Il coraggio di Pascoli

di Giovanni Grazzini
[dal Corriere della Sera”, martedì 26 marzo 1968]

Di Giovanni Pascoli stanno per uscire (ed. Mondadori), a cura di Felice Del Bec ­caro, le Lettere ad Alfredo Caselli (1898-1910),

in edizio ­ne integrale dopo gli anticipi fatti da Pancrazi nel ’47 e la raccolta di Lettere agli amici lucchesi messa insieme dallo stesso Del Beccaro per Le Monnier, preannunciata a sua volta sul Corriere da Cecchi con gli articoli del ’59 (oggi riuniti nella nuova edizione Garzanti della Poesia di Gio ­vanni Pascoli, il famoso sag ­gio dell’11 con altri scritti pascoliani). Ed è occasione irri ­petibile per toccare anni cru ­ciali della nevrosi pascoliana, il decennio di Messina, Pisa e Bologna, degli spasimi per la casa in Toscana, della gara nascosta con D’Annunzio.

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Gli studiosi del Pascoli co ­noscono a memoria la parte che Alfredo Caselli, droghiere lucchese con caffè nel Fillungo (morto nel ’21), ebbe nel ­la sua vita: di amico devoto, consigliere finanziario, e spes ­so fattorino di fiducia; e co ­me questa amicizia, nata dal ­l’ammirazione d’un umile d’a ­nimo gentile, seguitasse persino oltre la morte del Pascoli, quando il Caselli, nel clima adorante coltivato da Mariù, continuava a scrivere all’«ado ­rato Zvanì » come fosse vivo (ancora nel 1916), e Mariù rispondeva. Ma l’edizione inte ­grale dell’epistolario ora ag ­giunge sfumature, modifica li ­nee, e apre più luce su questo rapporto, non sempre di tutto riposo, e dà nuove chiavi per penetrare la storia di un’ani ­ma, la più arrovellata, certa ­mente, del nostro primo Nove ­cento letterario. Mica grandi sorprese, perché la vita del Pascoli resta quella, tutta in ­troversa, che paga il trauma infantile con l’inquietudine fantastica e il sottilissimo sen ­tire, eppure tante piccole mac ­chie che si sciolgono, e grumi che si sfogano, sempre con la rivalsa della poesia fiorita da quel buio sottosuolo.

Fra i tanti motivi che si af ­follano come rami d’un soffri ­re, ne seguiamo almeno tre: il sogno d’un nido per la vec ­chiaia, il flirt con la gloria, la certezza d’essere attorniato di «rabbiosi nemici »; tutti e tre partiti dal tronco di quella che quasi diremmo « orgoglio ­sa insicurezza », frequente in molti poeti, ma nel Pascoli portata al parossismo, sino a renderlo ingiusto e a fargli ingiusti i lettori.

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La casa di Castelvecchio, dove oggi riposa accanto a Mariù, fu acquistata nel 1902, ma a conclusione di trattative laboriosissime e disperanti. Lo epistolario le documenta con minuzia: basta ricordare che il Pascoli georgico non vide corrisposto, in quell’occasione, il suo amore per gli umili vil ­lici. Il faticoso acquisto fu amareggiato da liti coi conta ­dini vicini, definiti senza me ­no « vigliacchi e maiali », ru ­morosi, traditori e perfidi al punto da scrivergli contro let ­tere anonime (e il cattivo giu ­dizio s’estese: « accidenti alla borghesia ladra, bugiarda, in ­fame, laida… »). E’ che dopo esservi andato in affitto dal ­l’ottobre ’95, e averne apprez ­zate le « molte risorse per l’ar ­te », il Pascoli carezzava il progetto di acquistare la casa per farne il suo « nido di ra ­diche e fuscelli, piccolo e ca ­ro », seguendo il gran sogno: professore a Bologna e contadino a Barga ». Sicché ogni ostacolo â— a superare quelli finanziari pensò coi proventi delle medaglie d’oro vinte in Olanda â— gli parve un segno di malasorte, un’ennesima pro ­va dell’ingrato destino che congiurando contro di lui dal ­l’infanzia lo consegnava a giu ­da e strozzini (« l’estero mi premia e l’Italia mi deruba »). Mentre era piuttosto la sua anima trepida, il suo comples ­so di cacciato, a ingigantirgli la disperazione col vittimismo, e il terrore che i nemici lo credessero ricco, e per invidia lo osteggiassero (« silenzio pei giornali! », « Non parlarne con nessuno, specialmente per telefono! » impone al Caselli).

L’ebbe, finalmente, la casa-rifugio, ai primi del 1902, e si dette con entusiasmo ad ar ­redarla e impreziosirla di dub ­bie anticaglie e lapidi, bassorilievi, stemmi e madonnine, secondo un gusto che sarebbe più piaciuto a D’Annunzio che a Carducci, il maestro « non adorato ». E per sé un timbro: uno scudo con capra rampante, e il motto Haec pabula, carpo. Nell’ambizione di consacrarsi piccolo nume, non del bel mondo come D’Annunzio, ma d’un dome ­stico universo, vestale Mariù, che avesse Lucca nel mezzo, promossa a centro letterario e artistico in cui vibrassero an ­tiche virtù provinciali: e gli amici, primo il Caselli, lo con ­fortavano in quel disegno, scansandogli gli impicci.

Ma erano illusioni, alimen ­tate dalla speranza inconfessa ­ta d’una fama mondana che quetasse la gelosia per Gabrie ­le, tenuto per troppo fortuna ­to (però come invidiava la sua disinvoltura), e la solitudine e la goffaggine fisica di cui molto soffriva. Nei barlumi di luce, scorgeva chiaro in se stesso (« Così lontano, segre ­gato, isolato, qualche volta ve ­do doppio o male », scriveva al Pietrobono da Messina), e si consolava piantando salici piangenti, mimose, lillà, con ­tento d’essere invitato a bere con barrocciai e contadini, di scherzare con lo Zì Meo, di vagheggiare il suo poema anar ­chico, e un « Giornale dei Li ­beri » e l’abbondante vendem ­mia: tuttavia fiero d’un gilet che gli dia arie da signore. Il rapporto fra il paesaggio di Castelvecchio (i pioppi, le siepi, il campanile, toccati con mano o ripensati da lungi) e la poesia esce benissimo dall’epistolario: l’uno e l’altra intrecciati motivi d’ispirazio ­ne, e reciproche ancelle in di ­minutivo. Come ne balzano oleografie casalinghe odorose di caramelle, tabacco e gallet ­ti arrostiti: « la dolce vita â— dirà da Messina â— d’un gros ­so figliolone con la sua cerea mammina, o d’un buon babbo che è solo con la cara figlia che è voluta rimanere nella casa paterna, a far compagnia al vecchio ». Finché non scoppiasse la rabbia (« D’Annun ­zio e Hugo: il gigante e il suo stronzolo, un giorno che era stitico »), e Mariù malatina non soffiasse nel fuoco, ine ­luttabile ombra in scialle e pezzola.

Che allora, confrontando la propria modestia del vivere agli onori e al frastuono degli altri, sommando lo sdegno per i critici a « queste piaghe d’Egitto che sono i giornali », trovava o sperava trovare con ­forto identificandosi ancora col rospo, destinandosi ai fan ­ciulli, e teorizzando la neces ­sità, per i grandi, di soffrire (« I comodi l’Italia li accordi a chi non fa nulla: l’agiatez ­za la conceda a chi se ne fa ciambella per ca..re. Io ne fac ­cio a meno: per ardua », scri ­veva da Messina); ma è fierezza incrinata di lacrime. Più spesso lamenta d’esser messo da parte, lui, battezzatosi « il poeta di Castelvecchio », che nessuno gli scrive, imitato dai poetucoli, inviso a preti massoni, infastidito da esami e lezioni: è un’altalena di languori, diffidenze e superbie che colora le lettere al Caselli dell’uggia dei misantropi e di malinconico grigio, e tutta la vita del Pascoli cinquantenne di mesti rinvii all’oltretomba, quando infine verrà la gloria immortale. « Io so il fatto mio », ripeteva battendo il pugno grassoccio, con ferma fiducia nel proprio valore, ma poi si smarriva, appena dovesse ricevere un ospite di riguar ­do e preparargli il tè: le cose, ingrandite dalla timidezza, gli ostruivano il canto, quella « gran voglia di rimare »; gli pesavano, quando le sospettas ­se in disarmonia con la natu ­ra, come remore agli affetti. (Di qui l’intorbidarsi della ve ­na, se per fuggire l’Italia me ­schina si rifugiasse nella re ­torica antica).

Di tutto, attraverso le let ­tere da Castelvecchio, da Mes ­sina, da Pisa, dalla « funesta » Bologna, il Caselli fu confi ­dente testimone: dei travagli dell’arte, dei propositi genero ­si e delle beghe, avendone in premio una noticina ai Canti, che celebra il suo « gran cuore e il suo gentile intelletto », e la poesia Se tu sei nulla, noi siamo nulli. Infatti il Pascoli molto se ne servì, per commis ­sioni e consigli, e l’ebbe caro, « l’amico del suo tramonto », pur tenendolo « un po’ leggero come uomo », e rimprove ­randogli di serbare le sue let ­tere (« E’ lo stesso che se l’a ­mico tenesse un fonografo quando l’amico va a trovar ­lo… »); peggio: il « maledetto vizio » di leggerle in pubblico. Anche di lui tuttavia sospet ­tò, accusandolo, senti chi par ­la, d’avere i nervi un po’ de ­boli. Fu quando coinvolse il Caselli nel suo gran disamore per lucchesi e barghigiani, e persino pensò che potesse na ­scere una causa giudiziaria, avanzando il Caselli, messosi in brutte acque, certi diritti dall’editore Zanichelli. Un’om ­bra di più, che presto si sciol ­se con la rinuncia dell’ottimo Alfredo, « pronto a vendere anche la camicia e il sangue » pur di vedere l’amico sorri ­dere.

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Ora non dico che dall’epi ­stolario, in questa veste inte ­grale, il Pascoli esca grand’uomo (incerto e ambiguo come la sua musa, il carattere geme fra le righe). Ma nemmeno saprei togliergli rispetto sol ­tanto perché il suo umor sa ­turnino l’impicciolisce. L’immagine che ne discende, sia pure ritoccata e meglio a fuo ­co, è quella saputa, d’un fan ­ciullo col cuore in gola e in panni sgraziati. Eppure, su quasi mille pagine (mille fes ­sure per i voyeurs, « uno dei più ricchi depositi e cafarnai della biografia pascoliana » disse Cecchi), nessuna accredita la leggenda mansueta che ancora tradisce la sua vera na ­tura. In realtà ci fu un amaro ma virile coraggio, nel reggere la tentazione di distruggersi, nell’impedire che il pensiero gravitasse al basso: e fu la costanza della poesia a cibar ­lo. Forse l’indovinò meglio di altri, e lo scrisse come al Pa ­scoli sarebbe piaciuto, proprio il fratello minore, colui che dopo averlo trattato di grasso bottegaio, lo fissò con plastica evidenza nella Contemplazio ­ne della morte: « Da quel fa ­gotto di panni stracchi s’alzò il braccio possente… ».

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