di Giovanni Grazzini
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 30 ottobre 1969]
Sono trascorsi tredici anni da quando uscì, su «Novij Mir », Non si vive di solo pane, il romanzo che prendendo di petto, con rabbia a lungo co vata, la burocrazia staliniana, fece di Vladimir Dudintzev un alfiere del disgelo, e oltre il merito letterario sparse il suo nome ai quattro venti. Sot tratto alle luci della ribalta, Dudintzev oggi ha l’aria di vi vere in un guscio d’ottimismo, e di voler far credere che nes suno gli tapperebbe la bocca se volesse esercitare il suo di ritto al dissenso. Disciplinato quanto basta per non aver spie sottocasa, continua però a essere guardato di traverso. L’Unione scrittori, per esem pio, si guarda bene dal favo rire i suoi incontri con gli stranieri sospetti: a darle ret ta Dudintzev è malato, è in vacanza, è partito proprio ieri, insomma non è rintracciabile. Invece non si è mai mosso dalla sua casa di Mosca, scoppia di salute. E ha fasciato le unghie di velluto.
Uno fra tanti, Dudintzev riassume il periplo dello scrit tore sovietico che dopo aver salpato con baldanza e navi gato con cautela per evitare gli icebergs portati dal disge lo, quando è venuta la risacca ha trovato riparo nel porto d’un’operosa solitudine, da do ve esorcizza con persino com moventi giochi di equilibrio la vendicativa arroganza dei burocrati, pronti a saltargli addosso se si vantasse del suo peccato di gioventù. Respinto nell’ombra, Dudintzev conti nua a scrivere. Le ultime ope re (Lo scugnizzo matto, La favola dell’anno nuovo) non hanno avuto l’eco del roman zo, ma il suo lavoro lettera rio sembra ancora nutrito di linfe antiche e salde. « Oggi mi sento â— dice con serena malinconia â— un ramo spun tato sul tronco dell’Ottocen to ». Guai a chiedergli se que sto rifugiarsi nei valori della tradizione non sia anche un modo per difendersi dall’ama rezza del presente. Scantona: « Se la scienza imponesse il suo dominio, l’armonia della vita sarebbe distrutta ». Poco più che cinquantenne, ha il volto largo e arguto e la pelle rosea di un nano di Biancaneve, i capelli lisci e spioventi, allegri gli occhi, la voce calda e profonda. Un reticolo dì rughe gli solca la fronte. Chiuso in un giacco ne di lana, offre all’ospite albicocche e Riesling.
Com’è finito il disgelo? Un sorriso, e con voce sicura co mincia il minuetto. «Ecco una domanda fatta con l’aria di chi viva nella zona subtropi cale e chieda a quelli del Nord: ‘Come va col disgelo?’. L’uomo è uguale a tutti i pa ralleli, ogni paese ha il suo inverno. Quando uscì il ro manzo di Ehrenburg presi il titolo alla lettera, perché l’im magine del disgelo pareva esprimere esattamente lo scio gliersi d’una situazione dram matica che soltanto l’Unione Sovietica sembrava aver vis suto. Ora invece vedo con chiarezza che il nostro non è stato un caso eccezionale: in tutto il mondo i trapassi sto rici si svolgono in un clima di acuta tensione. L’impor tante è andare, tutti insieme, verso più morbidi rapporti so ciali. E che ci si stia volgen do in questa direzione è in dubitabile. In un modo o nel l’altro, sulla terra, i regimi dittatoriali e i fenomeni di feudalesimo stanno scomparendo. Nell’URSS l’uomo del la strada ha capito che esiste la legge, e che tutti, in nome della legge, ora possono guar dare negli occhi i governanti. E’ successo che Stalin, co struendo un grattacielo dell’Università di Mosca con l’in tenzione di farne la più gran de del mondo e di affidarle la propria memoria nei secoli, s’è dato la zappa sui piedi: le migliaia di giovani che vi sono stati accolti hanno co minciato a leggere e a pen sare, e di qui è cominciata la negazione dello stalinismo. Il processo aperto dal XX congresso è irreversibile. La rivoluzione d’ottobre cambiò l’assetto statale ma non ri baltò il modo di pensare del popolo, vissuto per secoli sot to il tallone zarista. La ditta tura di Stalin conferma che la rivoluzione delle menti non si era compiuta. A suo modo, Stalin ha svolto una funzione storica progressista: applican do metodi barbari ha scosso le coscienze. Il XX congresso è stata una logica conseguen za delle sue malefatte. Non si vive di solo pane, giudicato in Occidente come un frutto del XX congresso, cominciai a scriverlo ai tempi di Stalin.
« E’ evidente che il disgelo, se vogliamo chiamarlo così, non è finito. Ci sono ancora degli stalinisti che tentano di frenarlo con misure ammini strative, ma accanto a loro sono cresciute le file di quan ti condividono il parere di Lenin, per il quale era più importante convincere che co stringere. Certo, ci vuole un po’ di pazienza, e io ne ho. Non sempre, quello che oggi scrivo viene subito stampato: accade che qualcuno mi ac cusi d’essere in contrasto con le tendenze ufficiali. Però, a lungo andare, si convince che nelle mie pagine non c’è nulla di grave: e tutto finisce con l’essere pubblicato ». Felice co lui che dà alla realtà i colori soavi del proprio ottimismo.
Il mondo com’è
Come vede Dudintzev i rap porti fra arte e ideologia?. « C’è un legame inscindibile, si condizionano a vicenda. La grande creazione artistica nasce dall’emozione provata davanti alle passione. L’esempio massimo è Dostojevsky. Partecipare ai sentimenti dell’uomo chiamando in aiuto la ragione per capirli e non già per giudicarli comporta una ideologia dettata dal cuore, contrapposta a quella di co loro che, privi di sensibilità morale, attraversano il mon do a occhi chiusi. Da parte loro anche le ideologie ufficiali sono modificate dalla realtà. Da noi cos’è accaduto? Che ai tempi di Stalin i narra tori erano obbligati a descri vere le cose come avrebbero dovuto essere, non come era no, e chi non obbediva era condannato al silenzio. Ora, al contrario, chi tende a ri trarre il inondo come è, e non come qualcuno vorrebbe che fosse, è considerato un progressista, e trova chi lo stampa. Le tesi che egli espri me entrano così a far parte dell’ideologia ufficiale… ».
E come giudica gli esperi menti dei nuovi formalisti?
« Un’illusione della gioven tù, che quasi tutti i grandi hanno condiviso prima di giungere ai trentacinque anni, l’età in cui sì comincia a ren dersi conto che non è un di verso taglio dei capelli a cam biare le ragioni narrative. Mi vengono in mente certe sagge parole di Stalin: ‘Se per gi rare il mondo prendi a sinistra, arrivi a destra’. Così ac cade ai formalisti, che inse guendo la musica, il colore, la magia degli oggetti sono impassibili al dramma della vita. E’ come quando due briganti ti danno l’assalto, che mentre uno ti blocca l’altro ti bastona. Sopra tutto contano i sentimenti, scoprire l’anima grande di Lohengrin e di Tri stano negli umili che fre quentano i giardini pubblici e le aule dei tribunali. Il mon do delle cose è una centesima parte di quanto offre la vita. Le nuvole, i sapori, i suoni non la riassumono: sono sol tanto delle voci, che si uni scono al concerto dell’uma nità. I formalisti ci danno l’accompagnamento senza la melodia centrale ».
La crisi del romanzo? « Il romanzo è uno strumento per comunicare i connotati dei caratteri grandi. Entrerà in crisi quando la vita mancherà di caratteri. L’artista ha il dovere di andarli a cercare, ovunque il Bene e il Male manifestino la loro potenza. E non importa far vincere il cavaliere vestito di bianco, che taglia le sette teste del drago e scompare senza dire il suo nome. L’idea dell’eroe positivo ormai provoca più sarcasmi da noi che in Oc cidente. Questo importa: che il Bene vinca nella vita ».
Dopo il vino e la frutta, ecco il tè con le paste. Du dintzev ha preso gusto a par lare. Correggendo il tono so lenne, quasi predicatorio, con la vivacità delle immagini, sembra ignorare la dramma tica condizione in cui si tro vano tanti suoi colleghi. Se non fosse per un secchio in cui si raccoglie, goccia a goc cia, l’acqua che esce dal termosifone guasto, il salottino di casa Dudintzev fìngereb be la pace perfetta d’un clas sico senza inquietudini. Allo ra, come giudica gli obblighi imposti dalla censura?
Lo zelo degli stupidi
«Nel modo stesso del car tello ‘Vietato calpestare i pra ti’: i buoni non ne hanno bisogno, e i cattivi anziché esserne distolti sono incorag giati al piacere di violare la legge. Del resto oggi le re gole sopportano eccezioni: è vero che è ancora difficile allontanarsi dai precetti del realismo socialista, ma in qualche caso c’è chi se ne infischia, e riesce a farsi stam pare. La morale dello scrit tore? Se gli sembra che lo Stato sia sulla via giusta, non ha ragione di metterglisi con tro; altrimenti deve difendere le proprie convinzioni, preferendo la verità della vita. Nei miei rapporti con le riviste e gli editori applico la morale d’una favola di Krylov: cerco di non far mai la parte di quell’orso che andando a spasso con un eremita lo colpì con una pietra soltanto per schiacciargli una zanzara. Lo zelo d’un amico stupido può fare più danni di un’inimicizia intelligente. Se le correzioni che gli si chiedono non cambiano la sostanza, mi rassegno e le accetto. Nel ’57, per esempio, riunendo in un volume di piccola tiratura Non si vive di solo pane uscito l’anno prima su « Novij Mir », furono fatti dei piccoli tagli poco importanti. Quan do nel ’68 il libro è stato ristampato in 150.000 copie non ho sentito il bisogno di tor nare al testo originale ».
Ma allora perché dal 1960 non ha più pubblicato libri di narrativa? «Mi sono dedicato a traduzioni, a recen sioni, a studi di genetica e biologia, che grazie o per colpa di Lisenko è ormai una scienza politica. Il nuovo ro manzo cui lavoro da dieci an ni, ambientato nel periodo 1948-52, avrà appunto per pro tagonista uno scienziato, una specie di milite ignoto che le forze del male coprono di fan go, ma che non rinuncia ad agire secondo coscienza ». Un libro autobiografico? «Ai tem pi di Non si vive di solo pane mi definirono ‘un grande pe ricolo sociale’ », Kruscev mi chiamò ‘un insano calunnia tore’. Oggi hanno smesso di attaccarmi, ma io non rinun cio alle mie idee. So che fra qualche anno saranno quelle di tutti ».
In questa attesa si è fatto notte, il secchio si è riempito di acqua. Dudintzev lo vuota nella vasca da bagno, con grandissima prudenza.