di Emilio Cecchi
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 27 dicembre 1968]
(Con questo articolo si conclude la serie dei “taccuini” postumi di Emilio Cecchi, uno scrittore che si è identificato in così larga misura con la storia culturale dell’Italia contemporanea e che ha onorato per tanti anni, col suo alto magistero critico, la terza pagina del Corriere. bdm)
Tra il 1936 e il 1938
Sabato, 14 marzo. Pascarella venne d’improvviso a casa, con l’automobile di Pirandello, a dirmi i risultati della votazione all’Accademia per il « premio Mussolini ». Prima 11 contro tre; poi 12 contro due. Pareva ammattito, con un tubino sulle ventitré e un cappotto verdone. « È un atto di giustizia ». Piangeva. Io, sarà perché ne ho passate troppe, perché nojaltri siamo stati cauterizzati dentro, mi sentivo quasi arido, davanti a quella freschezza d’emozione.
14 maggio ‘36. Se avessi avuto disposizione ad inorgoglirmi del « premio Mussolini »: Pais, che è quasi del tutto cieco, alla seduta del 21 aprile in Campidoglio, era sicuro di avermi conosciuto nella redazione del « Giornale d’Italia » molti anni fa, (mi sbagliava con Eugenio Checchi che morì qualche anno fa, a quasi 100 anni); e mi dice Bontempelli che, in un settimanale « Conquiste » del Guf, hanno pubblicato sui premi un articoletto su Alberto Cecchi. Il povero Pais era tutto umiliato: badava a ripetere « Ho commesso una gaffe »; io gli dicevo, senatore, non ci pensi, ecc.
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Padova rivisitata. Per quelli della mia generazione, Padova è rimasta un po’ sempre la Padova di guerra piena di fragore e di polverone, e carriaggi e soldati.
Passavano gli anni; di tanto in tanto ci accadeva di rivederla; e mai come oggi pingue e orgogliosa. Ma per noi era un po’ sempre come quando si scendeva dalla tradotta, per aspettare alcune ore un’altra tradotta che ci portasse a qualche stazioncina agli orli dell’altipiano. E, come allora, ci sembrava di uscire di sotto la tettoja, fra l‘urtarsi dei tascapani rigonfi e il macinìo delle scarpe; in uno scroscio di bullette e di dialetti.
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Quella che io chiamo la « promiscuità », induce a una filosofia del non credere, dell’adattarsi; purché ci sia la convenienza, il quieto vivere: questa filosofia è contagiosa e può portare a rinunciare, a declinare le cose, diciamo così, nobili e perciò più scomode. La cosa nobile era bella, dava dei grandi piaceri, dell’orgoglio, ma era faticosa, stremante. Prima senza nemmeno dirselo; e poi a poco a poco, con un convincimento amaro, si comincia a declinarla. Si crede anche che sia pietà. Da tutto questo, e tante altre cose, esce soltanto che lei è più debole, ma ha dato tutto quello che poteva dare. E allora è obbligo tuo di andare a reggere lo stesso peso della passione. Però è duro di essere presi e fare al tempo stesso la fatica di aiutare a tener su chi ti tiene preso.
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Il grande peccato dei fiorentini, dopo Michelangelo e Leonardo, fu di aver voluto restare in una sublimità e in una perfezione che non si basavano più su nessun impulso vitale, ma soltanto sulla intelligenza e sulla volontà. Sui valori intellettuali della tradizione, e sull’orgoglio di non « tradire » questa tradizione. Ma con queste cose soltanto non si fa nulla: non si fa nulla di serio. Non si scuopre nulla. Fu una specie di peccato mortale contro la vita; Lawrence direbbe il peccato contro the Holy Ghost (capitolo Melville, « Typee »). Che cosa avrebbero potuto fare i fiorentini se sulle loro linee, ma accettando il tempo, la vita, avessero sviluppato un loro « barocco », nell’architettura specialmente.
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Nascono i figliuoli, crescono: la madre, per suo istinto, si rimette materialmente, carnalmente, nelle loro condizioni essenziali di vita e di sviluppo; le accompagna, le sostiene, immedesimandosi a quelle e ai figli; le condivide quasi senza giudicarle, e tutta coinvolta con i figli nelle loro cieche speranze. Può soffrire, per la difficoltà e per la caduta di queste speranze; ma si tratta di una sofferenza (e di un entusiasmo) diretta e cordiale. Il padre aiuta la vita dei figli: spesso, anzi sciupa in tutti i sensi la vita propria per aiutare quella; ma, al tempo stesso, è portato a giudicarla, d’un giudizio senza intervento, che non sia per aiutare. La vede con una lucidità disarmata; e non ha, per compenso o controparte, che chiarezza, sforzo e dolore.
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Maria: tutte quelle che si chiamano Maria. E’ il nome più comune. Come ti chiami? Maria. Lo assumono come un anonimo (un velo di pudore), un simbolo e una protezione. E’ uno dei tratti più commo venti, nella sventura sociale. Il nome di tutti.
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Dei dintorni di Firenze la parte che amo di più è quella sul displuvio occidentale di Monte Morello. Ho frequenta to anche le altre parti, sono tornato quanto potevo a ve derle, e ne serbo ricordi assai cari. Ma non è il caso d’apri re una competizione. Conosco la futilità di simili raffronti.
E so come ogni preferenza, in quest’ordine, le più volte ab bia origine da qualcosa asso lutamente personale.
A voler tener conto di ti toli storici, genealogie etrusche e romane, e testimonianze di artistica nobiltà, proba bilmente gli altri settori di cotesta terra avrebbero da van tarne più ragguardevoli; an che se i nomi di Careggi e della Petraja, e Quinto con la villa del Varchi, e Poggio a Cajano con la favola dell’Ambra e con la lunetta del Pontormo, riportano il nostro pen siero a bellissimi momenti del la cultura rinascimentale. Ho già detto che non si tratta di questo. Su una delle pendici di Monte Morello, nel corso di dodici anni vissi per molte stagioni, in quel periodo del la giovinezza ch’è decisivo nel la storia di ciascun individuo. Vi giunsi ancora fanciullo, e quando l’ultima volta, parten do, mi richiusi alle spalle il cancello del piccolo giardino, la mia strada di tutta la vita era segnata; né dico che avessi scelto la migliore. Dalla lunga permanenza in una lo calità così brulla e solitaria, qualche cosa certamente m’era passata nel sangue e nell’a nima. E sarà anche questo uno sbaglio; ma sempre m’è rincresciuto che le condizio ni di vita cambiate, la mag gior facilità dei viaggi ed il richiamo di lontane civiltà, generalmente dovessero toglie re ai nostri figliuoli l’occasio ne e l’amore di altrettanto te naci contatti con la campa gna.
Guardando a sinistra, verso la pianura, la costa selvosa di Monte Acuto nascondeva Fi renze, benché la ciminiera della « fabbrica » di Doccia, con il suo lento pennacchio di fumo, ne sembrasse una specie d’annunzio, di presen timento. Sgradito presentimen to a nojaltri; per la memoria delle scuole, dell’inverno, del la costrizione cittadina; e qua si mai nelle nostre quotidiane passeggiate ci accadeva di met terci in cotesta direzione. Ma in tanti anni che, insieme al fratello, alle sorelle ed altri coetanei, si girò per quei pog gi, ed ancora più dopo, quan do lassù restai quasi solo, il grande invito, la segreta, mi steriosa attrattiva, era verso occidente. Ogni volta sembra va di partire per un lungo viaggio pieno d’ignoto, che ri maneva sempre ignoto; e da tali viaggi non tornammo de lusi neanche una volta.
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A me oramai (estate ’36) mi si è mescolato l’olio e l’a ceto; e le cose che dovrebbe ro stare nella vita, mi si rovesciano tutte anche nella fantasia; non c’è più distin zione, e questo porta a un in finito martirio.
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Con tutte le forze si sta aiutando il mondo a diventa re sempre più brutto e insi gnificante. Gli architetti se lo ricostruiscono, da capo a pie di, in uno stile uniforme. Noialtri giornalisti, lo spennellia mo per la millesima volta di una brodaglia, d’una emulsio ne composta di colori appros simativi, di vago sentimentalismo.
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Non dato tante volte libri, indicazioni, ecc. Per la paura di restare umiliato, dopo, con statando che non avevano interessato, che involontaria mente io m’ero creato un credito inesigibile.
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Principio dell’anno: e dover saltare dentro quest’altro cerchio di carta velina.