di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 46, giovedì, 16 novembre 1967]
Ho conosciuto Richard Hughes, lo scrittore inglese che fra il ’30 e il ’40 pubblicò, anche in Italia, due li bri di successo: « Il ciclone nella Giamaica » e « Nel pe ricolo ». Allora era un giovane dagli occhi inquieti e penetranti, con una barbetta a punta. Oggi è un vec chio, calvo, grigio. Ma fra l’abbondante pelame che gli nasconde la faccia, gli occhi, grigi, sorridono ancora giovanili.
Dopo « Nel pericolo », uscito da noi nel ’39, di Hu ghes, almeno in Italia, non si erano più avute notizie. Si pensava che fosse scomparso in qualche naufragio du rante la guerra. Nessuno d’altra parte sembrava ansioso di saperne di più. C’erano altri interessi, allora, che ci suggestionavano. Era il tempo della letteratura impe gnata. Che cosa avrebbe potuto insegnarci Hughes con le sue storie di pirati, marinai e bambini?
Poi, appena tre anni fa, si seppe che stava per uscire il primo volume di una sua trilogia che in Inghilterra era considerata importante quanto « Guerra e pace ». Una notizia sorprendente. Erano passati tanti anni! E come si poteva mettere accanto a Tolstoi quel narrato re di storie marinare, dalla fantasia così singolare, stra na? Forse era un altro Hughes.
Inutile dire che si tratta della stessa persona. Hughes è vivo e sta lavorando al suo romanzo ciclico. Che questo romanzo parli di una materia assolutamente diversa da quella dei suoi primi racconti (una storia tragica sullo sfondo della Germania nazista) non è cosa che lo turbi. Non è nemmeno, per lui, una cosa che richieda una giustificazione, una spiegazione. Forse che lo scrittore non è libero anche di fronte a se stesso? Non può fare quello che vuole?
Hughes abita in una casa in riva al mare, sulla costa del Galles. Il paese più vicino è a tre miglia. Quando non lavora e non è in visita dai figli che vivono chi nel Canada, chi nel Kenia, si diverte a fare della vela. Il mare è sempre il suo elemento preferito. Tempo fa, in sieme alla figlia e a un’amica di lei, fece un lungo viag gio a bordo di una piccola imbarcazione. Di notte men tre le due ragazze dormivano, lui teneva il timone e badava alla manovra guardando le stelle.
Mentre mi raccontava queste cose, lentamente, a bas sa voce, lo guardavo e mi pareva che dalla sua persona esalasse quell’aroma di avventure che naturalmente s’associa alla gente di mare. Quando gli chiesi, per sot trarmi da quella suggestione, notizie sulla letteratura d’oggi in Inghilterra, mi dette una risposta vaga. Gli feci qualche nome. Mi rispose: « Vedo che ne sa più di me ».
Mi spiegò che in Inghilterra lo scrittore vive per con to proprio, spesso ignorando il lavoro degli altri. Lui era stato amico di Dylan Thomas, ma perché era galle se e aveva sposato una giovane, amica della sua fami glia. Gli aveva consigliato il titolo del famoso romanzo: « Ritratto dell’autore come cucciolo ». La loro collaborazione letteraria non era andata oltre. Capivo che già l’idea che degli scrittori possano collaborare, far grup po, era estranea al suo animo.
Così a quell’aroma di avventura si univa anche quel sentore di libertà, di indipendenza intellettuale che io ho sempre invidiato agli uomini di stirpe anglosassone, scrittori o no. Lo guardavo con la stessa ammirazione che il giovane Jim Hawkins tributa, nell’isola del Teso ro, al vecchio Billy Bones, il pirata approdato alla sua locanda col bauletto da marinaio e l’abito intriso di sal sedine.
Gli chiesi se scrivendo « Nel pericolo » avesse pensato al « Tifone » di Conrad. Mi rispose di non averlo mai letto. Gli chiesi cosa pensasse di quei critici europei che nella tempesta che travolge « L’Archimede », avevano visto un simbolo della guerra che stava avvicinandosi e avrebbe investito l’Inghilterra scuotendone la sicurezza. Sorrise: non aveva mai pensato a una cosa del genere. Ma a rifletterci ora, dopo tanti anni, poteva anche es serci del vero.
Parlava tranquillamente, senza forzare, né col gesto, né con la voce. Solo ogni tanto una risatina silenziosa. E io non potevo non far confronti: non paragonare alla sua vita, solitaria e libera, le nostre vite di gregari, le gati al gruppo, al tavolino del caffè come a una zattera di salvataggio; alla sua indifferenza per i problemi, la nostra ossessione ideologica, col timore di sbagliare che diventa la più odiosa delle servitù. Un bel contrasto. Tutto a nostro svantaggio purtroppo. Perché? mi chie devo. Forse la risposta era in un’osservazione ch’egli m’aveva fatto senza traccia di rimpianto o d’alterigia: « In Inghilterra, aveva detto, lo scrittore non ha nessu na importanza ». Anche da noi, in fondo, è così; ma chi ci si adatta? Chi se ne rallegra? Chi ne apprezza i van taggi?