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LETTERATURA: I MAESTRI: I taccuini di Cecchi: Poesia di domenica

24 Marzo 2015

di Emilio Cecchi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, 28 settembre 1968]

Londra, Circus.
7 gennaio 1930.

Cavalli bianchi, musi rosa alle froge; o di un grigio argentato come nelle miniature indiane; grassezza come panna montata. Fanno pensare a contesse; alle coscie delle ballerine. ¬†Coquetterie: pennacchi di seta azzurra. Nei circhi, credo che li adoperino pi√Ļ che perch√© il pubblico possa gustare la difficolt√† dell’ammaestramento, la bellezza delle forme, la purezza della razza ecc., perch√© ¬† danno il senso dell’abbondanza, del tripudio naturale; d’un rovesciarsi di forza; di un fiume di energia; √® come incanalare dentro l’arena un diluvio. Inoltre quel piccolo segno di ritmo, di ordine, di danza che si riesce a far loro eseguire, vale come un esempio tangibile di ordine nella natura; come se si riuscisse a fare ubbidire una selva, una montagna. Il cavallo, infine, √® una forma, come quella umana, moltissimo ¬ę visualizzata ¬Ľ; ed accoglie facilmente i ricordi d’arte, li personifica, se li appropria ed incorpora. Anche questo accresce il piacere di vedere cavalli. (E un rinoceronte d√† poco piacere a vederlo, non solo perch√© √® brutto ma perch√© si √® visto poco o punto; √® una forma, uno schema che non riceve lirica. Il serpente, per esempio, √® orrendo ma la sua forma riceve una carica immensa di suggestioni liriche).

Cavallerizzi ora eseguiscono spesso in abito da sera, o in abito borghese, non pi√Ļ con quei costumi da cosacchi, circassi, fantini ecc. che usavano una volta e che toccavano assai oleograficamente ¬†la fantasia. Ci√≤ fanno, perch√© d√† pi√Ļ meraviglia vedere un esercizio strepitoso eseguito da uno nel costume di tutti i giorni, come se fosse un uomo comune, e vedere lo stesso esercizio eseguito da un professionale fino nell’abito. Che un cavallerizzo cosacco o che un fantino cavalchino bene non c’√® da farne grande meraviglia; la meraviglia, colorita d’umorismo, comincia quando cavalcano il gentiluomo in veste da ballo, il cameriere. Anche i clowns ora preferiscono mettersi in veste da operai ecc. hanno dimesso il vestito caratteristico del pierrot, del tony. Fra i trapezisti uno era vestito da Charlot: cio√® da travet.

*

Domenica inglese: un gatto bianco tutto sudicio, chiuso fuori della porta di un ristorante che oggi non apre; e il gatto sta senza mangiare al freddo.

Grammofoni che bofonchiano nel sottosuolo delle case.

La stufa a gas che ronfa rossa.

Molta poesia inglese deve essere stata scritta di domenica.

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 Il tempo lavora come lo spirito; è la forma elementare, la stoffa dello spirito. Una cosa antica, sgretolata dal tempo, sembra contenere una espressione umana, una impressione umana. Un ciottolo rotolato, corroso dal mare, comincia ad essere una statua.

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Perch√© piacciono certe pitture antiche, non per la bellezza propriamente artistica. Ma perch√© sono cose che hanno vinto il tempo, e non sembra possibile ammettere che l’abbiano vinto senza possedere una forza, un’attivit√†. Testimoniano, quasi sempre d’un ordine, d’una comunanza di ideali, convinzioni ecc.: vedendole si sente che provengono da civilt√† superiori.

*

¬†La vecchiezza e piena di sogni. Non √® vero che la giovinezza sia piena di sogni. Questo amavano sostenere dei poeti romantici e briachi che confondevano desideri pratici, ingordigia, violenze, con affetti e visioni. Lo sostenevano dei poeti arrivisti che, in fondo, non avevano avuto altro desiderio che accaparrare e banchettare. Si fecero una posizione e la pagarono quello che sempre si pagano le posizioni. Quando furono arrivati sul declino, quando la forza delle loro ingordigie fu calata e si accorsero che avevano mangiato un convito di ceneri, allora cominciarono a dire che i ¬ę sogni ¬Ľ erano passati, che si accostava la sterile vecchiezza; che la vita era inutile. Avevano l’automobile, l’assicurazione, la pensione, il titolo, ecc. ecc.; ma volevano avere anche l’autorit√† delle altre cose, almeno costituirsene l’alibi; per questo cominciavano a dire che ormai non era pi√Ļ il tempo, che sopraggiungeva la realt√†: era una realt√† che avevano corteggiata tutta la vita, alla quale avevano fatto i pi√Ļ umilianti sacrifici. Siccome se l’erano incatenata per mezzo di contratti a rendite e alleanze, parevano anche figurare di maledirla: i soldi li pigliavano lo stesso. Ma la vecchiezza √® piena di sogni, divisioni, popolata di poesia pi√Ļ viva di tutto perch√© √® vera, non nostalgica, non fatta di bramosie, violenze; una poesia fatta di significati vissuti e contemplativi.

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Tutti i divieti all’amore, in fondo, vanno bene, perch√© non fanno che comprimere l’amo ¬≠re e accrescerne la forza esplo ¬≠siva; non fanno che renderlo pi√Ļ intimo e segreto. In so ¬≠stanza, l’amore si √® avvantag ¬≠giato dalle istituzioni asceti ¬≠che e cristiane: √® nato nell’Evo Medio. Il bisogno di nascondere, di avere qualco ¬≠sa per s√© soli. Se fosse pos ¬≠sibile rispettarlo. Se fosse pos ¬≠sibile che ognuno avesse la sua ¬ę cella ¬Ľ. Tante volte, il pi√Ļ delle volte, credo si trat ¬≠terebbe soltanto di nasconde ¬≠re delle piccolezze: di affermare la propria libert√† in quelle. Non essendo possibi ¬≠le ci√≤, si finisce in fughe pi√Ļ gravi e peccaminose: uno di ¬≠venta adultero perch√© non po ¬≠teva, in certi momenti, star solo, sentirsi solo: si fa un rifugio, una conchiglia dell’adulterio: vi realizza, o me ¬≠glio, cerca di realizzarvi il suo bisogno di solitudine, di evasione, piuttosto che altra cosa.

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 Susanna e i vecchioni: non era tanto il gusto libidinoso di vedere una nudità ecc. Ma vedere una creatura come si porta quando è (si crede) ve ­ramente sola, e non recita: un essere nudo, fuor dello spec ­chio sociale.

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Malraux √® scrittore provo ¬≠cante. In parte perch√© la vio ¬≠lenza della sua arte suscita nel lettore intense reazioni. E in parte perch√© egli attizza quella violenza naturale, con ragioni e procedimenti desti ¬≠nati a un ufficio provocatorio. C’√® in lui, ad ogni pagina, una disperata volont√† di as ¬≠serirsi, in qualsiasi modo. Bat ¬≠te il piede, porge il ferro; come il maestro di scherma che vuole obbligare l’allievo a parare e rispondere a fon ¬≠do. Ma √® un maestro di scherma, oltre che bravissimo, fu ¬≠mista e confusionario. Nella letteratura d’oggi, s’intende letteratura creativa, non let ¬≠teratura politica e polemica, √® difficile trovare migliore esempio di furia francese: di quella spavalderia professio ¬≠nale ed anche imprudente, che dette tanto sui nervi a Giulio Cesare e Machiavelli.

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Che senso, che scopo c’√® nel ricordare, nel rievocare, nel cercare di definire a se stessi (per iscritto) il proprio passato? Tutti hanno materia da ricordare; ed ognuno po ¬≠trebbe, pu√≤ rievocarla, rumi ¬≠narla, per conto proprio. Pen ¬≠savo a G., con la sua avidit√† di vita, e la sua morte preco ¬≠ce; pensavo a L., con qualco ¬≠sa di umiliato che aveva, e insieme insolente: come di una esistenza sorta da qual ¬≠cosa di inferiore, che cerca ¬≠va di ripigliarsi, e non ci riu ¬≠sc√¨. Tutti hanno esperienze e ricordi simili. Perch√© uno de ¬≠ve ¬ę lavare ¬Ľ ed esibire i pro ¬≠pri; perch√© certi scrittori han ¬≠no fatto, d’un lavoro simile, lo scopo della propria vita? Non √® oziosit√†, esibizionismo, ecc.? In realt√† non √®, Rous ¬≠seau ha scritto a quel modo di s√©; e gli altri, gli anonimi, quelli che non sanno scrivere (e che non saprebbero leggere in se stessi) hanno imparato, su quel modello, ad interpre ¬≠tare i segni del proprio pas ¬≠sato; sono stati aiutati ad em ¬≠pire di coscienza il proprio passato; √® stato reso pi√Ļ flui ¬≠do, pi√Ļ mobile, pi√Ļ sensibi ¬≠le, pi√Ļ carico di coscienza, quel tesoro di ricordi, ch’√® sospeso nelle anime e nel mondo. Imparare a ricordare: un po’ come imparare a pre ¬≠gare.

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Ormai io sono come i ¬ę gangsters ¬Ľ: tiro solamente alla testa. Il guajo √® che la testa il pi√Ļ delle volte non la trovo.


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Bart