di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 50, giovedì 14 dicembre 1967]
Le celebrazioni del venticinquesimo anniversario della data di nascita dell’era atomica, svoltesi a Roma e a Chicago, mi hanno riportato con la memoria a un’epoca molto precedente, quando certi termini, disintegrazione, bombardamento dell’atomo, sembravano, fuori del mon do strettamente scientifico, parole prive di senso. Parlo degli anni fra il trenta e il quaranta in Italia. Per combi nazione in quell’epoca ero diventato amico dei parenti di Enrico Fermi, e così l’avevo conosciuto. Era già un celebre professore. S’era laureato a vent’anni, e a ventitré, fatto credo unico, occupava già una cattedra universita ria. Era anche il più giovane Accademico d’Italia.
Benché fosse nativo di Piacenza aveva un vago accen to toscano, e una pronuncia leggermente nasale, che si accentuava quando fra una frase e l’altra, infilava un suo curioso intercalare: « ecco… disciamo… ». Per il resto non presentava altri caratteri particolari. Era un uomo di me dia statura, bruno, con un principio di calvizie sulla fron te, piuttosto silenzioso.
Benché fra i frequentatori di casa Fermi e di casa Capon â— i parenti della moglie Laura â— ci fossero alcuni fra i maggiori scienziati dell’epoca, la conversazio ne e i divertimenti non avevano mai nulla di elevato. Si giocava ad esempio al cinematografo. Veniva scelto un soggetto e si distribuivano le parti fra i presenti. Una volta fu imbastita una trama in cui la parte della protagonista sarebbe stata bene alla Garbo. Nessuna del le ragazze si sentiva di interpretarla e allora la parte fu affidata al professor Edoardo Arnaldi (lo stesso che l’al tro giorno ha commemorato Fermi davanti a Saragat) che entrò in scena indossando un vestito lungo fino ai piedi avuto in prestito da Laura Fermi con una cuffia in capo e la faccia imbiancata di farina. Fermi si limita va a fare lo sfrigolìo della macchina da proiezione pro nunziando a ogni quadro le didascalie, come ai tempi del muto. Cominciò dicendo: « Scignori è l’alba… ».
Fra i giovani che facevano questi giochi, cinema, scia rade ecc. c’erano Franco Rasetti, Enrico Persico, Nella Mortara, Emilio Segrè, oltre a Edoardo Arnaldi. I ragaz zi della compagnia si chiamavano Arnaldo Vic e Bruno Pontecorvo. Quest’ultimo era il prediletto delle signore perché non parlava mai di cose scientifiche (ne parlava no poco tutti ho detto) e ballava volentieri. Contraria mente a una credenza comune che i fisico-matematici (vedi l’esempio di Einstein) abbiano una viva disposi zione per la musica, Fermi non sentiva il tempo. Ballan do la faccia gli diventava improvvisamente scura, quasi truce, come accade ai timidi.
Si trovava più a suo agio se raccontava qualche aned doto. Una volta raccontò che da ragazzo lui era piuttosto lento a capire. Sembrava che tutta l’intelligenza di casa fosse stata presa da suo fratello maggiore, Giulio, che a dodici anni dava prova di una precocità intellettuale straor dinaria. Giulio morì a quindici anni e quasi subito dopo l’intelligenza di Enrico si aprì come per un intervento esterno. « Be’, concluse Fermi, io credo di pensare un po’ con la testa di mio fratello ».
E la scienza direte? Di quello che Fermi e i suoi ami ci facevano nei laboratori dell’Università, non trapelava nulla. Ho detto che si sapeva che stavano bombardando l’atomo. Sembrava un gioco. E infatti se ne parlava riden do, come di una cosa strana, certamente inutile. Anche Laura, la moglie, che prima di sposarsi era stata assisten te del marito, per qualche tempo aveva bombardato gli atomi. Era una cosa che pareva molto curiosa.
Una volta tuttavia si assistette a un esperimento. La signora Fermi che aveva comprato un servizio di bic chieri infrangibili volle mostrarli agli amici. Ne prese uno e lo lasciò cadere sul pavimento. Il bicchiere rim balzò, rotolando sotto il tavolo, intatto. « E’ proprio in frangibile », disse Fermi con un’espressione incredula. La signora volle ripetere l’esperimento, chiamò tutti per ché vedessero. Questa volta il bicchiere si sbriciolò la sciando per terra un luccichio di cristalli minuscoli. Laura rimase interdetta, con le braccia e le mani aperte. Fermi e i suoi amici, Rasetti e Arnaldi, si guardarono ammiccando. Da pochi giorni, si era nel ’37, avevano de positato il brevetto contenente il metodo da loro usato per la disintegrazione dell’atomo.
I Fermi lasciarono Roma nel dicembre del ’38. Anda rono a Stoccolma per ritirare il Premio Nobel e poi pro seguirono per New York. La loro partenza era stata pre parata da qualche mese, sin dalla promulgazione delle prime leggi razziali. Erano già tre anni che lui si reca va periodicamente in America. Laggiù gli avevano più volte offerto di restare. L’unica cosa che lo aveva trat tenuto fino a quel giorno era stato il timore di dare un dispiacere ai genitori della moglie.
Il resto è storia nota. Ricordo che all’epoca in cui conoscevo Fermi e la sua famiglia, io e i miei amici, e non soltanto noi, eravamo preoccupati da tante altre co se. C’era la guerra in Africa, la guerra di Spagna, Hitler minacciava di conquistare il mondo. « Quelli sì ch’erano problemi » si pensava. « Che cosa ci riserverà la sto ria? ». Mai mi era passata per la mente l’idea d’esserci stato tanto vicino.
Questa storia in fondo ha una morale. Vuol dire che le grandi verità, quando nascono, non fanno mai rumo re. Vengono fuori da dove meno si aspetta, quando l’at tenzione è tutta, « disciamo così… » rivolta altrove.
CARPENDRAS