Intervista a Piovene. Nessuno ti vieta di scrivere un capolavoro

di Manlio Cancogni
[da “La Fiera Letteraria”, numero 34, giovedì 24 agosto 1967]

(La mattina del  1 settembre 2015 Manlio Cancogni è morto nella sua casa di Marina di Pietrasanta. Era nato a Bologna da genitori versiliesi il 6 luglio 1916. La rivista Parliamone ha cominciato a pubblicare una serie di sue interviste, che continuerà. Un piccolo saggio su un suo libro. “Parlami, dimmi qualcosa” si può leggere qui).

Cancogni: Credi anche tu, quando scrivi, di rendere al cinquanta per cento di quello che potresti dare?

Piovene: Devo dire di sì. Ogni vol ­ta che ho scritto un libro sento di non averlo realizzato pienamente.

Sempre?

Sempre.

Hai questa sensazione mentre scri ­vi?

No, quando rileggo ciò che ho scrit ­to.

Perché?

Credo che sia la sorte naturale di ogni scrittore. Credo che lo scrittore dia sempre meno di quello che è.

lo non sono d’accordo. Conosco de ­gli scrittori che mi sembrano molto al di sotto di quello che scrivono. An ­zi, a volte mi meraviglio che certi li ­bri buoni, abbiano potuto essere scrit ­ti da certe persone.

Con i cattivi scrittori può accadere.

Ma una cosa è rendere meno di quanto si vorrebbe, un’altra è limitar ­si volontariamente. E’ di questo che si deve parlare.

Certo che esistono delle autolimita ­zioni. Ma dipendono soprattutto dall’essersi immaginati degli interessi fit ­tizi, dall’essersi fatti prendere da mo ­de, correnti, ideologie. In una parola: da ambizioni sbagliate. L’unica cosa giusta per fare dell’arte è essere as ­solutamente e solamente se stessi, d’essere indifferenti a qualunque co ­sa ti dicano, a ciò che si scrive, a ciò che si pensa…

Dunque il grande limite è la paura. Soprattutto la paura di non

essere nel gioco.

Non credo d’esserne stato vittima in modo particolare. Ma sì, questa paura ha agito anche su di me. Vedo oggi, rileggendo le mie cose, lo vedo con rammarico, che avrebbero potuto essere migliori se mi fossi sentito li ­bero.

E c’è oggi uno scrittore così; libe ­ro voglio dire da qualsiasi pregiudi ­zio o timore, e che scriva solamente quello che gli piace?

Palazzeschi per esempio. Non vo ­glio fare nomi di scrittori giovani.

I giovani sono più soggetti alla pau ­ra?

C’è una specie di terrorismo ideolo ­gico a cui tutti sottostanno, in parti ­colare i giovani. Per non essere ter ­rorizzati diventano loro stessi ter ­roristi.

E’ la grande passione culturale d’og ­gi.

Forse di sempre.

Bompiani rimprovera gli scrittori di non avere grandi ambizioni, di con ­tentarsi di poco. Di non volere essere grandi.

Personalmente non ho mai peccato di modestia. Ho sempre mirato in al ­to. Ogni vero scrittore fa così.

Tu perciò hai pensato seriamente di poter scrivere una grande opera?

Certo che sì. E’ l’unica ragione per cui si scrive. Scrivere un’opera che ti sopravviva. E’ l’unico modo di prolun ­gare la propria vita. Altre ragioni ve ­re allo scrivere non ci sono. Se no si fa un’altra cosa, si fa il politico, l’in ­dustriale…

E in te questo sentimento c’è sem ­pre?

Sì. Anzi sta aumentando con gli an ­ni. In me c’è un’incapacità costituzio ­nale alla rinuncia, alla rassegnazione, al ripiegamento, al ridimensionamen ­to, al contentarsi di far meno di ciò che si è fatto prima. E’ l’unica cosa che mi tiene in vita. La più grande parola in proposito l’ha detta Faulkner: « La mia opera è una serie di splendidi fallimenti ».

Vorresti che si dicesse di te la stes ­sa cosa?

Preferirei che si dicesse: è stata una serie di splendide riuscite.

Sempre Bompiani si lamentava del fatto che oggi non ci siano maestri. Buoni, buonissimi scrittori, non mae ­stri. Chi è secondo te un maestro?

Chi scrive dei bei libri.

Niente altro?

Niente altro.

Non chi dice una parola nuova?

Che cosa vuol dire? Non credo che uno scrittore come Borjese, per esem ­pio, abbia detto una parola nuova.

E tu l’ammiri molto?

Io sì, e tu?

Io lo detesto.

Perciò anche oggi, tu dici, ci sono dei maestri. Generalmente si dice che non è possibile, che il nostro tempo è ostile a questa specie.

Non lo credo affatto. Penso che quando ci allontaneremo si vedrà che c’erano dei grandi scrittori come nel passato.

Oggi è troppo presto per giudicare.

Potresti darci un esempio, fare il nome di un romanzo che ha partico ­larmente risentito, nel senso in cui tu dici, del tempo in cui è apparso?

Prendiamo il « Dottor Zivago ». Quando uscì chi poteva dire d’essere libero da pregiudizi? C’era nell’aria come un polverio ideologico che offu ­scava la vista e il senso critico.

Ne sono convinto: questi ultimi de ­cenni hanno certamente dato degli ot ­timi scrittori. Chi vivrà lo vedrà.

Vogliamo fare dei nomi?

Meglio di no.

C’è chi si scusa di non essere un maestro dandone la colpa all’indu ­stria culturale.

Io non ho mai sentito il peso del ­l’editore. L’industria non so che cosa sia. Scrivo con piena indipendenza. Nessuno mi forza a scrivere rapida ­mente. Non sono mai stato uno scrit ­tore professionista. Semmai, come professione, sarei un giornalista. No, se non sono stato libero è per colpa mia, non per una pressione esterna. La nostra debolezza dipende sempre da ragioni intrinseche. Perché dar la col ­pa agli altri?

Ma puoi dire d’aver scritto sempre con piena libertà?

Sempre. Ogni libro è un’avventu ­ra. E’ un amore. Quando viene viene.

Sono stato almeno dieci anni senza scrivere.

 

Soffrendone?

Mica tanto.

 

Mi ricordo quando ti venni a trova ­re, qui, nel ’51, in autunno, stavi per finire un romanzo a cui lavoravi già da quattro anni. Me ne parlasti. Si svolgeva nella campagna di Voghera La protagonista era una donna che faceva dei miracoli… Mi pare che tu allora ci contassi molto, che quello in ­somma fosse il grande libro a cui pensavi. Che fine ha fatto?

Si disfece. Più tardi ne ho rifuso una parte nelle Furie che è l’unico li ­bro a cui tengo anche se è quello che è andato meno.

 

Quando si parla di maestri vengono subito alla mente i grandi dell’Ottocento, scrittori come Hugo, Tolstoi, Dostoiewski. Ecco, possiamo dire con certezza, che scrittori del genere nel nostro secolo non ce n’è.

Non sarebbe possibile.

 

Perché?

Nessuno di noi ha una verità così certa da portare avanti. Siamo uomi ­ni che si cercano; ci sperimentia ­mo, siamo pieni di dubbi…

Ma credi che possa esistere un grande scrittore senza le verità cui si accennava prima a proposito di Hugo e di Tolstoi?

Io penso di sì. Prendi ad esempio Montaigne. E poi ci sono gli scrittori che danno dei sogni come l’Ariosto.

 

O come Stevenson.

Stevenson, certo. Non bisogna la ­sciarsi affascinare da un solo tipo di scrittore, quello che porta una specie di verbo. I profeti, è vero, non ci sono.

 

Non sono certo io a rimpiangerli.

Figurati io.

 

Bisogna ammettere però che lo scrittore oggi è troppo preoccupato di se stesso, e che questo necessariamen ­te lo limita…

Ma è naturale. Questa preoccupa ­zione, come tu la chiami, nasce da un bisogno: quello di chiarire se stes ­so. Si vive nel dubbio, vogliamo uscir ­ne, sciogliere i nodi che ci stringono, e questo ci obbliga a una forte con ­centrazione su noi stessi….

 

Intendevo dire un’altra cosa. Lo scrittore è troppo preoccupato della sua situazione personale rispetto al tempo, alla storia… Egli sta sempre a chiedersi se, date le circostanze, quel ­lo che avrebbe in mente di fare, abbia un senso… Insomma siamo vittime di una ridicola storicizzazione.

Questo sì. Questo è un grande vi ­zio. Vi abbiamo soggiaciuto tutti e dobbiamo sbarazzarcene.

 

C’è sempre qualcuno che viene fuo ­ri a dirti: dopoché X ha scritto la tale cosa, tu non puoi più… dopoché c’è stata la tale scoperta, la tale rivolu ­zione è assurdo che tu continui a scri ­vere in questo modo… Fino a tre an ­ni fa un romanzo del genere avrebbe avuto un senso, oggi non l’ha più… e così via.

E’ assurdo, è grottesco…

 

Qui vien fuori appunto la mancan ­za di coraggio di cui si parlava… Ci si guarda troppo in giro, ai fianchi, al ­le spalle…

Sì, è pura mancanza di coraggio. Si ha un’idea della storia totalmente sba ­gliata, si pensa alla storia come a un corridoio stretto e diritto… Non è ve ­ro; non è vero nell’arte e in nessun’altra sede.

 

Le strade sono tante…

Infinite. Credere che la letteratura sia una catena di reazioni come quel ­le che avvengono in un laboratorio di fisica o di chimica è una stoltezza.

Fra l’altro anche nel mondo scien ­tifico non vale più l’illusione ottocen ­tesca di un progresso continuo, di una accumulazione che non consente ritorni o svolte. La scienza d’oggi ri ­mette in discussione le sue conquiste. E’ un ripensamento incessante. E’ dunque inimmaginabile che proprio la letteratura che dovrebbe ricono ­scere come unica legge la fantasia si pieghi a metodi che non servono nemmeno più nelle scienze.

 

Già, ma c’è chi sostiene proprio questo: che la letteratura non è affat ­to il mondo esclusivo della fantasia. Questa parola anzi sembra bandita dal vocabolario critico d’oggi.

La bandiscano pure: non cesserà per questo di agire. Si sottoponga pu ­re l’opera d’arte a tutte le analisi scientifiche che si vuole. In ultima istanza ciò che resta, sarà sempre la facoltà creativa dell’artista, il suo mondo fantastico.

 

Però ricordo che c’è stato un tem ­po in cui anche tu affermavi che lo scrittore, il vero scrittore non può es ­sere indifferente al tempo in cui vive.

Sì l’ho detto. Ma che cosa non si dice? D’altra parte è anche vero. Tut ­to è vero e non è vero. Ma alla resa dei conti io penso che un’opera d’ar ­te sia una convivenza con dei fanta ­smi… L’attenzione al tempo in cui si vive fa un grande giornalista, non un grande scrittore… In un vero scrit ­tore la consapevolezza del tempo in cui vive viene da sé, senza che sia ne ­cessario tenersi programmaticamen ­te al corrente di quello che si fa e di quello che accade.

 

Possiamo concludere dicendo che non c’è nulla che impedisca allo scrit ­tore d’essere un grande scrittore.

Assolutamente nulla: se non lui stesso, le sue ubbie, la sua mancanza di coraggio di fronte all’ambiente… Nessuno vuole lo scrittore « monstre sacré » del secolo scorso. Ogni tempo dà gli scrittori che può dare, i grandi scrittori che può dare. Forse il no ­stro vorrebbe scrittori di pura fanta ­sia, come Apuleio o Stevenson, o for ­temente critici, come Montaigne, di genere diversissimo… Portatori di un verbo, di verità universali, no. Biso ­gnerebbe che queste verità esistesse ­ro, bisognerebbe esserne convinti… Allora potrebbe nascere anche un Vic ­tor Hugo.

 

Nulla vieta però che possa anche nascere questo tipo di scrittore.

Potrebbe nascere anche uno scritto ­re di questa fatta. Non c’è ma potreb ­be nascere. Non c’è malgrado che da tutte le parti lo si inviti a mostrarsi. E’ un pezzo che lo si sollecita. E tut ­tavia non viene fuori. Che esca, non abbia paura sarà accolto con tut ­ti gli onori. Io preferisco credere che nel nostro tempo il maestro, lo scrit ­tore maestro, se proprio tieni a que ­sta parola, sarà un maestro di dubbi.

 

Pensi di poterlo essere tu?

Perché no? Io voglio rischiare. Fin ­ché campo rischierò.

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