Flannery O’Connor. La coda del Pavone

di Sergio Perosa
[da “La fiera letteraria”, numero 15, giovedì 11 aprile 1968]

FLANNERY O’CONNOR
La vita che salvi può essere la tua
Einaudi, pagine 399, lire 3500.

Precocemente scomparsa nel 1964, a trentanove anni, Flannery O’Connor è stata una delle più intense e significa ­tive narratrici americane del secondo dopoguerra. Per narratrice s’intende qui essenzialmente scrittrice di rac ­conti; giacché la O’Connor, oltre all’ap ­partenenza all’ipotetica « scuola del Sud », ha in comune con i suoi più no ­ti contemporanei (Carson McCullers, Truman Capote, ecc.) una congenita predisposizione al racconto.

E’ noto come le prove più cospicue di tanti narratori americani, da Poe a Hawthorne e Melville, da Mark Twain a James, da Hemingway a Faulkner, siano spesso proprio nell’ambito del racconto, della novelette, del romanzo breve, che rappresenta pure la misura più congeniale per scrittori della raffi ­nata sensibilità e della decadenza co ­me la McCullers o Capote. Non per nulla quest’ultimo, quando approda al romanzo disteso, lo fa sulla base di fatti avvenuti e vissuti (A sangue freddo) e con risultati che han dato adito a tante discussioni e perples ­sità. Ancor più di loro, Flannery O’ ­Connor ottiene i risultati migliori e per così dire si ritrova soprattutto nel giro breve e intenso, nel segno incisi ­vo del racconto.

Dei suoi due romanzi solo il secon ­do, Il cielo è dei violenti (1960, traduz. ital. nel 1965) è qualcosa di più di un intreccio di singole storie e piega l’ele ­mento picaresco a una trama unitaria; il giovanile Wise Blood (1952) è chia ­ramente costruito su singoli nuclei che hanno la completezza del raccon ­to, e come racconti erano separatamente apparsi in precedenza.

Romanzi e racconti della O’Connor â— quest’ultimi apparsi ora in italiano in un’edizione che comprende sia la raccolta A Good Man is Hard to Find (1955) che la raccolta pubblicata po ­stuma Everything that Rises Must Converge (1965) â— presentano co ­munque il segno d’una forte e origina ­le natura di scrittrice, nella misura stessa in cui pongono e risolvono in modo del tutto particolare due proble ­mi di fondo. L’uno è quello già accen ­nato dell’appartenenza all’ipotetica « scuola del Sud »; l’altro è quello del dichiarato e programmatico impegno cattolico della scrittrice.

Per il primo aspetto si tratta d’una facile e un po’ superficiale identifica ­zione, che si chiarisce in rapporto alla natura particolare della sensibilità ar ­tistica della O’Connor e del suo stesso impegno spirituale. Nei suoi racconti abbondano le stage properties e gli elementi esteriori della narrativa sudi ­sta: lo sfondo rurale, le piantagioni o le fattorie in rovina, i negri derelitti che si muovono come fantasmi in una indecifrabile terra di nessuno, i poveri bianchi: soprattutto questi ultimi, nel ­la loro gamma che va dai fittavoli ai braccianti, ai predicatori vagabondi, ai venditori di bibbie. Lo sfondo di Faul ­kner, se non di Capote: ma qui comin ­ciano le distinzioni. Il mondo â— ma lei preferisce chiamarlo « Paese » â— prediletto dalla O’Connor non è né mi ­tico né paranoico, ma spoglio e concre ­to nei suoi riferimenti; e se é quello dei bianchi sull’orlo della decadenza o dei fittavoli irrequieti, in bilico e come sospesi fra l’agiatezza perduta e la vo ­lontà di rifarsi, fra ottimismi velleita ­ri e continue rese di fronte alla tragi ­ca, distruttrice presenza del grottesco e della violenza, dell’assurdo e dell’ab ­norme, lo è con modi e fini ben precisi.

Un rapporto quasi ossessivo in mol ­ti di questi racconti â— da Un cerchio nel fuoco a Brava gente di campagna, da Il Profugo a Greenleaf â— è quello fra padrone gentilizie o sognanti, illu ­se o un po’ svanite, e fittavoli perver ­samente in attesa o complici della ca ­duta e distruzione di un mondo: un rapporto fra illusorie certezze e l’usu ­ra disgregatrice di una realtà che non si sa riconoscere se non nel momento che esplode con violenza distruttrice. E’ il grande tema del Sud â— il mondo gentilizio che svanisce di fronte alla pressione di una forza repressa e sco ­nosciuta, la volontà predatoria e affa ­ristica, la perversa sagacia dei disere ­dati che attendono, pronti a sostituirsi a quel mondo… Ma il tema è qui tra ­sposto in termini di un’estrema allusi ­vità, per far luogo all’attenzione pre ­stata al concreto dispiegarsi di una realtà di tensioni e attriti, nella quale la violenza è insita ed esplode con tranquilla inesorabilità.

Non stupisce perciò che queste sia ­no storie di disadattati e di alienati, di transfughi, profughi e falsi profeti va ­gabondi, di dislocati cronici e di vellei ­tari senza terra, sperduti sulle pianu ­re polverose, nei pascoli e nei poderi in sfacelo, su strade senza meta appa ­rente che non sia quella simbolica del fiume che genera desideri di redenzio ­ne per annullare vite e coscienze nel suo abbraccio. Mario Praz ha parlato di una « Nuova Irlanda tropicale », di un clima ove il surrealismo cresce al ­l’aria aperta, dove ogni famiglia ha lo scheletro nell’armadio. E questi dere ­litti, infatti, concretissimi nei loro ri ­ferimenti locali e regionali, portano in sé, o sono costantemente portati a in ­contrare, il segno fisico d’una aliena ­zione e d’una maledizione, di un’atro ­ce beffa del destino.

La ragazza deficiente di quel gioiel ­lo narrativo che è La vita che salvi può essere la tua, sposata da un mon ­co per impossessarsi d’una macchina antidiluviana riverniciata, e abbando ­nata al primo squallido caffè sulla strada; la ragazza mutilata di Brava gente di campagna beffata dall’ipocri ­ta venditore di Bibbie alla ricerca di ripugnanti trofei amorosi; la vecchina posta di fronte allo « spostato » che trucida a mente fredda perché si cre ­de una sorta di Gesù capovolto in Un brav’uomo chi lo trova?, il veterano sudista ultracentenario che soccombe alla laurea della figlia ultrasessan ­tenne, e donne angosciate dalla gravi ­danza, bambini sperduti in città o che aspirano al battesimo mortale del fiu ­me, portano scompiglio e distruzione nelle fattorie… Un’amplissima gamma di personaggi tarati, balordi, spostati, in un seguito di incontri fra la natura o l’illusione decaduta dell’uomo e la cieca violenza l’incuranza e l’indiffe ­renza che distrugge.

L’insistenza su questi particolari ab ­normi rimanda al motivo di una deca ­denza che è di natura morale, metafi ­sica. Per hobby, la O’Connor allevava pavoni: quasi un emblema della sua natura di scrittrice, affascinata dallo stridore è dalla violenza che ella rive ­ste, come il pavone, di smagliante bel ­lezza estetica. E cosi, nella pantomima agghiacciante di mostruosità che si rincorre nei suoi racconti, è presente non solo o non tanto il gusto meridio ­nale per il « grottesco », quanto una necessità di denuncia morale, il segno stesso del suo impegno religioso e spi ­rituale.

In uno scritto del 1957, Flannery O’Connor specificava che il Sud le in ­teressava come « Paese » angosciato in quanto sempre più simile al resto del mondo, e che era la fede cristiana a spingerla verso il grottesco, il perver ­so, l’inaccettabile, giacché il concetto stesso d redenzione sarebbe senza si ­gnificato se !a vita non offrisse ragioni sufficienti, distorsioni ripugnanti da denunciare come tali, da imporre al ­l’attenzione con lo scandalo. Noi dire ­mo che tale volontà è più implicita che non svolta, nei racconti; che a in ­teressarla, da artista, è l’aspetto ripu ­gnante, la percezione improvvisa del male, da misurare solo idealmente su un ordine e una fede perduti.

La sua fede ci dà la motivazione, più che giustificarci i termini narrati ­vi della sua opera. Poiché credeva in Cristo ha popolato il suo « Paese » di tanti falsi profeti, predicatori perver ­si, ipocriti in agguato, profughi sulle vie del bene. Il senso morale e religio ­so, come lei voleva, è implicito nella profondità, e noi diremmo nella preci ­sione agghiacciante della sua imma ­ginazione. Ma è perché era fastidiosissima e tormentata scrittrice che ha sa ­puto incidere originalmente su un ma ­teriale in apparenza di repertorio, se ­gnarci il profilo e il tocco del male che opera e s’incontra per le strade assola ­te, dietro le siepi, nel giardino che si credeva difeso dalla staccionata. E’ un male metafisico che rimanda all’indif ­ferenza e alla perdita della fede nel mondo, solo perché è quel male, ab ­norme, incongruo, lì, nella Georgia o nel Tennessee.

Memorabile e insuperabile è l’incisi ­vità del suo tocco, la precisione del dettato, lo stanco e come cullante pro ­cedere dei suoi racconti verso le lanci ­nanti conclusioni, che hanno tutta la forza rattenuta del grido, ma non lo consentono. Indimenticabili, sommessi e distaccati dialoghi, precisazioni di stati d’animo o d’ambienti, un controllatissimo gusto per l’orrido ne fanno una scrittrice fin troppo perfetta. Ave ­va seguito un corso di creative writing, scriveva per riviste letterarie co ­me la Kenyon o la Sewanee Review, e si sente. La fede stessa ha finito per so ­stenere in lei una volontà e una prati ­ca di spoglio e assoluto rigore artisti ­co.

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