Intervista a Mario Tobino

di Manlio Cancogni
[da “La fiera letteraria”, numero 44, giovedì, 2 novembre 1967]

Mario Tobino vive da oltre vent’anni nell’ospedale psichiatrico di Maggiano vicino a Lucca) di cui è direttore. Gli sono affidati oltre mille pazzi, in gran parte donne, che occupano alcuni padiglioni mezzo nascosti nel verde sul fianco di una collina. Da quando sono entrati nell’uso gli psicofarmachi, il manicomio di Maggiano è una residenza tranquilla. I ricoverati coltivano le aiuole, tengono puliti i locali, guardano la televisione. Scomparse le camicie di forza e le celle di isolamento. Gli agitati, anche nel colmo di una crisi, vivono i loro deliri come proiettati su uno schermo, senza violenza. Nelle due stanze che lo scrittore occupa a pianterreno non arriva un grido. Tobino s’è affezionato al suo manicomio. Ormai è la sua casa, la sua famiglia. E’ fra quelle mura che ha vissuto gli anni della maturità e scritto i suoi romanzi. Una vita da recluso. Mesi e mesi di lavoro e di riflessione (solo con i malati e con i libri) interrotti da qualche breve vacanza, da una visita, da una gita a Viareggio (la sua città), o a Firenze, da un viaggio all’estero. Anche dopo il grande successo riscosso dagli ultimi libri non ha modificato le sue abitudini. La vita e la letteratura come eroismo: ecco la sua fede. Sembra un anacronismo, e lui stesso ne parla con iro ­nia, prendendosi gioco di se stesso. Ma è un fatto: Tobino è forse l’ultimo scrit ­tore in Italia a credere nel valore assoluto della parola e del gesto. La lettera ­tura come merce, non lo interessa; la vita come soggezione alle regole, ai riti, ai pregiudizi, alle ipocrisie del mondo gli repugna: « Vivre libre ou mourir! ».

Tobino – Ho letto. Hai interrogato Volponi, Piovene, Bilenchi e anche il Sanguineti. Bravo. Hai chiesto loro se è vero che oggi non ci sono più mae ­stri ma solo piccoli scrittori più o me ­no buoni e loro ti hanno risposto. Bravi! Vuoi sapere che cosa ne penso?

Cancogni – Sì, ma innanzitutto chi è un maestro secondo te? Intendo di ­re nel nostro tempo.

Tobino – Quanta cautela! Di che ti preoccupi? Che cos’è questa precisazione, « il nostro tempo »?… « Il nostro tempo » è una fisima dei cattivi letterati. Diciamo semplicemente un maestro. E’ una persona per bene.

Cancogni – Che cosa vuol dire?

Tobino – Sì, una persona per bene con un po’ di genio, naturalmente. Uno che amiamo, che c’insegna, che ci protegge. Uno che ti aiuta senza farsene accorgere, che non ti distur ­ba… un padre, un fratello, un figlio… Un amico che ti sta accanto senza par ­lare. Una volta ero in collegio a Col ­le Salvetti. M’avevano punito con la prigione. Era la prima volta che ci en ­travo. Pensavo a come avrei passato tutto il giorno in quel bugigattolo, mi sentivo sgomento. Proprio allora ave ­vo letto le poesie del Petrarca. M’ac ­corsi di ricordarne alcune a memoria. Mi sedetti sul panchetto con in fac ­cia la parete nuda e cominciai a ri ­petermele. Fu una festa, una letizia. E dire che Petrarca non mi è mai piaciuto. Sì è così, scrivilo pure: i maestri sono quelli che con la loro parola hanno consolato la nostra in ­fanzia infelice. Quando abitavo a Via ­reggio, in certe mattine d’inverno, non potevo entrare in scuola perché il preside mi aveva sospeso. Me ne andavo solo sulla spiaggia. Ma c’era pericolo che qualcuno mi vedesse e andasse a raccontarlo a casa. Allora mi nascondevo dietro una cabina. Re ­stavo lì, fermo, delle ore, infreddolito, a guardare la pioggia che bucherella ­va la sabbia. Con quel mare sporco davanti, il mondo mi pareva orribile. Un preside tremendo, un padre seve ­ro, dei professori ottusi, dei compagni estranei, una città oppressa dalla noia… che avvenire mi riservava la vita? Ma anche allora avevo chi mi faceva compagnia. Mi chiedi che co ­s’è un maestro? Chi dice la parola giusta, la parola che quando la senti, pensi: eccola, non poteva essere un’al ­tra. Il maestro è Dante. Ricorda quan ­do dice: « Per veder che in camera si puote… ». Poche parole e c’è dentro tutto. Hai voglia… a scrivere cento pa ­gine di scene erotiche. E’ acqua cal ­da. Roba che può eccitare quel vec ­chio barbagianni impotente di… Ma le parole di Dante ti scavano dentro: leggi, vedi e ti manca il fiato. È’ co ­sì. Per noi il maestro è Dante, per i russi sarà Puskin, per i francesi Flaubert…

Cancogni – Veramente non riesco a mettere Flaubert accanto a Dante e a Puskin.

Tobino – Hai torto. E’ un leone. Ha difeso la letteratura. Vedeva la deca ­denza della Francia, la corruzione, lo sfacelo, e lui solo, a Croisset, nella sua casa, con la penna in mano, là. Ci sono stato. Vai a vedere anche tu, vicino a Rouen…

Cancogni – Non ne ho nessuna vo ­glia. Ricordati cosa ne dicono i Goncourt… un bue, un grosso bue nor ­manno, un culo di pietra, capace di stare a tavolino trenta ore di seguito…

Tobino – Invidia. Loro due invidio ­si, meschini; lui, un eroe; non pote ­vano capirlo. Loro razzolavano per le redazioni, fra le quinte dei teatri e dei ministeri, in mezzo alla gentuzza. Lui se ne fregava di tutti, era libero. E oggi, i Goncourt chi li legge più? L’Education e Madame Bovary inve ­ce… Ma tu, mio caro, sei sicuro d’averlo letto bene?

Cancogni – Penso di sì; Madame Bovary e L’Education credo di saperle a memoria. Tuttavia non è davvero il tipo di scrittore esaltante. Si do ­vesse fare il nome di un maestro per la Francia dell’800, io direi Victor Hu ­go. Ma lasciamo stare la Francia. Tu in sostanza vieni a dirmi che un mae ­stro è legato alla letteratura naziona ­le. Per me non è affatto così. I primi scrittori che ho amato nei quali ho trovato come dici tu l’amico, il soste ­gno, il consolatore, non erano italia ­ni. Erano russi, inglesi, americani; so ­no loro che hanno colpito la mia im ­maginazione, che m’hanno dato le pri ­me emozioni. Gli italiani, i classici in ­tendo, sono venuti dopo.

Tobino – Non ci credo, non dici la verità.

Cancogni – E’ assolutamente vero.

Tobino – Non ti credo, dici così per il troppo bene che gli vuoi. Per noi la poesia è legata prima di tutto alla nostra lingua… Di quell’umile Italia fia salute, per cui morì la vergine Ca ­milla, e Eurialo e Turno e Niso di ferute… Come fai a dimenticarlo? E poi guardati intorno, siamo in Ita ­lia e non dimenticare nella nostra tradizione contano anche i pittori, gli scultori, gli architetti, anche quelli so ­no i nostri maestri…

Cancogni – Non ho voglia di risali ­re nei secoli.

Tobino – Non occorre. Ce n’è di re ­centi. Ti sei mai chiesto per esempio perché era così amato a Firenze Ot ­tone Rosai? Tutti i suoi amici lo ri ­cordano; per loro era un maestro.

Cancogni – Beh, ci s’è anche rica ­mato un po’ sopra…

Tobino – Ma guarda com’è amato; perché per loro è un maestro.

Cancogni – E che cosa gli ha inse ­gnato?

Tobino – A giudicare le persone, a scoprire il male ovunque. Lui con un’occhiata vedeva tutto. Vedeva una persona e capiva; subito sapeva di ­stinguere. Conosci quel suo quadro, Gli uomini nudi?. Hanno delle brutte facce. Lui non era come De Pisis che vedeva tutto bellino, gradevole. Lui, i suoi tipi li conosceva. Li sfruttava è vero, ma anche per lui erano il vi ­zio: lo sapeva. Aveva la mente chia ­ra: ecco un maèstro. Ma ora s’è dirot ­tato, da Puskin siamo venuti al pove ­ro Ottone, la fantasia viaggia.

Cancogni – Perché non D’Annunzio allora?

Tobino – No, no, non era un mae ­stro, lui era il casino, è quello che ha tirato fuori i nostri vecchi sogni di casinisti. Lui agita un bastone in un rigagnolo e tira su tutto il torbido, la melma…

Cancogni – Bene, ci ha fatto vedere che cosa avevamo dentro, che cosa de ­sideravamo. Non basta per fare un maestro?

Tobino – Certo divertente. Pensa che cos’era l’Italia alla fine dell’Ottocento. Lui ha portato un po’ d’alle ­gria, un po’ di puttane, ha mosso le cose. Ma un maestro no. Manca il grande poeta. Carnale, sensuale, non arricchisce la mia anima. Non mi consola. Persino il piccolo Pascoli mi dice più di lui. Sì in Pascoli… Che pian ­to fu, quante ore, lì sotto il verde om ­brello delle mimose in fiore. Questo te lo ricordi, ti resta… Lui no, non ha eco, non ha risonanza. Era un meri ­dionale che ha la donna profumata, s’esalta e ci dà dentro, e tutti perdon la testa. Un giorno che mi trovavo a Pescara andai a vedere la sua casa; ero curioso, anche tu l’avresti fatto. C’era una quantità di fotografie ai muri, sui mobili da ragazzo, da giova ­ne, in borghese, in divisa. Ce n’era una in divisa da comandante dedicata alla sua donna di servizio, Marietta. C’era scritto: « A Marietta ora e sem ­pre ». A Marietta ora e sempre, te lo immagini, alla serva. Ma ci vai via! Sì era divertente, ma ora se venisse qui col pugnalino gli direi: fammi il piacere, vestiti corretto.

Cancogni – Eppure, non c’è stato scrittore in Italia così amato come lui.

Tobino – E’ vero; quando ero in ser ­vizio militare mi ricordo c’era un uf ­ficiale, un tenente, si chiamava Fettarappa, che lo amava, proprio lo amava. « E’ come un bacio », diceva. Al diavolo! Non m’importa di D’An ­nunzio e dei suoi adoratori. Ne abbia ­mo parlato anche troppo. Per me lo scrittore, il maestro, quello che t’inse ­gna la vita, è un altro tipo d’uomo; è innanzi tutto uno che è stato in mez ­zo alle cose, che le ha sperimentate, che ne ha sofferto. Perché oggi, mi dici, non ce n’è? Perché non hanno visto nulla, perché discorrono prima di sapere. Prendi Dante. Lui è stato dappertutto. Nella Commedia ci ritro ­vi tutto, questi monti, queste valli. Lucca, Cecina, Sarzana… « Tu sei lo mio maestro e lo mio autore, tu sei solo colui da cui tolsi lo bello stile che m’ha fatto onore. Ecco la defi ­nizione. Il maestro è lui, si torna sem ­pre a lui.

Cancogni – Sì, ma è anche facile. Non riesco a vedere come possa aiu ­tarci oggi il suo esempio. Restiamo ai nostri giorni. Ci sono oggi delle con ­dizioni diverse.

Tobino – Ma che vuoi condizionare. A me non mi ha mai condizionato nes ­suno. Chi cerca delle scuse nella so ­cietà, nei tempi, nel mercato, ecc. ecc. è un vagabondo. Un giorno degli ami ­ci mi portarono un tale, volevano che lo visitassi così, in amicizia. Era un giovane scrittore. Almeno diceva così. Ma in pratica non aveva mai scritto nulla. Non poteva, era bloccato, dice ­va, accusava certi malesseri, vertigi ­ni, punti neri davanti agli occhi, nau ­see che gli impedivano d’affrontare la pagina bianca. Io lo guardavo così, lo stavo a sentire, e lui parlava, parlava, arruffandosi. Poi dissi: « Ho capito, nessuna voglia di lavorare, ecco la sua malattia giovanotto ». Sono tutti così questi signori, che se la prendono con la società, il mercato, i commit ­tenti e la civiltà dei consumi. Ma che vuoi consumare? Figurati, l’anno scor ­so ho scritto un libro su Viareggio. Mi dicevano: che fai, lasciale perdere le storie viareggine, a chi vuoi che inte ­ressino? Ne avevo voglia e l’ho scrit ­to. Amavo mia madre e ho scritto un libro sulla sua famiglia La brace dei Biassoli. Anche allora c’era chi mi di ­stoglieva. Mi diceva: le solite cose fa ­miliari, smettila. Ma io ho scritto quel che il cuore mi dettava. Il condiziona ­mento? Io me ne sto al manicomio e mi ci trovo benissimo. Mi ha dato la pace.

Cancogni – Sì, ma può esserci, an ­che se non te ne accorgi, una pres ­sione occulta.

Tobino – Non ci credo. E’ come la storia di Freud. Che vuoi freudare. Lo scrittore trasfigura. Trasfigura anche l’occulto. Poi te lo dava lui l’occulto. Lo scrittore vero è libero. Poi la pa ­ga. E’ un brutto mestiere. Deve rinun ­ciare a tante cose. E’ sempre in ten ­sione. Io non volevo fare lo scrittore. Volevo fare il medico del Piazzone, a Viareggio. Rimandavo sempre. Poi ho dovuto farlo. Sì, non ho paura a dirlo: scrittore si nasce. Hai detto la società dei consumi? Ci sarà anche, non lo nego. Ma se mai penso che ti aiuti. Oggi non ti manca niente. Che vuoi dare la colpa alle macchine? Quando l’hai posata prendi la penna e non c’è altro. Sì qualche volta ci sa ­rà da cambiare l’olio. Ma poi? Pensa tu a Machiavelli che se ne andava a Parigi a cavallo. Altro che condizio ­nato era. Doveva dargli la biada, stri ­gliarlo. Era molto più duro allora. Ogni epoca è la stessa, con i suoi do ­lori. La verità è che il mondo è pie ­no di mediocri. Ho detto poco: è pie ­no di meschini, di vigliacchi. Vedo tanti pidocchiosi in giro.

Cancogni – Ma se il grande scritto ­re, il maestro, l’autore di capolavori è quello che dà una rappresentazione totale della realtà, è pur vero che og ­gi, data la complessità del mondo, tut ­to ciò è impossibile.

Tobino – Scuse. Il grande scrittore rappresenta l’animo umano che è sempre lo stesso, e sempre diverso, e sempre infinito. Io non me la prendo quando sento dire certe sciocchezze. Che cosa avevano tirato fuori qualche anno fa? Ah sì, l’alienazione. Io lo so che cos’è: è un grande dolore. Questi ci giocano sopra. Sono dei vigliacchi. Come i figli di papà che fanno i co ­munisti, anzi i castristi, con i miliar ­di. Ci vengano a vedere in manico ­mio che cos’è. Il poeta, tu chiamalo come vuoi, rappresenta ciò che ha vi ­sto e sofferto. E’ tutto lì.

Cancogni – Ma non credi che un ve ­ro capolavoro letterario debba nasce ­re da un atteggiamento di contestazio ­ne della realtà attuale, essere in un certo senso rivoluzionario.

Tobino – Rivoluzionario? E perché? Se la società in cui vive sta attraver ­sando una fase rivoluzionaria, allora ne parlerà. Altrimenti chi ce l’obbli ­ga? Non si è mica rivoluzionari per nascita. Maiakowski lo era; ma era anche un mediocre poeta. Essenin era molto più bravo. Viveva nello stesso tempo; anche lui credeva forse di es ­sere un rivoluzionario. In realtà era un contadino che sognava una Russia rurale, eterna. Se ne andò con la Duncan e a furia di bevute si bruciò.

Cancogni – Tu mi porti sempre lon ­tano. Finora si è parlato di poeti stra ­nieri, o del passato; Vorrei sapere se in questo secolo, scartato D’Annunzio, l’Italia ha avuto uno scrittore che so ­migli al maestro di cui si parla, che sia cioè un maestro, una guida.

Tobino – Benedetto Croce. Ti mera ­vigli? Che cosa trovi di strano nella mia risposta. Che cosa c’è che non ti piace, in Croce?

Cancogni – La sua filosofia, il suo metodo, mi sono estranei. Non sono mai stato capace di assimilarli; lo storicismo…

Tobino – Lo storicismo? Veramente non ci ho mai pensato. Che me n’im ­porta dello storicismo. Croce è chia ­ro, limpido, mi dice con esattezza quello che io pensavo confusamente. Quando lo leggo, dico: ecco, nella mia testa c’era già, ma io non lo sapevo dire. E’ onesto. Non ricordi le sue pa ­gine sulla morte?

Cancogni – Una pagina, sì, bellissi ­ma, ma a pensarci non ti pare un pochino retorica? Voglio dire che Cro ­ce ha la tendenza a nobilitare, a dare dignità a ciò che realmente nort lo è. Pensa alla sua storia d’Italia. Capisco il motivo che l’aveva spinto a scriver ­la in quel modo. Ma di fatto, l’Italia di quel tempo, non era quella che lui ci dipinge. Era un Paese povero, me ­schino, provinciale, stupido e disu ­mano… Ecco in che senso parlo di re ­torica. Un maestro sì, ma anche un grande retore, lo dico naturalmente nel senso più nobile della parola.

Tobino – Era un uomo che conosce ­va la difficoltà d’essere italiano. Pen ­sa alle pagine scritte durante la pri ­ma guerra mondiale. Tutti avevano perso la testa, dicevano sciocchezze a ruota libera, e lui, là in mezzo, calmo, con la sua chiarezza, a distinguere, questo sì, questo no, attento a non far di ogni erba un fascio a non confon ­dere Goethe con Guglielmone. Che se ­rietà, che rigore! Ecco che cosa vuol dire essere un maestro. E poi dopo, durante il fascismo? Tu dici che l’Ita ­lia non era quella che lui descrive. Dici che era meschina, gretta, sudicia. Ma io penso ai nostri padri che hanno faticato per farci studiare, per tirarci su, che hanno creduto di darci un av ­venire. E questo non conta per te? Tu vorresti essere nato in Francia, o in Inghilterra, lo so. Certo sarebbe più facile. Mio zio, Lord Simpson o Thompson… noi siamo un Paese pove ­ro, con molto dolore, infelicità, e non pensi che si debba lavorare per tirarlo su come tuo padre ha fatto per te? Croce ci ha dato questo esempio. Non lo chiamare retore. Ti capisco. Sei come gli altri. La visione eroica della vita non ti piace. E’ così?

Cancogni – Può darsi. Ma il capola ­voro?

Tobino – Ah, sì, il capolavoro. Ebbe ­ne, ci credo, e forse non lo farò, ma poi chi lo sa!

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