Cesare Garboli
[da: “Pianura proibita”, Adelphi, 2002]
Da un paio d’anni non avevo più il coraggio d’in contrarmi con Mario Soldati. Viveva, come sempre, a Tellaro, ma non trovavo la forza di alzare la cor netta o di fare la poca strada che mi separava da lui. La vecchiaia era scesa come un rapace a divorargli le facoltà intellettuali, la parola, la memoria, la men te. Aveva prima mutilato, poi cancellato ogni possi bilità di comunicazione. Se il pensiero mi andava a Soldati, chiudevo gli occhi sotto il peso non so di quale oscuro rimorso o dolore. Rifiutavo di ricono scere in un pietoso involto di lane, sciarpe, pantalo ni aggiustati alla meglio sul corpo di un invalido il mio amico senza eguali. Distoglievo gli occhi dalla brandina improvvisata come un giaciglio nella stan za dove avevamo tante volte lavorato insieme. Non mi piaceva la vista di quei lenzuoli vicino al pia noforte e al grande, eterno ritratto in piedi della madre.
Parlare con Soldati era diventato come fare le pa role crociate. Bisognava dare le coordinate per inter pretare i nomi di luoghi, cose, persone che non sapeva più pronunciare o aveva dimenticato. Comin ciava il discorso e subito il circuito fra la parola e la mente s’interrompeva. Gli usciva di bocca una polti glia di suoni decomposti e impotenti, farfugliava la biali e gutturali sempre più informi e disperate. Era un contrappasso inverecondo per uno come lui. In occasione della cerimonia per i suoi novant’anni, a Lerici, mi fu data la gioia di rubargli ancora uno sguardo di grande vivacità. Lo spiavo da lontano mentre parlavo di lui in pubblico. Gli ricordai qual cosa, perché a un tratto mi guardò e mi sorrise, il na so diritto e affilato, il guizzo, nell’occhio, furtivo e pe netrante di Paolo III Farnese nei ritratti di Tiziano.
Ma l’ultima volta, a Tellaro, uno o due anni fa, non parlava più. Rigirava un piccolo Baudelaire tra le mani. Era il suo autore preferito. Teneva in conto di vangelo quella massima che gli ho sentito ripetere innumerevoli volte: «Le plaisir [il piacere erotico] gît dans la conscience de faire le mal », il piacere ha radice nella coscienza di fare il male. Coesistevano in Soldati due secoli, due fedi, due anime contrappo ste, il Sei e il Settecento, il sorriso libertino di Voltaire e la severità dei portorealisti, o meglio, la severità della Mère Angélique. Libertino e sadomasochista, l’autore dell’indimenticabile Viaggio a Lourdes usava il piacere, che era lo scopo della sua vita, come un’arma contro se stesso.
Mi restano i suoi libri. Ma che cosa sono i libri ri spetto alla persona che li ha scritti? È una domanda che mi sono fatta tante volte. Leggere i libri di un vi vo è lo stesso che leggere i libri di un morto? Una re lazione di contemporaneità e di amicizia fra l’autore di un libro e il suo lettore introduce un elemento di giudizio che appartiene al presente, un supplemen to d’informazione effimero quanto irripetibile, che nasce dalla reciprocità della presenza fisica nel mon do di colui che scrive e colui che legge. Se questa re ciprocità s’interrompe, o, come nel caso dei classici, non esiste, il rapporto coi libri soffre di una crisi d’attualità, una perdita di vitalità e di caducità insie me (una perdita, per così dire, d’«implosione »), quanto più acquista di valore sotto il profilo spiritua le, nel senso che il messaggio dell’autore si libera dalla confusione e dall’opacità del presente. Così i li bri del passato sono libri trasumanati, immortali, an geli dalle ali aperte, per dirla con Proust. Ma se po tessimo intravedere anche solo di spalle Dante Ali ghieri che s’inerpica sull’Appennino, non capirem mo della Divina Commedia qualcosa di più di quel che oggi ne sappiamo?
Una decina d’anni fa, quando pubblicai una pic cola raccolta di saggi dal titolo Scritti servili, un re censore di forte acume, Giovanni Raboni, mise in guardia le future generazioni di critici dalla « potenziale nocività » dei miei metodi di lettura, che avreb bero potuto essere sottoscritti, secondo Raboni, da un Sainte-Beuve ribaltato, interessato non a fruire delle informazioni sulla vita di un autore per spie garne l’opera, ma al contrario, portato a usare l’o liera di un autore « come indizio per venire a capo dell’affascinante enigma posto dall’esistenza di una persona ». Il Raboni ne traeva una conclusione in quietante. I miei interessi di critico sarebbero rivolti a modificare l’opera di un autore, a farla apparire diversa, utilizzandola ai fini di un nuovo prodotto crìtico e romanzesco, costruito con gli stessi mate riali d’autore, già formati, e con altri spuri e infor mali.
A sostegno di quest’ipotesi, Raboni chiamava in causa un passaggio della prefazione alle opere com plete di Natalia Ginzburg che mi è stato tante volte rinfacciato. Eccolo: «Non avendo mai distinto tra lo scrittore e la sua persona, l’opera letteraria della Ginzburg non è per me più funzionale alla cono scenza di Natalia Ginzburg di quanto non lo sia il suono della sua voce nella cornetta del telefono o il suo modo di salire le scale ». Va a onore dell’intelli genza del Raboni il fatto che questo passaggio era da lui introdotto con una certa ambiguità e da lui definito una «beffa » di quei metodi, tutti riconducibili a Sainte-Beuve, che si fondano sul nesso tra la vi ta e l’opera di un autore («tel arbre, tel fruit »). E che fosse una beffa, lo dimostra il presupposto stes so del passaggio incriminato. Si legge infatti per ogni dove in quella prefazione che io non posso es sere buon critico della Ginzburg proprio per un ec cesso di famigliarità, «non avendo mai distinto tra lo scrittore e la sua persona ». Ciò che per Sainte-Beuve era la condizione della critica, viene sentito come un ostacolo.
Ma l’acume del Raboni non si fermava qui. Il pas saggio incriminato era tolto a esempio di un interesse critico nascosto. « Oggetto della conoscenza di cui par la Garboli non è l’opera della Ginzburg, bensì la Ginz burg in carne e ossa ». La Ginzburg «in carne e ossa » vuol dire qualcosa di più di una qualunque e improba bile «vita della Ginzburg » secondo i solerti compilato ri di monografie storico-psicologiche del tipo «Leben und Werke ». Dove va a finire, nei libri che leggiamo, la persona fisica che li ha scritti? Si trova fra quelle pa gine, mimetizzata in quei caratteri a stampa? È rico noscibile, afferrabile? O è un fantasma che si è perso senza lasciare traccia? Se Raboni avesse voluto spingere il suo acume ancora più oltre, avrebbe fatto compiere al Sainte-Beuve evocato dalla sua immaginazione, in vertito rispetto a quello storico, la sua orbita completa. Rovesciare Sainte-Beuve vuoi dire imbattersi in Proust. Quale altro modello può esserci dietro quella Natalia Ginzburg che sale le scale e parla nella cornetta del te lefono se non colui che ha dato vita a Bergotte? Si può separare lo stile di Bergotte dalla traumatica, inattesa rivelazione di un naso a chiocciola?
Un giorno Carlo Ginzburg mi telefonò dicendomi che stava rileggendo la prefazione che avevo premesso alle opere di sua madre. Tu hai il dovere, mi disse, di spiegare ai tuoi lettori che cosa intendi quando scrivi che la lettura dei libri scritti da mia madre non è meno funzionale alla sua conoscenza di quanto lo sia il suo modo di salire le scale. Hai il dovere di spiegarlo. Accidenti. Rimasi senza parole. Era lo stesso passo incriminato da Raboni. Ma che cosa dovrei spiegare? Quello che le mie parole dico no mi sembra chiarissimo. I libri nascono dalle per sone, e l’esercizio della creatività letteraria, tra due persone fra le quali si è creato un rapporto di fami gliarità e di amicizia, può essere uno strumento d’intelligenza reciproca, o un interesse in comune, ma solo uno dei tanti. L’espressione letteraria di una persona che ci è famigliare è solo uno degli aspetti in cui riconosciamo la sua espressione nel mondo. I libri non sono feticci, non bisogna adorarli.
Nei libri c’è sempre, più o meno nascosta, una corrente fisica, simile a un’ondata piena di energia che abbia trovato nel vuoto lo spazio dove assestarsi, A volte ci sembra di ritrovare in un libro una mimi ca, una voce, dei tratti che conosciamo. Quanto più originale è lo stile di una persona, tanto più la sua mimica è riconoscibile nei suoi libri. Riconoscibile, certo, ma a condizione di conoscere l’autore in car ne e ossa, pena lo scivolone del Narratore della Recherche a proposito dei tratti fisici di Bergotte. I libri di un autore insignificante sono libri simili a tanti al tri, proprio come la persona che li ha scritti. Ma i li bri di uno scrittore originale e inimitabile, i libri di un grande scrittore, i libri di Soldati, il giorno in cui Mario Soldati non c’è più e nessuno potrà più ricor darsi di lui in carne e ossa, che cosa ci diranno di lui? Saranno angeli che gli volano intorno?
L’antichità romana ci ha trasmesso un testo famo so, un libriccino molto ispirato, il capitolo conclusi vo del dialogo ciceroniano in sei libri De re publica. Si tratta di un testo noto a tutto il Medioevo e all’età moderna sotto il titolo di Somnium Scipionis, il sogno di Scipione (l’Emiliano), visione ultraterrena nella quale Cicerone fa incetta di tutta la sapienza mistica, orientale, orfica, pitagorica filtrata attraverso Plato ne, Posidonio e gli Stoici, in aperto contrasto col materialismo di Epicuro e dei suoi seguaci, «che l’a nima col corpo morta fanno ». Mentre il De re publica andò perduto dopo il Mille, e fu frammentariamen te ritrovato solo nel secolo scorso (come sa chiun que abbia letto la canzone leopardiana ad Angelo Mai), il sogno di Scipione, per il suo messaggio esca tologico, ebbe larghissima diffusione in Occidente e diventò una sorta di vademecum e quasi un brevia rio della cristianità. Si danno convegno nella visione ciceroniana tutti i luoghi comuni della sapienza mi stica antica: la trascendenza, l’immortalità dell’ani ma, il premio di una vita eterna, la svalutazione del mondo e della vita carnale, l’apologia dei valori in tellettuali e morali. Per quanto Cicerone limiti il premio della vita eterna solo ai politici (non poteva essere che Cicerone, l’inventore del primato della politica), si può dire che nelle poche pagine del Somnium Scipionis si raccolga come in una fava quel l’idea così universale che la vera e sola identità di un individuo altro non è che una realtà spirituale, la sua «anima », la quale non muore col corpo, ma, al contrario, nasce e si manifesta pienamente solo con la liberazione dalla prigionia della carne. È sempre con questa idea nella testa che leggiamo i libri.
Bene, nel Somnium Scipionis si trova un passaggio, una domanda semplice e straordinaria, che citerò testualmente: «Ipsi autem qui de nobis loquuntur, quam loquentur diu? » (Quelli stessi che parlano di noi, fino a quando ne parleranno?). Cicerone pensa qui alla caducità e alla vanità della fama, all’oblio a cui qualunque impresa è destinata. Ma si può forzare il testo, interpretando: «Quelli che si ricordano di noi, fino a quando ci ricorderanno? ». Di qui a qualche anno, quanti saranno coloro che si ricorde ranno di Mario Soldati al tempo in cui scriveva le Lettere da Capri o la Giacca verde? La nostra presenza fisica nel mondo è simile a certe isole nelle quali un giorno abbiamo abitato. A un tratto veniamo a sape re che l’oceano ne ha inghiottito i contorni, le sco gliere, le spiagge, si è spinto fino all’interno e ha sommerso case, campagne, foreste, villaggi. L’isola è sparita. Passano le navi e nessuno la ricorda. Così sarà di Mario Soldati e della sua epifania in questo mondo. Quanto ai suoi libri, se mi verranno tra le mani nei pochi anni che ancora mi restano, so bene che cercherò, sotto il loro stile e la loro forma, quell’isola che non c’è più.