Coccioli. Dalla cenere di Garcia Lorca

di Geno Pampaloni
[da “La fiera letteraria”, numero 41, giovedì, 12 ottobre 1967]

CARLO COCCIOLI
Le corde dell’arpa
Longanesi, pagine 282, lire 1800.

Leggiamo la prima pagina del nuo ­vo romanzo di Carlo Coccioli, Le corde dell’arpa: « Un giorno all’improvviso restano soli. Loro due da una parte, gli altri dall’altra. Loro due in una ca ­mera da letto o comunque sia in un mondo che somiglia a una camera da letto; di fuori, il vuoto. Fabrizio pian ­ge; Letizia no. “Perché non piangi, Le ­tizia?”, geme lui piangendo. Lei non risponde. Da un’ora, da tre ore, da un giorno, da un secolo, lei si sta petti ­nando. Si passa a lungo, lentamente, meditativamente, il pettine poi la ma ­no fra i capelli. Lui piange singhioz ­zando accovacciato sul tappeto; versa tutte le lacrime che ha di dentro; ogni tanto, coi pugni, colpisce rabbio ­samente il tappeto. Lei nulla. Lei si pettina, si accarezza i capelli. Poi di ­ce: “Perché piangi, Fabrizio?”. Lui non risponde. Continua a piangere, ma ora senza lacrime, perché non ne ha più. Entra Geltrude e dice: “Ve ­nite a mangiare, venite a mangiare”. Né lui né lei rispondono. Lui, stanco di piangere, avvilito dal fatto di non avere più una sola lacrima, gioca col gatto di Geltrude. Lei non si stanca di pettinarsi, di accarezzarsi i capelli. Poi, con un movimento brusco, la ­sciando cadere il pettine si” volta e di ­ce: “Di’, non hai voglia di un gela ­to?”. Lui si accorge che ne ha voglia. Escono in strada, a piedi, e la gente per la strada li guarda. Lui porta gli occhiali neri affinché non gli si ve ­dano gli occhi rossi. Lei divora due gelati; lui tre. Senza parlare. Leccano avidamente la crema densa, e le loro lingue rosa si somigliano ».

Per rendersi conto del modo espres ­sivo che lo scrittore ha scelto per que ­sto libro, può bastare. Tutto il raccon ­to procede su questo indicativo pre ­sente, ove la visualità si allea con l’esclamazione, la registrazione con il sottofondo corposo e iterativo dei sen ­timenti eccezionali. Non è il « presen ­te » laico del regard: è un presente tutto febbrile, che intende stringere la realtà in un cerchio inesorabile ove il tempo è atrofizzato e allude diretta- mente a un’eternità privilegiata; un presente ritmato come un segnale di guerra, un ossessivo tam-tam anima ­lesco. Si può dire di un simile acce ­so descrittivismo quello che a pagina 22 si dice di Letizia, che è « traspa ­rente », ma « fa della trasparenza uno stato violento ». Del resto il nume del romanzo è Garcia Lorca. E insomma il Coccioli si pone apertamente, pur con adeguamenti formali a certi modi dell’attualità, nell’ambito del più foco ­so decadentismo. L’infantilismo pre ­stato alla forma è l’altra faccia di una materia corrusca e outrée.

La storia che si narra ne Le corde dell’arpa è quanto di più sanguigno e viscerale si possa immaginare. Il lui e la lei che abbiamo incontrato so ­no fratello e sorella, gemelli: usciti insieme dallo stesso alveo, sono spi ­ritualmente e fisicamente modellati a tal punto l’uno sull’altra che la loro identità li preme all’unione assoluta, anche carnale. L’incesto è il loro ritor ­no all’archetipo, a un’originaria unità, è la completezza di ogni possibile amo ­re; è così radicato nel loro essere, che si identifica non con il peccato ma con l’innocenza. L’incesto è l’« as ­surdo » ove si nasconde la verità.

Debole in maniera forte

Ciò che importa allo scrittore è dun ­que il rapporto tra i due, il loro sta ­to e processo di identificazione, piut ­tosto che la loro definizione di perso ­naggi. Quando si prova a descriverce ­li, rimane nella genericità: di Letizia ci viene offerta, a modo di ritratto, la « passionale, intensissima altalena », la « misura eroica » del sentimento, donna « debole in maniera forte », « inesistente in modo turbinosamente esistente »: ma qui siamo veramente in una sfera solo verbale, di enfasi, e ciò che conta è invero soltanto l’iti ­nerario di Letizia verso il fratello (Letizia-Fabrizia-Fabrizio) e vicever ­sa, e il misticismo erotico che lo per ­vade. Non possiamo infatti prendere per buoni ingenui distici dannunziani del tipo: « Letizia ride avvolta di so ­le, Letizia ride avvolta di luna », o estatici calchi lorchiani come: « Oh metafisica purezza, mormora Letizia, della spiaggia di Salina Cruz! » (pa ­gine 121 e 122). Non è questo il tipo di lirismo che si addice al Coccioli, il cui ingegno è assai più sottile della penna.

Vediamo allora come il racconto si svolge. Letizia si sposa ma l’esperien ­za è terribile. Il marito è impotente e vizioso, e la povera ragazza viene sottoposta inutilmente a ogni sorta di repugnanti sevizie, compresa la droga. La raggiunge allora Fabrizio a Città del Messico. I due sono ricchi, e, ab ­bandonato il marito alla sua sorte, si mettono in viaggio: terre festose e pa ­gane, riti orgiastici, folle deliranti pro ­ne a celebrare i misteri della vita. Qui lo scrittore, nonostante le appros ­simazioni stilistiche sempre in ecces ­so, è a suo agio, e ritrova il gusto del colore e del ritmo nella sua pagina. Ma intanto, nella frenesia esaltante di tali paesaggi torridi di primitive passioni, matura torbidamente il dram ­ma. Il rapporto d’amore tra i due fra ­telli, benché essi vivano insieme ogni ora della giornata e dormano abbrac ­ciati nello stesso letto, è incompleto perché privo della piena sessualità. Ne è ferita la sua stessa innocenza e spon ­taneità, perché Letizia ha bisogno di « ritrovare’ l’anima mediante il ses ­so ». E’ uno spasimo continuo, come se ella fosse di continuo privata di un suo diritto alla pienezza del vive ­re attraverso la quale riconoscersi nel suo culmine d’amore per il fratello. Ecco dunque che lui, quando vede brillare negli occhi di lei la luce scan ­dita e perfetta del desiderio, le accom ­pagna un giovane nella sua camera, nel suo letto, e aspetta dietro la por ­ta che il destino si compia. Nel culmi ­ne del piacere, la sente tra le braccia dell’altro invocare il suo nome, Fabri ­zio. La storia si ripete parecchie vol ­te, in diversi Paesi. Letizia, appagata, indifferente e amorosa chiama tutto questo « giocare ».

La fisiologia del rapporto

Non è chi non veda come un simile gioco costituisca per uno scrittore di oggi un rischio mortale: egli deve te ­nere a bada il suo senso di humor, costringerlo con la testa sott’acqua si ­no a che soffochi. Ma, per strano che sembri, proprio qui, in una simile la ­cerante ambiguità, il romanzo trova la sua giustificazione. I sentimenti che possiedono Fabrizio durante quei riti sono molto complessi; da un lato c’è la gelosia, il dolore dell’estraneità, dal ­l’altro lato c’è il sentimento di essere egli stesso completato in quel rappor ­to anonimo e peccaminoso. Ma c’è an ­che qualche cosa di più disperato e sottile; egli si identifica insieme con l’uomo che possiede Letizia e con Le ­tizia che ne è posseduta. L’incèsto fra ­terno, al limite, è uno specchio subli ­mante dell’omosessualità. L’identifica ­zione, in codesti amplessi, per inter ­posta persona, prevale sul possesso. « Dovreste essere uno, ma siete due, e farvi due è uno dei molti sbagli apparenti di Dio »: questa è la filoso ­fia del rapporto tra i due fratelli, come la riassume un’amica saggia. Per bizzarra e contorta che possa essere la situazione, si sente molto bene che in essa, per lo scrittore, tutto è in gioco.

Prima di tornare su questo punto, vediamo la conclusione. Rientrati in Italia, a Firenze, quando tentano di ripetere il gioco, sono vittime- di un ricatto: il fratello maggiore di un ra ­gazzino assoldato per stare con Leti ­zia, piomba nella camera, chiede da ­naro; c’è una rissa, Fabrizio è ferito, e finalmente, messi i due estranei al ­la porta, l’incesto atteso per tutto il libro si consuma. Ecco Letizia ora in ­vocata con suono di ottoni e in atto di litania come « torre dalle muraglie forti, mare di tempeste e di serenità illimitate, grappolo di fiori che non si possono cogliere, ghirlanda di fiori col ­ti, vento che travolge e che è travol ­to, città fierissima ma finalmente accessibile ». E allorché ella s’innamo ­ra dì nuovo, a prima vista, di un cer ­to Ireneo, che le appare della loro stes ­sa razza e sangue, il libro si chiude, a quel che capisco, nell’incertezza: se sarà Ireneo a sostituire Fabrizio, o se sarà, definitivamente Fabrizio a sostituire per sempre Ireneo e tutti gli altri possibili sosia.

Si è spesso parlato, qui da noi, di un « caso Coccioli ». Come è noto, egli gode da tempo in Francia, al Messico e altrove di una strepitosa buona ac ­coglienza, sia del pubblico sia della critica, mentre in Italia è poco meno che ignorato e da taluni considerato appena ai margini della letteratura. Di qui la sua acerba polemica contro la nostra società letteraria, il suo esi ­lio sdegnoso. Le corde dell’arpa è un libro suo tipico, nei pregi e nei difet ­ti, e può costituire un test definitivo per la sua « fortuna ». A questo pun ­to dunque nel giudizio è compreso il dovere di una franca testimonianza.

E’ chiaro che una chilometrica di ­stanza separa il suo gusto dal mio. Si è fatto talora per lui il nome di Malaparte, ma egli non ne possiede la scioltezza, l’eleganza del savoir vivre che diviene letteratura come con ­versazione. Le implicanze mistico-teo ­logiche che affiorano nei suoi libri so ­no spesso intrise di un rozzo finali ­smo terrestre, dal desiderio di una troppo rapida e strumentale resa dei conti. In realtà la matrice culturale del Coccioli rimane fissata nel nostro dopoguerra, in un impasto non sem ­pre omogeneo di dannunzianesimo, neorealismo e impegno cristiano. E peraltro c’è in lui un indubitabile vigore, un’urgenza del dolore nasco ­sto anche nella gloria del vivere, an ­che nei disegni dello spirito, e potrem ­mo dire il bisogno cristiano di un pro ­cesso a Dio, che toccano da vicino il nostro essere contemporanei. In ognu ­no dei suoi libri, anche in quelli che saremmo disposti a definire brutti, c’è sempre il soprassalto di una coscien ­za che formula una domanda essen ­ziale.

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