di Emilio Cecchi
[dal “Corriere della Sera”, 28 settembre 1968]
Londra, Circus.
7 gennaio 1930.
Cavalli bianchi, musi rosa alle froge; o di un grigio argentato come nelle miniature indiane; grassezza come panna montata. Fanno pensare a contesse; alle coscie delle ballerine. Coquetterie: pennacchi di seta azzurra. Nei circhi, credo che li adoperino più che perché il pubblico possa gustare la difficoltà dell’ammaestramento, la bellezza delle forme, la purezza della razza ecc., perché danno il senso dell’abbondanza, del tripudio naturale; d’un rovesciarsi di forza; di un fiume di energia; è come incanalare dentro l’arena un diluvio. Inoltre quel piccolo segno di ritmo, di ordine, di danza che si riesce a far loro eseguire, vale come un esempio tangibile di ordine nella natura; come se si riuscisse a fare ubbidire una selva, una montagna. Il cavallo, infine, è una forma, come quella umana, moltissimo « visualizzata »; ed accoglie facilmente i ricordi d’arte, li personifica, se li appropria ed incorpora. Anche questo accresce il piacere di vedere cavalli. (E un rinoceronte dà poco piacere a vederlo, non solo perché è brutto ma perché si è visto poco o punto; è una forma, uno schema che non riceve lirica. Il serpente, per esempio, è orrendo ma la sua forma riceve una carica immensa di suggestioni liriche).
Cavallerizzi ora eseguiscono spesso in abito da sera, o in abito borghese, non più con quei costumi da cosacchi, circassi, fantini ecc. che usavano una volta e che toccavano assai oleograficamente la fantasia. Ciò fanno, perché dà più meraviglia vedere un esercizio strepitoso eseguito da uno nel costume di tutti i giorni, come se fosse un uomo comune, e vedere lo stesso esercizio eseguito da un professionale fino nell’abito. Che un cavallerizzo cosacco o che un fantino cavalchino bene non c’è da farne grande meraviglia; la meraviglia, colorita d’umorismo, comincia quando cavalcano il gentiluomo in veste da ballo, il cameriere. Anche i clowns ora preferiscono mettersi in veste da operai ecc. hanno dimesso il vestito caratteristico del pierrot, del tony. Fra i trapezisti uno era vestito da Charlot: cioè da travet.
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Domenica inglese: un gatto bianco tutto sudicio, chiuso fuori della porta di un ristorante che oggi non apre; e il gatto sta senza mangiare al freddo.
Grammofoni che bofonchiano nel sottosuolo delle case.
La stufa a gas che ronfa rossa.
Molta poesia inglese deve essere stata scritta di domenica.
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Il tempo lavora come lo spirito; è la forma elementare, la stoffa dello spirito. Una cosa antica, sgretolata dal tempo, sembra contenere una espressione umana, una impressione umana. Un ciottolo rotolato, corroso dal mare, comincia ad essere una statua.
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Perché piacciono certe pitture antiche, non per la bellezza propriamente artistica. Ma perché sono cose che hanno vinto il tempo, e non sembra possibile ammettere che l’abbiano vinto senza possedere una forza, un’attività. Testimoniano, quasi sempre d’un ordine, d’una comunanza di ideali, convinzioni ecc.: vedendole si sente che provengono da civiltà superiori.
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La vecchiezza e piena di sogni. Non è vero che la giovinezza sia piena di sogni. Questo amavano sostenere dei poeti romantici e briachi che confondevano desideri pratici, ingordigia, violenze, con affetti e visioni. Lo sostenevano dei poeti arrivisti che, in fondo, non avevano avuto altro desiderio che accaparrare e banchettare. Si fecero una posizione e la pagarono quello che sempre si pagano le posizioni. Quando furono arrivati sul declino, quando la forza delle loro ingordigie fu calata e si accorsero che avevano mangiato un convito di ceneri, allora cominciarono a dire che i « sogni » erano passati, che si accostava la sterile vecchiezza; che la vita era inutile. Avevano l’automobile, l’assicurazione, la pensione, il titolo, ecc. ecc.; ma volevano avere anche l’autorità delle altre cose, almeno costituirsene l’alibi; per questo cominciavano a dire che ormai non era più il tempo, che sopraggiungeva la realtà: era una realtà che avevano corteggiata tutta la vita, alla quale avevano fatto i più umilianti sacrifici. Siccome se l’erano incatenata per mezzo di contratti a rendite e alleanze, parevano anche figurare di maledirla: i soldi li pigliavano lo stesso. Ma la vecchiezza è piena di sogni, divisioni, popolata di poesia più viva di tutto perché è vera, non nostalgica, non fatta di bramosie, violenze; una poesia fatta di significati vissuti e contemplativi.
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Tutti i divieti all’amore, in fondo, vanno bene, perché non fanno che comprimere l’amo re e accrescerne la forza esplo siva; non fanno che renderlo più intimo e segreto. In so stanza, l’amore si è avvantag giato dalle istituzioni asceti che e cristiane: è nato nell’Evo Medio. Il bisogno di nascondere, di avere qualco sa per sé soli. Se fosse pos sibile rispettarlo. Se fosse pos sibile che ognuno avesse la sua « cella ». Tante volte, il più delle volte, credo si trat terebbe soltanto di nasconde re delle piccolezze: di affermare la propria libertà in quelle. Non essendo possibi le ciò, si finisce in fughe più gravi e peccaminose: uno di venta adultero perché non po teva, in certi momenti, star solo, sentirsi solo: si fa un rifugio, una conchiglia dell’adulterio: vi realizza, o me glio, cerca di realizzarvi il suo bisogno di solitudine, di evasione, piuttosto che altra cosa.
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Susanna e i vecchioni: non era tanto il gusto libidinoso di vedere una nudità ecc. Ma vedere una creatura come si porta quando è (si crede) ve ramente sola, e non recita: un essere nudo, fuor dello spec chio sociale.
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Malraux è scrittore provo cante. In parte perché la vio lenza della sua arte suscita nel lettore intense reazioni. E in parte perché egli attizza quella violenza naturale, con ragioni e procedimenti desti nati a un ufficio provocatorio. C’è in lui, ad ogni pagina, una disperata volontà di as serirsi, in qualsiasi modo. Bat te il piede, porge il ferro; come il maestro di scherma che vuole obbligare l’allievo a parare e rispondere a fon do. Ma è un maestro di scherma, oltre che bravissimo, fu mista e confusionario. Nella letteratura d’oggi, s’intende letteratura creativa, non let teratura politica e polemica, è difficile trovare migliore esempio di furia francese: di quella spavalderia professio nale ed anche imprudente, che dette tanto sui nervi a Giulio Cesare e Machiavelli.
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Che senso, che scopo c’è nel ricordare, nel rievocare, nel cercare di definire a se stessi (per iscritto) il proprio passato? Tutti hanno materia da ricordare; ed ognuno po trebbe, può rievocarla, rumi narla, per conto proprio. Pen savo a G., con la sua avidità di vita, e la sua morte preco ce; pensavo a L., con qualco sa di umiliato che aveva, e insieme insolente: come di una esistenza sorta da qual cosa di inferiore, che cerca va di ripigliarsi, e non ci riu scì. Tutti hanno esperienze e ricordi simili. Perché uno de ve « lavare » ed esibire i pro pri; perché certi scrittori han no fatto, d’un lavoro simile, lo scopo della propria vita? Non è oziosità, esibizionismo, ecc.? In realtà non è, Rous seau ha scritto a quel modo di sé; e gli altri, gli anonimi, quelli che non sanno scrivere (e che non saprebbero leggere in se stessi) hanno imparato, su quel modello, ad interpre tare i segni del proprio pas sato; sono stati aiutati ad em pire di coscienza il proprio passato; è stato reso più flui do, più mobile, più sensibi le, più carico di coscienza, quel tesoro di ricordi, ch’è sospeso nelle anime e nel mondo. Imparare a ricordare: un po’ come imparare a pre gare.
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Ormai io sono come i « gangsters »: tiro solamente alla testa. Il guajo è che la testa il più delle volte non la trovo.