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LETTERATURA: STORIA: I MAESTRI: Jacqueline Kennedy. Aristotele ora Tellis

8 Ottobre 2015

di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 44, giovedì, 31 ottobre 1968]

Che giorni pieni, entusiasmanti! Quante cose meravigliose sono successe! Gli astronauti americani nello spazio per duecento ore e più; i giochi olimpici a Città del Messico con il crollo di record che parevano insuperabili (e altre imprese strabilianti come il nipote del filosofo idealista, teorico dell’atto puro, che per poco non vince la medaglia d’oro nel salto triplo e un giovanotto americano che, capovolgendo ogni dato della tradizione positivista, salta in alto, e vince, voltando le spalle all’assicella); l’annuncio di una tregua nel Vietnam; forse, speriamolo, la fine della guerra. E infine, l’avvenimento più importante (almeno a giudicare dai giornali, dalla radio e dalla TV) le nozze di Jacqueline Kennedy e di Aristotele Socrate Onassis, Ari per gli amici, Tellis per la sposa.
E’ stato un gran matrimonio, con tutti i crismi della religione e della mondanità (che vanno spesso appaiate da qualche tempo, ma non dialetticamente). «Le nozze del secolo », hanno scritto, con sorprendente originalità. Giusto perciò che i direttori di giornale, credendo di soddisfare in questo modo il pubblico (salvo poi a deplorarne in privato i bassi istinti) gli abbiano dato tanto rilievo.
Ciò che invece mi meraviglia è lo stupore destato dall’avvenimento e il tono moralistico col quale i cronisti l’hanno commentato. Perché tanta meraviglia? E soprattutto, perché tanta severità? Mentre i cronisti lo descrivevano, compiacendosi di mille frivoli particolari, sembrava storcessero la bocca con una sorta di repugnanza. Perché? Era come se, mentre contribuivano a creare ancora una volta, uno dei tanti miti del nostro tempo, se ne vergognassero. Non avrebbero fatto meglio, mi chiedo, se avessero usato, per mostrare la loro disapprovazione, una certi » sobrietà?
E poi perché disapprovare? Potrei capirla, la disapprovazione, almeno fino a un certo punto, nei parenti, negli amici intimi, nei figli della sposa. Quella degli spettatori (mi pare che sia il termine giusto, il rapporto fra certi personaggi del bel mondo e la gente è lo stesso di quello esistente fra gli attori e la platea) mi pare francamente ingiustificata. In che cosa i protagonisti, Jackie e Tellis, avrebbero sbagliato nel recitare la loro parte?
C’è chi ha parlato di grande delusione (a produrla sarebbe stata la prima attrice), di caduta. Ringraziamo Dio che qualcuno non abbia detto, disonore, tradimento. Autorevoli uomini di Chiesa si sono espressi con durezza nei confronti della signora (finora oggetto della loro benevolenza) ricordando i punti della dottrina cattolica da lei violati. Tali rimproveri, in tempi di così allegra teologia, fanno meditare. Sono un segno di resipiscenza? A meno che la Chiesa non credesse d’avere quasi un diritto di proprietà su tutta la famiglia Kennedy. In questo caso la sua irritazione, nel vedersi sfuggire un membro, e non di seconda fila, della « troupe », sarebbe comprensibile.
Ma torniamo a Jackie. In che cosa ci avrebbe deluso? Da dove sarebbe caduta? Devo confessare di non avere mai avuto molta simpatia per la signora Kennedy, nemmeno quando appariva (tutto in questa storia è all’insegna delle immagini fuggevoli del cinema) sorridente e felice a fianco di John. Non vorrei apparire irriguardoso verso una signora, ma il suo fare mi ricordava quello di certe stelline (da noi si chiamano attricette) troppo smaniose di farsi avanti. Lo ammetto: anche per John non nutrivo quell’incondizionata ammirazione che sembrava tributargli il mondo.
Un grande presidente, non c’è dubbio, molto intelligente, certo, ma troppi sorrisi, troppa pubblicità, troppo cinema, troppi soldi, e anche, diciamolo, alcune sciocchezze (la Baia dei Porci ad esempio, e l’ingresso a cuor leggero nella guerra vietnamita). Comunque, se un’ombra, almeno ai miei occhi, ne offuscava la simpatica testa, era anche colpa di Jacqueline, dei suoi occhi così rotondi, avidi, puntuti, del suo riso un po’ troppo sfacciato (sono la donna più felice del mondo!), della faccia schiacciata che mi ricordava (mi si perdoni, non c’è l’intenzione di offendere) quelle galline a cui il pollivendolo ha mozzato il becco, prima di esporle, spennate, appese a un gancio.
Diciamo la verità: la Jackie è stata sempre un personaggio della « café society », o del « jet-set » come si dice oggi, una « divina mondana ». Anche la presidenza fu una tappa della sua carriera.
Tutti vollero, dopo la tragedia di Dallas, che assumesse la parte di vedova custode. Fu intrepida, coraggiosa, lo riconosco, ma col tempo quella « condizione » sembrò che pesasse su di lei come una « parte » voluta dal consumo di massa. Alla lunga stanca fare la vedova custode… Ma custode di che cosa, santo cielo!
Per quanti sforzi faccia non vedo dove sia la caduta. Tellis in fondo è sempre stato un rispettabile « play-boy », un personaggio legittimo del bel mondo cui appartengono Jackie e i suoi amici. Ha ospitato sul suo panfilo, sovrani, principi, uomini e donne illustri. Churchill gli era amico. A quel tempo, si dice, era rimbecillito. D’accordo, ma era pur sempre Churchill. Senza contare la relazione (mi scuso, l’affettuosa amicizia) con la Callas. Che cosa gli mancava? Il denaro? No di certo.
L’età? Andiamo: Tellis è un vecchio vigoroso, basta guardarlo in faccia. Che bei sopracciglioni, che rughe profonde, che occhi rapaci, che cotenna, che naso! E poi, come gli eroi d’Omero, i « divini mondani » (Ottiero Ottieri ce lo insegna) non hanno età. Combattere contro gli anni, negare la vecchiaia, il decadimento, costituisce la loro morale, l’unica che hanno, è un punto ferino della « café society ». Oggi c’è un solo crimine, ce lo insegnano tutti: l’abdicazione. E quanto a questo, Tellis (e mi pare anche la sua partner) ha le carte in regola.
La cultura? Non conosco le idee di Tellis, non so i suoi titoli di studio. Il nome comunque (per chi crede ancora nel valore della filosofia occidentale) è una garanzia. Quanto agli aggiornamenti ci penserà Jackie, uscita da quella novella Atene che è il Vassar College. E’ pur lei che a un giornalista che le aveva chiesto chi fossero, a suo parere, gli uomini più importanti del secolo, aveva risposto con disinvoltura, l’adorabile gallinella: Diaghilev e Cocteau. Mi pare che l’avvenire intellettuale di Tellis sia in buone mani.


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