Beppe Fenoglio. L’«ingleis » delle Langhe

di Lorenzo Mondo
[da “La fiera letteraria”, numero 28, giovedì, 11 luglio 1968]

Esce, postumo, un altro romanzo di Beppe Fenoglio, II partigiano Johnny, di cui la Fiera ha pubblicato nel nu ­mero scorso un capitolo. Stupisce, an ­cora una volta, la severità dello scrit ­tore che tenne nascoste pagine così in ­tense, e ci sentiamo toccati da una sor ­ta di vago, collettivo rimorso per non averlo ripagato in vita, come lettori, anche di questa lezione d’integrità. Stupisce l’ostinata fedeltà al suo mon ­do poetico, quel titolo che allude ad anni ormai lontani della nostra storia civile, a vicende apparentemente scon ­tate e usurate, che mandano un suono di fioca leggenda. Come lo stesso nome di Fenoglio: forse perché visse lontano dal « giro » letterario e fu evitato dal « boom » sprofondato nella mater ­na provincia e maturarvi la sua limpi ­da moralità di uomo e scrittore.

Fenoglio nacque nel 1922 ad Alba, centro agricolo e capitale enologica che ostenta nelle rosse torri dell’età di mezzo le sue patenti di nobiltà. Ma il ramo paterno della famiglia proveniva da San Benedetto Belbo, nel cuore del ­le Langhe, e Fenoglio resterà sempre orgoglioso di questa insegna langarola con la quale Pavese aveva aperto una nuova stagione della letteratura in Piemonte. Era un ragazzo magro, leg ­germente curvo, coi tratti del volto già risentiti e duri. Cominciò presto a perdersi con le parole, se il suo inse ­gnante di italiano al liceo, Leonardo Cocito, gli promise scherzosamente un avvenire di grande scrittore. Ma quel giovane professore che piaceva agli al ­lievi più smaliziati perché « saltava D’Annunzio per fare Baudelaire », do ­veva esercitare un’influenza più deci ­siva e duratura su Fenoglio: fuggito tra i primi partigiani, finirà impiccato.

Non sappiamo nulla della formazio ­ne di Fenoglio in questi anni. La trac ­cia più vistosa dei suoi studi è la pas ­sione un po’ snobistica per la lingua inglese. In realtà, dell’Inghilterra amava ogni cosa. Le battute idiomati ­che, il refrain d’una canzone, le cita ­zioni da Shakespeare e Marlowe, men ­tre lo isolano in un aristocratico riser ­bo, gli permettono un atteggiamento di fronda nei confronti del fascismo. Il Johnny di Primavera di bellezza è lui, indubitabilmente, anche se il vero Fenoglio non era così divagato, aveva tempra più severa. Ma non era ancora uscito dall’esperienza formativa della guerra partigiana. Ci arrivò dopo l’8 settembre, quando, allievo ufficiale a Roma, prese la strada di casa. In que ­sti momenti difficili, conta per lui l’e ­sempio dei vecchi maestri e amici, Leonardo Cocito e Pietro Chiodi, il filo ­sofo. Compaiono tutti e due all’inizio del Partigiano Johnny, sotto i nomi di Corradi e Monti, e contendono sottil ­mente nel porre alla base della lotta armata contro il fascismo, l’uno le ra ­gioni della rivoluzione egualitaria, l’al ­tro quelle della libertà. Fenoglio sale sulle Langhe, combatte con gli « auto ­nomi » di Mauri e ha la ventura di rin ­frescare il suo inglese come ufficiale di collegamento con le missioni alleate, con quei mitici soldati scesi a trovar ­lo, dal cielo, sulle colline.

Ma la guerriglia porta a Fenoglio un’esperienza più ricca e vitale. La scoperta dei disperati contadini della Malora comincia qui, tra questi dossi bruciati dal sole e assediati dal gelo, dove il vivere può essere altrettanto duro che il morire: qui per la prima volta prendono un senso le vecchie cronache familiari e paesane. Come la storia di quel Pietro Gallesio (l’eroe di Un giorno di fuoco) che, al tempo del ­la guerra d’Abissinia, avendo subito un torto, ammazza fratello, nipote e prete, si barrica in casa e, prima di uc ­cidersi, tiene a bada per ore i carabi ­nieri della città. « Gallesio s’è tirato addosso lo Stato », commenta la gente. « Oggi possiamo dire d’aver visto lo Stato ». L’acre punta di polemica so ­ciale non va disgiunta da uno smarri ­to senso d’ineluttabilità. Questa condi ­zione di dolore e di violenza che con ­trappunta in varia misura i racconti contadini di Fenoglio, con la guerra sembra dilatarsi dalle colline di Alba all’intero mondo. Ma c’è pure, in quest’altra lotta tra gente dello stesso san ­gue e dialetto, una speranza di palin ­genesi e riscatto, la nascita faticosa d’una nuova fraternità, l’uscita da un mondo di elementari bisogni e abiezio ­ni per immettersi nel circolo vivo del ­la storia. E resta, nella sconfitta e nel ­la frustrazione, la stoica consapevolez ­za che l’uomo, per realizzare la pro ­pria dignità e libertà, è chiamato a combattere ogni giorno contro un mondo aspro e crudele, contro un de ­stino oscuro. E l’insegnamento, soprat ­tutto, dell’ultimo insospettato libro, dove la passione civile è sempre in al ­ternativa con l’angoscia metafisica.

Smessi gli abiti da partigiano, Feno ­glio partecipa alla generale euforia. In lui, politica e poesia si confondono in un indistinto flusso di rigenerazione. Non sdegna lo scopone al ristorante Savona; si entusiasma agli incontri di pallone elastico, il gioco che le Langhe hanno in comune soltanto coi paesi baschi e la fascia pirenaica; la domeni ­ca scende a Torino con gli amici per la partita di calcio: ma gli intimi san ­no che, di notte, fa le ore piccole a riempire la carta intestata della ditta Marengo (la casa vinicola dove si gua ­dagna lo stipendio, occupandosi del settore commerciale) con la sua grafia minutissima e impervia. Erano rac ­conti, traduzioni.

Amava Donne, e si riconosceva nel marinaio di Coleridge, incanutito dagli spaventi, vaneggiarne alla ricerca d’u ­na impossibile purezza. Diceva che, dovendo nascere in altri tempi, avreb ­be scelto d’essere un soldato dell’eser ­cito di Cromwell, e del condottiero pu ­ritano tradusse per metà una « vita ». Ma il nome che ricorre più sovente nei suoi scritti è Marlowe, la « perla nera » della letteratura inglese. Su di lui pretende di modellare l’espressi ­vità del suo stile, fatto eloquente e so ­lenne dall’onda dei participi e gerundi, che conferiscono arcaico sapore a un dettato intriso di dialetto. E negli ado ­rati Elisabettiani il sangue versato, la smisurata violenza trova letteraria mediazione e legittimazione. Dei mo ­derni, apprezzava Lawrence d’Arabia, « il più grande dopo Shakespeare ».

Fenoglio non riprese gli studi inter ­rotti dalla guerra. Per lui, la laurea sa ­rebbe stata il primo libro pubblicato. Ma tornò a sfogliare i testi del liceo, e qui scoprì o rilesse Marziale. Quella Roma, colta nella dimessa quotidia ­nità della sua decadenza, aveva tratti comuni con la Roma moderna, perfino, a ben vedere, con la Alba del dopo ­guerra. Per un momento il provinciale latino che passa attento in mezzo a una folla di profittatori, ipocriti, imbe ­cilli, dà la mano al provinciale Feno ­glio, che si diverte a tirar giù epigram ­mi scioccanti contro i Mevio e i Suffeno della sua città: A veder come sma ­nia non diresti / Che gli va a fuoco il fondaco o la moglie / L’ha disertato? Giusto giusto ha appreso / Che oggi il trace Gerione nell’arena / Non scen ­derà, per strappo muscolare.

Al puro divertimento, al gusto della macchietta ubbidisce anche questa la ­pidaria liquidazione d’un aspirante at ­tore: A Mevio, che si reputa un Oli ­vier, / Si assegni finalmente parte de ­gna: / Un morto indiano ripreso di schiena.

Sono prove modeste, ma ci illumina ­no sui moralistici risentimenti di Fe ­noglio, sulla sua volontà di sciogliere in ironia le delusioni della vita politi ­ca, la desolata visione del suo mondo. Ma accanto a queste « nugae », egli an ­dava già componendo I ventitré giorni della città di Alba. Dietro suggerimen ­to di Vittorini avrebbe voluto intitola ­re il suo primo libro Racconti barbari. Intendeva forse alludere a un mondo che sentiva di avere per la prima vol ­ta espresso, anche linguisticamente; all’esigenza di un discorso riportato, al di là di ogni mistificazione letteraria, a certi valori essenziali, originari. Cer ­to, il termine e il concetto di « barba ­rie » in lui non si tingono mai di deca ­dentismo. Lo dimostra il suo rapporto per il paesaggio: fermo, a misura d’uo ­mo, come l’uomo sa essere fraterno o nemico, ma non consente paniche eva ­sioni. E’ questo, forse, il senso della sua confessione a un amico: « Pavese sì che l’ha assorbita nel sangue la sua Langa. Io invece la vedo da lontano ».

Nei racconti borghesi e guerrieri dei Ventitré giorni c’è già tutto Fenoglio, aperto nelle due vene che conducono, da un lato, alla Malora e Un giorno di fuoco, dall’altro a Primavera di bellez ­za, Una questione privata, Il partigia ­no Johnny: un microcosmo che porta il segno d’una avventurosa e anche ilare giovinezza, d’una ascetica prepa ­razione alla vita e alla morte. Il 15 ot ­tobre 1962 Fenoglio scrive a un suo editore, gli dice che da oltre un mese è ritornato sull’alta collina: « Mi è in ­fatti sopravvenuta una molto seria af ­fezione polmonare, per la cui risolu ­zione occorreranno un bel po’ di mesi. Pazienza, bisogna essere disponibili ». C’è quasi un presentimento della fine, che lo coglierà in un letto d’ospedale, a Torino, nel febbraio del 1963. Co ­stretto al silenzio da una tracheoto ­mia, fino all’ultimo affiderà a brevi bi ­glietti il suo addio struggente alla mo ­glie e alla figlioletta adorata.

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