di Cesare Garboli
[da: “La stanza separata”, Mondadori, 1969]
Un giorno che leggevo, ben più di una ventina d’anni fa, uno dei tanti romanzi simenoniani della serie dedicata a Maigret, mi parve confusamente di capire quale fosse la fonte del fascino inesauribile di quelle storie. Era un ingre diente tecnico, certamente, una specialità del talento simenoniano, ma non si connetteva in alcun modo al thriller poliziesco del racconto e nemmeno a tutto quello che intor no agli anni Quaranta un ragazzo poteva amare e ammirare in Simenon: cioè il disperato « non-stile » della vita, il « realismo » decadente, di vita vissuta, come si diceva, che intanto arrivava in Italia attraverso i film di Duvivier. In quegli anni, o pressappoco, il grosso e sudato commissario di Simenon si preparava stizzosamente, con la sua pazienza di bonario testone intelligente, a conquistare il mondo; e io ne seguivo i passi, a pancia in giù sul tappeto, quando le sue avventure comparivano, occasionalmente, nei « gialli » mondadoriani formato « romanzi della palma », con la pagina stampata a doppia colonna, e regolarmente, invece, in una collezione che non ricordo se fosse anch’essa mondadoriana, di copertina color fotografia, color pellicola in bianco e nero. Furono le storie di Maigret a strapparmi da quello che era stato fino allora il mio autore poliziesco, il più classico di tutti, Conan Doyle. In certe vecchie raccolte della « Domenica del Corriere », risalenti al primo decennio del secolo, insieme coi disegni di guerra russo- giapponese figuravano, deliziosamente illustrate, anche le traduzioni quindicinali delle detective stories di Sherlock Holmes. Come diverso il dilettante investigatore inglese, con le sue mani affusolate, il suo berretto da viaggio col copriorecchi, e la sua aria sufficiente, di crudele e indolente esteta contemporaneo di Wilde, dal nuovo, sbuffante funzionario della Sureté. Parigi prendeva il posto di Londra, i tetti di ardesia si sostituivano ai lampioni nella nebbia e con quella svolta, anche la mia vita cambiava.
Non dico ch’io non riuscissi ad apprezzare di Simenon, anche in seguito, quelle virtù di sommario impressionismo descrittivo, la volgarità commerciale, il potenziale demoniaco che seppe ispirare ad André Gide la formulazione di un fin troppo noto consenso. Le mie letture infantili si alleavano anch’esse, è vero, al piacere esaltante delle sensazioni morbose, al gusto di identificarmi con vicende di vite perdute, di esistenze sconfitte ma supremamente privilegiate, al misterioso brivido che riuscivano a trasmettere, non si sa perché, certi meravigliosi correlativi ambientali, quei transfert paesistici che consistevano, a volta a volta, in un nebbioso acquitrino olandese, in un molo brètone, in una stazione ferroviaria, o nel fischio di una chiatta sul fiume. Bastava un bistrot di provincia, una via di Parigi, per quelle epifanie di vita, o un semplice impermeabile bagnato, che poi era quello lucido e nero di Michèle Morgan in Quai des brumes. Ma quello che più mi colpiva, anche al di là del potere di attrazione della « crime story », era un talento di cui Simenon, ho notato poi, si avvale nei suoi libri con regola costante, ma non fino al punto da far giurare che se lo amministri con perfetta consapevolezza. A farla breve, si sarà mai reso conto, Simenon, di quanto, e, soprattutto, di come si mangi e si beva, nei suoi romanzi? E come non solo il suo commissario, ma anche i suoi delinquenti, i suoi assassini, e le comparse secondarie, forse per forza di cose, cioè d’inchiesta, finiscono col mangiare, sempre, fuori dal l’orario dei pasti? E ora un cognacchino, ora il panino e la birra, e il pernod, e il caffè, e magari le salsicce, le acciu ghe, certi formaggi freschi, o piccanti… Tutti quei cibi che, come li pensi, li vorresti avere subito a portata di mano, perché, poi, passato il momento, al ristorante, nella trafila delle abitudini quotidiane, te li scordi, leggi il giornale e ordini la solita bistecca. C’è un odore, nei romanzi di Si menon, non di cucina, ma di cibo occasionale, eccitante, croccante, avventuroso, qualche cosa di simile a una occul ta e rinascente sorpresa, coltivata con arte, trattata secondo tutte le regole della suspense. Credo che la trovata di cuci nare intingoli polizieschi, è proprio il caso di usare questa espressione, con sapienti accorgimenti che soddisfano le esigenze orali di chi legge, sia stata da parte di Simenon ben superiore a tutte le sue infinite, ingegnose escogitazioni nell’ordine del giallo. Io questi romanzi li ho letti sempre con l’acquolina in bocca.
Ne ricordo uno ambientato in un piccolo porto del nord della Francia. Nel penultimo o ultimo capitolo, già pros simo a sciogliere il caso e a mettere le mani sull’assassino, Maigret assiste, non visto, al colloquio di due amici, due fratellastri, mi pare, o rivali, entrambi, in ogni caso, rudi omaccioni di fatica e di mare riparati per difendersi dalla legge in un vecchio capannone in disuso. I loro gesti, il muto e concitato dialogo dei due complici, di cui non si odono le parole, è visto dal commissario attraverso una fe ritoia, non so, uno spioncino, un pertugio, una piccola fi nestra. Dall’esterno, comunque. E tira vento, fuori, nel buio e gelido crepuscolo invernale. Ondate sbattono contro la banchina, rumoreggiano, nel canale si sollevano e si abbassano i pescherecci. Nell’interno dello stanzone invece, al di là della sporca lastra del vetro, a una fioca luce, al calcio e al vapore, si intravedono i due uomini che discutono intanto, distrattamente, ma senza soluzione di continuità, attingono a un piatto dove si ammucchiano, arrostite, delle patate. Patate fragranti, assolutamente inattese. E chi si ricorda più del delitto? Tutto si scioglie, davanti a quelle patate, tutto si spiega. D’incanto arriviamo anche noi a districare il rebus, indoviniamo come si è svolto l’intrico delittuoso, fino a un istante prima così ingarbugliato, riconosciamo con sicurezza il colpevole. Del resto, tutte le inchieste di Maigret non assomigliano forse ad altrettante lunghe, interminabili digestioni? Il commissario siede nei bar, entra e esce dalle trattorie, si mescola con gli avventori, e ordina, trinca, ingurgita, s’imbeve di atmosfere e di cibo. Non solo secondo metafora, ma anche secondo lettera c’è sempre in questi romanzi di che mangiare. E il lettore si sente protetto, riscaldato, passa di sapore in sapore, gode di quel senso della realtà, di quella certezza di esistere che niente come il cibo riesce a garantire. Senza ombra di irriverenza non c’è produzione romanzesca che come quella di Simenon sembri, a tutti gli effetti, destinata al « consumo ».
Far mangiare i personaggi, più ancora che farli parlare, è a mio parere artificio tutt’altro che secondario, sia in letteratura che nel cinema o in teatro. E a voler essere preci si si mangia molto più nel cinema che nella letteratura. Nei romanzi è più frequente partito, frequentissimo, che ci avvicini a una finestra, per esempio, e si guardi fuori. Uno stato d’animo decisivo, un tirare le somme di una situazione, o di una sorte intera, di un’esistenza, volentieri i romanzieri lo fanno coincidere con questa innocua e futile azione, dall’apparenza così frivola. Mentre di regola il personaggio che si avvicina alla finestra si dissocia dalla realtà, in quel punto cruciale, e insieme ripropone la propria dialettica col mondo su basi diverse e rinnovate. Così la storia può filare, una scossa e via, si va avanti. È nei films, invece, che le storie passano attraverso il binario obbligato del consumare i pasti, ma generalmente secondo orario, e spesso a due. Una tentazione cui nessuno sceneggiatore resi ste. In un’ora e mezzo di pellicola può capitare di assistere a due pranzi e tre colazioni, senza contare quelle del mat tino. Ci si siede a tavola così tanto, nella vita? E sempre in termini così utili a una storia? Cito a caso: in Muriel di Resnais le stoviglie spadroneggiano dal principio alla fi ne; nel recente Incidente di Losey la vicenda si impernia intorno a un pranzo e a una cena; perfino nella Cina è vi cina di Bellocchio il sedersi a tavola è supporto essenziale. Con tanto cibo nell’arte, c’è da meravigliarsi se anche la scaltra penna di Mario Soldati, nel connettere quindici sto rie d’ispirazione poliziesca, scritte forse con un occhio ri volto alla fortuna di Maigret, abbia anch’essa usufruito di questo comune espediente?
Nei Racconti del maresciallo, Mario Soldati compare esplicitamente tra le pagine, nome e cognome, fìngendo che le storie che egli riferisce gli siano state raccontate, e forse gli sono state raccontate per davvero, da un amico piemon tese di nascita ma padano per trascorsi professionali, il ma resciallo dei carabinieri Gigi Arnaudi. Tutte le storie pre vedono un esordio rituale: il Soldati e l’Arnaudi seduti a tavola, alla trattoria del Leon d’Oro, o delle Tre Ganasce, o magari al vagone ristorante. Si mangia, si beve, e si rac conta. Soldati intinge brillantemente la sua materia gialla in questa saporosa e cordiale zuppa di conversazioni fami liari, rinunciando di proposito a modi polizieschi, di tale of terror o anche di novella criminale. Non senza snobismo, proprio Soldati, il quale quando produce al meglio sfiora sempre il giallo, qui lo evita. E dato il carattere apertamente venale della raccolta, visto che lo stesso scrittore si compiace di umiliarsi, di atteggiarsi a giornalista, lui con quella prosa inarrivabile, che per nitore e clarté ha in Italia, come precedente, soltanto il Gozzano delle novelle, riesce strano che la critica storca tanto il naso. Anche qui. in questi racconti da cornetto e cappuccino, per dire, c’è molto da ammirare. La storia del padovano Angelo Cattarin, dal titolo Lo specchio trasparente, un ladro che diventa furfante per inconscia vocazione di attore, appartiene al migliore repertorio del narratore.
Ma anche Il sospetto merita una citazione. Un gestore delle ferrovie in un piccolo centro doganale delle Alpi francesi, il signor Francesco Bonetto, ha forse ucciso la moglie, qualche anno fa, o forse no. Siede al bar (manco a dirlo) in ogni dopocena, guarda la televisione e i giochi di carte, curioso di tutto, soddisfatto di tutto, perfettamente e assolutamente immobile. Muove solo gli occhi. E Soldati si interessa soltanto allo « sguardo » del signor Bonetto, non lo lascia un istante. Che cosa nascondono quei due occhi ridenti, lucidi, sfavillanti? Sembra essere, la verità, soltanto ciò che resiste all’intelligenza: questa la conclusione profonda di Soldati, pronunciata ancora una volta con superiore, distratta eleganza.
Per una legge stregata e affascinante, quanto più allar ghiamo, nella vita, il raggio del sapere e del capire, tanto più aumenta, al contrario, lo spazio della menzogna e del trucco. Fin dove arriva l’intelligenza, per Soldati non c’è che finzione. Sotto i nostri occhi stupiti, una volta affer rata, la verità si traduce continuamente in bugia. È dove l’intelligenza si arresta, invece, al limite tra il capire e l’opaca resistenza della vita, è su questa soglia che dimora e siede la verità. E non solo la verità, ma qualcosa di più importante dello stesso vero: la prova, cioè, la garanzia che il vero anche se introvabile, anche se indecifrabile, « esi ste ». Esiste in qualche luogo, da qualche parte, nascosto e sfuggente nello spessore stupido delle cose. Tanto per stare al mangereccio, è per questo che Soldati ci restituisce la vita come una perenne, inesauribile sfoglia di mistero.
(1967)