di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 49, giovedì, 7 dicembre 1967]
Dieci anni fa, giusto in questa stagione, fu pubblicato « II dottor Zivago ». Nacque il caso Pasternak, poeta fino ad allora molto stimato, almeno fuori della Russia, solo da un ristretto numero di slavisti.
L’avvenimento esulò subito dal campo letterario. « Zi vago » prima d’essere pubblicato in patria, nella sua lin gua, appariva per la prima volta all’estero, in una lingua straniera. Un fatto che bastava già a creare un caso.
Il manoscritto di « Zivago » era arrivato quasi inav vertitamente nelle mani di Feltrinelli. Questi ebbe il me rito non piccolo di pubblicarlo. Aveva intuito che il libro avrebbe avuta una grande risonanza; anche se non così vasta come poi di fatto ebbe, soprattutto per opera dei russi e dei comunisti italiani, della polemica ch’essi sca tenarono.
Una polemica di cui, in realtà, non c’erano gli estre mi. Ricordo d’aver letto il romanzo poco prima della sua pubblicazione, in bozze, quando solo pochissimi sapeva no della sua esistenza e delle sue avventure. Lo lessi perché dovevo sceglierne alcuni brani da pubblicare, in « anteprima », sull’« Espresso ». Ne fui molto impressio nato: non per il suo significato politico; per la sua bellezza, la sua intensità.
Della rivoluzione russa, fino a quel giorno conoscevo solo libri storici o saggi politici (dal Trotzki, al Chamberlain, al Read) e qualche brutto romanzo, odiosamente po lemico, in un senso o nell’altro. L’avvenimento, ne usciva, è vero, nella sua drammaticità e violenza, mai però al punto da sentirmene coinvolto. Voglio dire che restava un fatto pubblico, non ancora umano. Ora, per la prima volta, mi pareva di viverci dentro.
Più tardi ho letto altri libri sulla rivoluzione: ricordo « Il viaggio sentimentale » di Sklowski, la « Guardia bian ca » di Bulgakov. Bellissimi libri che però, mai mi hanno dato quel senso di verità (voglio dire di vita che si muove contraddittoria, discontinua, mai prefigurata, e a volte casuale come un sogno) che emana dai migliori capitoli di Zivago. Valgano per tutti quelli sull’« accampa mento di Mosca », quando Zivago vi torna dal fronte, o quello del viaggio in treno verso la Siberia, o del ritorno del medico a casa, a piedi, attraverso l’immenso Paese de vastato dalla guerra civile e dai topi. Qui sì che si sente, intimamente, come la storia agisce, non solo nelle istitu zioni, ma nelle cose, nel cuore, nei pensieri, nei destini degli uomini!
E sotto queste emozioni c’era un pensiero che si pote va riassumere così: che avvenimento enorme, e che gran de Paese, che gente! Questa sì che era una rivoluzione. E che cosa contavano, al cospetto di tale rivolgimento, le questioni nate in seguito al colpo di Stato bolscevico, gli errori, i delitti, le viltà, compiuti dai detentori del po tere, grandi e piccoli?
Pensavo che la gratitudine della Russia per un libro simile dovesse essere immensa. Mai, mi pareva, un poeta aveva scritto con tanto amore e tanta intelligenza del suo Paese e della sua storia (intendo dire la vera storia, con tutto il male e tutto il bene, non quella minuscola, addomesticata, catechistica a uso dei funzionari di partito).
Sappiamo invece quello che accadde. Il sindacato sovie tico degli scrittori si mosse per impedire la pubblicazione del romanzo. Paura, gelosia, bassezza erano all’origine dell’intervento. Furono fatte pressioni sul partito comuni sta italiano. I comunisti italiani circuirono Feltrinelli. Feltrinelli resiste all’assedio e il libro uscì, prima in Italia, poi in tutto il mondo. Scoppiò lo scandalo, e anche, il malinteso.
Lettori e scrittori, almeno in Italia, si divisero in due campi: chi per, chi contro. Molto più numerosi i primi, è vero. Ma riconosciamolo, solo perché, nel pubblico che legge, gli anticomunisti sono più numerosi dei comuni sti. Di fatto si leggeva (per così dire) in base a un preciso pregiudizio politico, che si convertiva, meccanicamente, in giudizio estetico. Sarebbe già stato onesto dire: rifiuto Zivago perché è un libro controrivoluzionario. Invece si diceva: non mi piace perché è mal costruito, sciatto, ba nale. Il discorso, capovolto, vale anche per i suoi esti matori. Estimatori e denigratori vedevano solo un aspet to: la denuncia della rivoluzione; aspetto che di fatto non esisteva. In Zivago c’era tutt’al più la denuncia di una meschina, brutale, burocratica gestione politica di quella rivoluzione.
Sono passati dieci anni da allora. Ogni tanto si annun cia che in Russia Zivago verrà pubblicato. I russi, del resto, hanno cominciato a leggerlo da un pezzo. C’è a chi piace, e a chi no. Comunque ho constatato che a Mosca o a Le ningrado se ne parla abbastanza spassionatamente.
Forse sarebbe venuto il momento di parlarne anche noi, liberamente, senza schemi e partiti presi. Certe ca tegorie, nel frattempo, sono divenute vecchie, e inope ranti, almeno emotivamente.
Temo d’illudermi. Nel frattempo, ne sono nate altre (di categorie, di formule) non meno tiranniche. Passeran no dunque degli anni prima che si « legga » Zivago. Per ora si continuerà a vedere se rientra o no in certi sche mi (politici ieri, linguistici, sociologici, strutturalisti, og gi). Non è necessario il potere politico per togliere la li bertà agli intellettuali. Si direbbe che essi trovino il loro maggior piacere, a privarsene con le proprie mani.