Brignetti. Le navi, i delfini, i fari, i gabbiani

di Geno Pampaloni
[da “La Fiera Letteraria”, numero 30, giovedì 27 luglio]

RAFFAELE BRIGNETTI
Il gabbiano azzurro
Einaudi, pagg. 200, L. 2000

Dei sette brani che compongono Il Gabbiano azzurro Raffaele Brignetti ne aveva già pubblicati quattro, più uno ora rifiutato, molti anni fa, nel 1952, in un volume della « Biblioteca di Paragone », sotto l’etichetta di « rac ­conti » e con il titolo eliotiano di Mor ­te per acqua.

Due di essi, (« Il grande mare » e « Altri equipaggi » ) avevano vinto il Premio « Taranto » per inediti, rispettivamente nel ’49 e nel ’57: e, al dire delle cronache, avevano acceso d’en ­tusiasmo il presidente di quella giu ­ria, Giuseppe Ungaretti. Eppure que ­sto romanzo marino sembra arrivato soltanto ora alla maturità, a rivelare la pienezza e la favolosa continuità della sua realtà poetica. Sotto questo aspetto, che naturalmente è fonda ­mentale, si tratta quindi di un libro nuovo. E non tanto per i ritocchi, peraltro accorti e coerenti, apportati qua e là alla pagina. Quanto per una sorta di più fervida consapevolezza dello scrittore rispetto alla sua mate ­ria, un dominio più intenso, ma una più lucida e penetrante partecipazio ­ne della fantasia.

Un temperamento romantico

Sembra che il Brignetti abbia riauscultato dall’interno il suo mondo, ne abbia colto le risonanze più segrete, i nessi più sottili, i riverberi, e sia riuscito a conquistarne a pieno il senso romanzesco e l’emozione essenzia ­le di fondo. E’ un’operazione critica e musicale al tempo stesso, da vero scrittore, che se pure ha, come ve ­dremo, una sua tendenziale contropartita manieristica, è nel complesso sicuramente positiva.

Il mare, che appariva nei suoi vec ­chi testi come un’immagine, ora si ri ­vela come un universo poetico, uno spazio possente e libero, alla misura non più soltanto della letteratura ma della vita. Quasi per una misteriosa stagionatura (che ai nostri occhi, per necessità miopi, di contemporanei, as ­sume l’ipotesi della « classicità » ) sem ­bra essersi prosciugata dalla pagina del Brignetti ogni nevrosi immagina ­tiva, ogni luccicante compiacenza spet ­tacolare, per dare luogo a una rap ­presentatività compatta, grandiosa e virile, â— che è quanto di meglio pos ­siamo oggi chiedere a uno scrittore di onesta estrazione romantica che non intende risolversi del tutto nella ri ­cerca sperimentale.

Sul piano della letteratura d’imma ­gine, il Brignetti aveva dato almeno due altre prove di un certo interesse (dico « almeno » perché non conosco, e mentre scrivo non riesco a procurar ­mi La riva di Charleston, 1960, ma spero che questo non sia troppo diri ­mente per il mio discorso).

In entrambi i casi, egli si muoveva in direzione dell’analisi, dell’artificio mimetico portato sino all’oltranza e al parossismo: un temperamento ro ­bustamente romantico che si estenua ­va, o si acuiva, si sfogava, o si impi ­gliava nel gioco, psicologico in un ca ­so, verbale nell’altro. La deriva (1955) narrava una festa di fine estate, al mare, con l’intreccio labile delle il ­lusioni, la malinconia e i destini che si sfrangiavano verso il caos dei sen ­timenti. Era un libro vivido, intelli ­gente, ma con poca presa di verità. La realtà sfuggiva dalle mani del nar ­ratore come il tempo sfuggiva ai suoi protagonisti nella nostalgia di fer ­marlo. Sentivi nello scrittore la forza di intuire un mito del vivere (il ro ­manzo anticipò in qualche misura i temi della Dolce vita), ma cogliendone appena l’immagine in un flusso, in un brivido di materia vitale pronta a corrompersi.

Più amaro e provocatorio ma delusivo fu poi Allegro variabile (1965), una satira del linguaggio intellettua ­le e del mondo delle Public Relations: l’invenzione era scaltra e ag ­gressiva, ma di pura applicazione in ­tellettuale, e non poggiava su un’ispi ­razione creativa, su un profondo sen ­timento della lingua e della società. La verve dello scrittore, ambiziosa ­mente protesa verso un virtuosismo di fantasia mimetica, era appena suf ­ficiente a cementare un mosaico, ma non a imporre uno stile.

Qualcosa di medianico e disperato

Ben altra voce hanno i racconti di mare de Il gabbiano azzurro. Nei due libri precedenti, l’oltranza era auten ­tica, ma il « tempo » non era il suo: il suo tempo vero non è l’allegro, ma l’adagio, o l’andante-adagio. C’è nella sua prosa un forte residuo o risen ­timento lirico che deve avere un len ­to spazio per riassorbirsi senza eson ­dare. E c’è al tempo stesso una ten ­sione, un rilievo analitico che solo in prospettiva, nel senso della profon ­dità, trova la giusta luce. La forza poe ­tica del Brignetti scocca all’incrocio delle coordinate (se così posso espri ­mermi) tra lirismo e referto, tra fa ­vola e cronaca, tra arcana trasparenza del destino e spessore cieco dei fatti. Solo allora, nei momenti felici, la sua spinta mimetica si fa medesimez ­za. La sua materia marina non ha per lui più segreti, ma solo il sicuro prodigio di esistere.

Non si tratta di uno scrittore né immediato, né cordiale, né semplice.

Nel suo mondo egli non tende mai a cogliere la realtà frontalmente, da scrittore realista, ma la segue per co ­sì dire prendendo l’onda lungo i suoi frastagliati approdi, in un andirivie ­ni al tempo stesso meticoloso e feb ­brile. C’è nella sua prosa lo stupore di un lirico, la pazienza di un cro ­nista, l’indugio di uno scrittore sen ­tenzioso, e in più il delirio possessi ­vo e inesorabile ( « qualcosa di me ­dianico e disperato » ha scritto benis ­simo Enzo Fabiani) dello scrittore di avventura. Un simile impasto stili ­stico si cristallizza facilmente nella maniera, proprio perché a una sostan ­ziale unitarietà d’ispirazione corri ­sponde una smaniosa complessità let ­teraria, un’incertezza (per molteplici ­tà di sollecitazioni) del gusto.

C’è un’acuta analisi di Pietro Citati che conforta il precedente giudizio: « La sua ispirazione è grave, la sua immaginazione grandiosa, le sue qua ­lità rappresentative robuste. Gli erro ­ri che compie avvengono tutti, mi sembra, nella fase dell’ultima esecu ­zione, quando cosparge la sua prosa di rozzi e impropri lirismi e non rie ­sce a sciogliere qualche faticoso im ­paccio di ritmo ». Non si tratta forse esattamente di « prosa cosparsa », più probabilmente, il Brignetti sta fuori solo a metà dalle ambigue e minute velleità espressive che sostanziano la cultura letteraria italiana del Nove ­cento minore, e per l’altra metà rima ­ne fatalmente uno scrittore post-er ­metico. Ma è da dire subito che quel ­la prima metà è sufficiente.

Come scrittore di mare, Raffaele Brignetti rifiuta sia le macroscopiche mitologie ottocentesche, sia il colore aneddotico dei post-naturalisti; farei molte riserve sulla « densa carica sim ­bolica gravante sulle avventure mari ­ne » di cui parla il risvolto einaudiano, giacché i suoi modi non sono epici, così come non sono forzosamente popolareschi, così come sono estranei, se vogliamo accennare anche al più recente riferimento, alla gentile e ca ­valleresca nobiltà delle storie di ma ­re dell’ultimo Tobino.

Il suo universo-mare, secondo una intuizione squisitamente lirica e no ­vecentesca, è solitudine, luogo del de ­stino, sovrana e indifferente realtà esi ­stenziale: una sorta di ineffabile (di ­vinità in negativo, per assenza) nel quale si collocano con capriccio e con angoscia, le avventure umane. I rilie ­vi dei registri marittimi, che lo scrit ­tore adopera con musicale sapienza, non servono a darci informazioni, ma a misurare le distanze dell’inconosci ­bile. Ogni episodio, ogni frammento dì cronaca, rimanda al mare come realtà totalizzante, cieca e onnicom ­prensiva: quasi un mostruoso e ciclo ­pico orecchio di Dioniso che molti ­plica il suono dei moti esistenziali e li scarica fragorosamente nel desti ­no, tra morte e vita. Si ricordi il lun ­go racconto « Altri equipaggi ». All’ini ­zio c’è una rissa, di cui non si dà motivo, tra i due guardiani di un fa ­ro; vino di essi, per sfuggire all’altro, spegne la lanterna; ecco allora che nella dimensione mare, nell’universo mare, entra d’imperio una causalità gigantesca e ferrea: un transatlantico andrà a sbattere sulla scogliera, un ammalato grave di una nave da cari ­co non arriverà all’appuntamento con il medico che potrebbe salvarlo, due marinai non toccheranno mai il porto sul loro battello che imbarca acqua…

« Il mare era ancora la stagione del caso: vi si producevano misteriosa ­mente attimi benigni e funesti, mor ­te e vita ». Ecco la « poetica » marina del Brignetti. « Vivo e inerte », il ma ­re è dedalo ansioso » non soltanto per il delfino incappato nel banco di nafta, ma, in generale, per ogni creatura vivente, e per l’uomo. Nella sua sconfinata superficie di solitudine, il battello dei carbonari « non vi rin ­tracciava altre linee all’infuori di quella che esso stesso creava con la sua scia, che si cancellava nell’ac ­qua » (p. 68).

E ancora: il mare, « per gli uomi ­ni era ignorare il presente » (p. 49); « Neppure fra gli astri l’uomo si per ­de come qui, nel tempo » (p. 123).

La radice poetica dello scrittore con ­siste proprio, mi sembra, in codesto tempo-spazio, tempo-universo, « perdu ­to » in accezione esattamente antiprou ­stiana perché senza appiglio di me ­moria, prememoriale ( « solo nell’esserci era la sua realtà » p. 182), ove le storie umane affiorano rí³se e sman ­giate come relitti. Le navi, i delfini, i fari, i gabbiani, i marinai, le boe, le isole, i naufraghi, i banchi di pe ­sci, i cadaveri alla deriva tornano da un racconto all’altro per misteriosi rintocchi di allusione come portati da una risacca. Circola in queste pa ­gine un senso di allarme continuo, di attesa inquieta e senza speranza, co ­me di un mondo in bilico tra libertà solare e minaccia, angoscia e felici ­tà della vita in sé. E’ questa, cre ­do, la vera dimensione romanzesca de Il gabbiano azzurro.

Diamo quindi un’ultima immagine, meno professorale e più generosa del ­l’ambiguità del narratore Brignetti: passione lirica e rigore descrittivo, puntiglioso cronista e fedele del mare.

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