziano
L’espatrio clandestino degli Ebrei dalla Riviera
dei Fiori alla Costa Azzurra 1938-1940. ed. Fusta

Il titolo di questa ultima opera di Paolo Veziano rimanda immediatamente a un saggio pubblicato dallo stesso autore nel 2001 per i tipi dell’editore Alzani. Cambiano, a ben guardare, soltanto una preposizione Ombre al confine invece di Ombre di confine e un sostantivo emigrazione sostituito ora da espatrio; eppure i due libri sono molto diversi nell’impostazione, nel taglio, nella sezione iconografica e nel materiale documentale, per cui non si può parlare di una semplice riedizione, ma di un vero e proprio rifacimento. È sufficiente dare un’occhiata all’indice per rendersi conto della differente mole del libro: non più solo tre parti ma ben otto capitoli di cui alcuni del tutto nuovi e non solo per l’argomento trattato. Lo stesso autore nella premessa illustra con chiarezza e dovizia di particolari la nascita di questo libro, sollecitato con insistenza da amici, storici e studiosi, e le differenze con quello del 2001. Si pensi, innanzitutto, alla mappa disegnata da Robert Baruch, di grande valore storiografico, sco ­perta proprio da Veziano e che indica una delle tante vie di salvezza, o meglio della speranza, percorse dagli ebrei stranieri in fuga dal nostro paese dopo la promulgazione delle leggi razziali. Non basta, l’autore ha cercato, riuscendovi perfettamente, di sfrondare il materiale in eccesso nel libro del 2001, di togliere, cioè, per dirla con Dante, il troppo e il vano e al contempo di dare visibilità a elementi e a scenari che erano stati trascurati o descritti in maniera fret ­tolosa, servendosi a tale scopo anche del saggio di Simonetta Tombaccini-Villefranque e della narrativa di Francesco Biamonti. Non è un caso che l’esergo che campeggia nella prima pagina, subito dopo il frontespizio, sia tratto dal pe ­nultimo romanzo dello scrittore di San Biagio, Le parole la notte; poche righe che ci catapultano nella tragedia non solo degli ebrei in fuga, ma di quel “popolo della notte”, costretto dalla fame, dalle persecuzioni politiche o religiose e, in questi ultimi tempi, dalla primavera araba a varcare il confine sotto quarti di luna, muovendosi, appunto, come ombre. Non mancano neppure ri ­ferimenti espliciti ai fenicotteri, gli intellettuali dissidenti, che al tempo del regime fascista, scelsero la strada dell’esilio volontario in Francia o ai Curdi, in fuga dalle terre da loro abitate per sottrarsi alla repressione e al genocidio attuati in Iran, Turchia, Iraq e Azerbaigian, alcuni dei quali alla fine del secolo scorso si erano accampati a Ventimiglia in attesa di varcare il confine clande ­stinamente per rag ­giungere la Ger ­mania e l’Olanda attraverso la Francia. Terra quest’ultima che in quella occasione non si mostrò molto ospitale e acco ­gliente se è vero che da Parigi furono inviati gendarmi antisom ­mossa a presidiare il confine. Anche nel 1939 la risposta della Francia all’espatrio degli Ebrei stranieri fu alquanto contraddittoria e se da un lato con il suo atteg ­gia ­mento, almeno all’inizio, di frontiera aperta o di blanda sorve ­glianza non aveva offuscato la propria immagine di terra di libertà e di accoglienza nella realtà dei fatti – come dice Veziano – non aveva saputo dare alcuna risposta, né sul piano giuridico né su quello pratico, alle questioni poste dall’arrivo dei nuovi immigrati. La sopravvivenza digni ­tosa degli Ebrei fu possibile grazie agli sforzi umani e finanziari del CAR (Centro Accoglienza Rifugiati) di Nizza e alla solidarietà manifestata nei loro con ­fronti dalla popolazione e in Francia e in Italia, dove anche i carabinieri, e in maniera diversa qualche fascista, contribuirono a questa ga ­ra di genero ­sità tassandosi per rifornire gli Ebrei di generi di prima ne ­cessità. Furono, però, soprattutto le persone più umili, più semplici a prodigarsi per la salvezza di questi disperati e infatti Olga Tarcali, nel suo libro Ritorno a Erfurt, sottolineò la propria gratitudine e il proprio debito nei loro confronti con queste parole:

Sebbene fossero poveri, senza mezzi, privi di ogni comodità; sebbene conducessero una vita rozza e austera, un’esistenza aspra e difficile diedero prova di grande nobiltà d’animo. Essi possedevano l’antico istinto di ciò che si deve e ciò che non si deve fare.”

Seguire l’odissea di questi Ebrei stranieri, così come l’ha raccontata Paolo Veziano, sarà un’avventura umana, intellettuale e storica non solo per gli addetti ai lavori ma anche per i lettori più sprovveduti e disarmati e quindi non mi sembra il caso di fare ulteriori anticipazioni. Va osservato, invece, che tutti gli avve ­nimenti che riempiono queste pagine vengono raccontati da Veziano senza alcuna retorica, in ma ­niera lucida e precisa, attraverso una congrua e inoppu ­gnabile documen ­tazione di atti ufficiali e privati, facendo parlare le carte, le cose e i personaggi; ed è questo, senza dubbio alcuno, il merito prin ­cipale dell’au ­tore e il pregio indiscutibile della sua opera. Verso la fine del libro inoltre Veziano cerca di disegnare, basandosi sugli stessi documenti da lui raccolti e menzionati, una storia diversa a conferma di quanto sia difficile, e non solo in questo caso dove, come abbiamo già anticipato, l’ambiguità e le contrad ­dizioni erano all’ordine del giorno, ricostruire con esattezza gli avveni ­menti del passato. Talvolta è sufficiente una parola in una testimo ­nianza o in un documento per portarci fuori strada.

Sarebbe profondamente ingiusto porre fine a queste mie con ­siderazioni senza accennare prima alla qualità della scrittura di Veziano, sorve ­gliata, ricer ­cata, tal ­volta lirica ma sempre chiara ed efficace, comple ­ta ­mente diversa da quella utilizzata nel saggio del 2001. Sarà stata la lettura attenta di quello straor ­dinario scrittore che risponde al nome di Francesco Biamonti o più probabil ­mente una sua naturale maturazione, frutto di un’applicazione attenta e costante, certo non mancano passi di indiscutibile bellezza, penso alla descrizione della catena, collinare prima e montuosa poi, dominata dal Grammondo, all’ini ­zio del capitolo V:

Non lontano dal mare, i numerosi sentieri di raccordo attraversano inizialmente spazi dedicati alla coltivazione della vite e dell’ulivo, s’inerpicano con pendenze spesso elevate attraverso aridi luoghi a stento colonizzati dalla macchia mediterranea e proseguono più dolcemente incontrando un paesaggio spesso brullo, ma comunque tipicamente alpino.”

Se è vero, come dice Philippe Claudel, che scrivere è doloroso… fa male alla mano e all’anima raccontare la tragedia di questi uomini, costretti ad abbandonare tutto, a subire le prepotenze e i ricatti di gente priva di scrupoli e del più elementare senso di umanità, fatte le debite eccezioni, a vivere nascosti, continuamente braccati, e talvolta a togliersi la vita perché psicologicamente stremati, deve aver provocato nell’autore una grande sofferenza, ma la scrittura serve anche a esorcizzare il dolore e, nel caso di uno storico, a tra ­mandare la memoria del passato ed è questo, a mio avviso, il compito che si è prefisso Paolo Veziano per salvare dall’oblio storie, personaggi e per ­sino i confini come dice nella sua bella prefazione, ricca di suggestioni letterarie, Alberto Cavaglion.

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