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LETTERATURA: La partita

18 Ottobre 2014

di Mario Camaiani

C’era molta gente quel pomeriggio, al Parco Menichini, presso la piazza principale di Fornaci di Barga; e ciò certamente era stato favorito da un tempo veramente buono, dopo giorni e giorni di pioggia e freddo. Ritrovai alcuni vecchi amici ed insieme, stimolati dal notare tanti bambini con i loro genitori e nonni, andammo con i ricordi indietro nel tempo di quasi vent’anni quando, nonni giovani, di primo pelo, accudivamo ai nostri nipoti, partecipando in questo parco ai loro giochi, divertendoci pure noi come fossimo dei ragazzi. Ad oggi, molti della nostra età, ultraottantenni, sono già usciti dalla scena di questo mondo; altri sono ridotti ad una vita inattiva, altri ancora (e noi grazie a Dio siamo fra questi), possono ancora partecipare ad una vita efficiente, degnamente inseriti con gli altri contemporanei, magari discendenti di due o tre generazioni. Dopo aver parlato a lungo del tempo passato, Renzo ci riportò al presente, dicendo: “Stasera ci sono le partite della coppa dei campioni: tutti alla ‘Tivù’ , quindi!”. “Certamente! – risposero gli altri – Tutti a vedere la partita della squadra italiana!”. Allora una giovane signora che era lì appresso, commentò: “Ma che volete vedere: se è partita, non c’è più!”. Ma ecco che mentre ridevamo sulla facile battuta, Aristide intervenne: “In questo caso la parola ‘partita’ non significa che qualcuno se ne sia andato via; e neppure si riferisce direttamente alla coniugazione al participio passato del verbo ‘partire’…”, e qui l’uomo si soffermò, mentre qualcuno chiese: “E allora?…”. “Allora – riprese il vecchio Aristide -, vuol semplicemente dire che si tratta di una parte, contrapposta ad un’altra, che determina il gioco di due parti antagoniste, in questo caso calcistiche, che danno origine alla partita!”, e proseguì: “Nello sport il gioco del calcio, come tutti gli altri, deve essere svolto con spirito di amicizia , con lealtà, con correttezza: questa è la sintesi dell’etica sportiva.

Invece, purtroppo, da tempo assistiamo ad un degenerativo comportamento degli atleti che, rispetto a quelli dei miei tempi, spesso giocano più a calci che a calcio, facendosi talvolta molto male; e magari, quando viene commesso un fallaccio volontario, chi lo commette alza le braccia in segno di innocenza, mentre chi lo subisce accentua il danno: in ambedue i casi cercando di ingannare l’arbitro. E pensare che tanti anni fa, nel regolamento del calcio, non era contemplato il cambio di nessun giocatore, neppure del portiere che, in caso di infortunio, veniva sostituito da un compagno in campo. Eppure raramente capitava che una squadra ad un certo punto dovesse giocare in dieci: se questa norma fosse ancora in uso al giorno d’oggi, molte squadre si potrebbero trovare a giocare con diversi uomini in meno! – Aristide qui fece una pausa poi, con un sorrisetto malizioso, continuò: – Immaginiamoci una ipotetica situazione in cui un attaccante con la palla al piede, in area avversaria, a contatto con un difensore, mentre sta per scoccare il tiro finale, inciampa in una buchetta e cade per terra: subito l’arbitro decreta il calcio di rigore. Allora l’attaccante, persona corretta, onestissima, si rivolge al direttore di gara dicendogli: ‘Signor arbitro, guardi che io sono caduto da me, l’avversario non ne è affatto colpevole; perciò sportivamente le chiedo di recedere alla punizione inflitta alla squadra avversaria’ . Voi che ne dite?”. E scoppiò un putiferio di commenti esagitati da parte dei presenti: “Quel giocatore sarebbe pazzo, commettendo un suicidio sportivo…Sarebbe da internare in un manicomio…Nessuna squadra non lo farebbe più giocare…Non esiste alcun giocatore, anche il più sportivamente giusto, che avrebbe il coraggio di comportarsi così: al massimo potrebbe sbagliare apposta il tiro del calcio di rigore!”. E qui Aristide sentenziò: “E’ triste ammettere che per compiere un atto di civile comportamento ci voglia coraggio come per un atto eroico!”. Poi, infine, la signora che aveva innescato l’interessante argomento, chiese ad Aristide: “Il significato che lei ha dato al termine ‘partite’ (sportive), con tutte le implicazioni che ha esposto, vale pure per il simile termine ‘partiti’ (politici)? Anche fra loro si assiste a lotte, ad antagonismi tremendi, senza esclusioni di colpi… Al che egli, con espressione furbesca, esclamò: “E perché no?!”.


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Bart