La morte di Jack Kerouac

di Claudio Gorlier
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 22 ottobre 1969]

Nuova York, 21 ottobre.

Famoso intorno agli Anni Cinquanta quando i suoi libri erano nella lista dei best sellers, progenitore degli hippies Jack Kerouac è deceduto, quasi dimenticato, stanotte in un ospedale di San Petersburg nella Florida, a causa di una emorragia addominale. Aveva soltanto 47 anni.
La moglie, Stella, ha dichiarato che Kerouac era stato trasportato d’urgenza all’ospedale Sant’Antonio ieri pomeriggio Purtroppo ogni cura si è dimostrata inutile a fermare la massiccia emorragia che ne ha provocato la morte prima dell’alba di stamane.
Quando non viaggiava Ke ­rouac viveva a Lowell, dove era nato. Si trovava in Florida al momento della morte perché vi si era recato insieme con sua moglie per assistere la madre che è gravemente ammalata.
In un’intervista che aveva concesso qualche giorno fa ad un quotidiano locale di San Petersburg, cittadina della Flo ­rida la cui popolazione è lar ­gamente composta da persone che vivono con le loro pensio ­ni di vecchiaia, Kerouac aveva detto di soffrire a causa di una ernia. Aveva ammesso, senza dare alcuna spiegazione, che in questi ultimi anni aveva scrit ­to poco ed aveva anticipato che stava lavorando ad un nuovo libro.

Jack Kerouac, per chi ha let ­to i suoi libri e per i molti che di lui hanno sentito in qualche modo parlare, evoca d’istinto la immagine pittoresca del beat, questa peculiare categoria del ­l’insofferenza e della rivolta di ­lagata da San Francisco e dal « Village » di Nuova York in Europa. Un nome, cioè, divenu ­to da una ventina d’anni ste ­reotipo non necessariamente letterario, riferimento emblema ­tico a cominciare persino dal suono spesso distorto secondo la pronuncia nazionale come accade a tutti i personaggi del ­la cui immagine ci si appro ­pria: Joan Baez o Bob Dylan o magari Cohn Bendit.

Una certa maschera, se si vuole, derivata da un partico ­lare modo di atteggiarsi e di vi ­vere ancora prima che di scri ­vere. Che cosa c’era dietro la maschera? Anagraficamente, un americano, discendente di immigrati bretoni, nato nel cuore della Nuova Inghilterra puri ­tana, a Lowell nel Massachu ­setts, nel 1922; studente alla Columbia di Nuova York, ma ­rittimo durante la seconda guerra mondiale, e a partire dal ’50 autore respinto da molti edi ­tori. Fu il secondo romanzo che riuscì a pubblicare, On the Road (Sulla strada, pubblicato in Italia da Mondadori) a render ­lo popolare, nel 1957. In quegli anni, insieme al poeta, Alien Ginsberg, Kerouac coniava il termine beat, e come beat ge ­neration si affermava in Ame ­rica un gruppo di giovani che comprendeva, tra gli altri, Law ­rence Ferlighetti, Gregory Cor ­so, Clellon Holmes, William Burroughs.

Beat è parola, deliberatamen ­te ambigua. Nella accezione jazzistica rivela ritmo, aggressività, creatività; nei risvolto negativo, il senso di sconfitta e di isolamento della giovane gene ­razione americana della cosid ­detta età di Eisenhower. Basta pensare alle date: il 1956 è l’an ­no della rivolta di Budapest e dell’attacco franco – inglese a Suez, al culmine della guerra fredda, della predicazione ma ­nichea di Foster Dulles e della repressione maccartista, per ta ­cere dei postumi della guerra di Corea. La «disaffiliazione » proposta dalla beat generation prende le mosse di là, dal ri ­fiuto della morale dell’accetta ­zione, dei valori equivoci della società opulenta, della politica di intervento.

Le motivazioni del rifiuto ap ­partenevano, sostanzialmente, a due ordini. Da un lato si met ­teva a nudo una crisi di istitu ­zioni, un distacco tra i politici nella stanza dei bottoni e le masse; dall’altra, e complemen ­tarmente, si ripudiava una let ­teratura accusata di filisteismo e di compiacimento formalisti ­co, e identificata in alcuni idoli consacrati, T. S. Eliot, Pound, gli eroi vitalisti e stoici della narrativa tra le due guerre. Il maestro più vicino per Kerouac, il modello dichiarato, restava Henry Miller, con la sua de ­nuncia dell’America come in ­cubo ad aria condizionata e la rottura degli schemi del roman ­zo. Ma la beat generation guar ­dava anche più indietro, alla tradizione critica e dissacrante dell’Ottocento americano, a Thoreau, a Whitman, a Mark Twain. Innestandosi su questo filone, ma attaccandone i tabù ancora latenti (il sesso, il pre ­giudizio razziale), Kerouac ten ­deva a proporre non una anti-America, ma una America di ­versa, quella da riscoprire nella sua integrità e nella sua inno ­cenza grazie al vagabondaggio negli spazi aperti, al rapporto con l’individuo meno condizio ­nato, e dunque più irregolare agli occhi del cittadino rispettabile. Basta riandare, per comprenderlo, alla trinità di Kerouac: poeta, bruciato, drogato. Sulla strada riflette meglio di ogni altro libro di Kerouac la sua professione di fede: è una esplorazione dell’America con ­dotta alla ventura, una impresa picaresca nella quale i due pro ­tagonisti affrontano in modo diverso ma concorrente â— uno ribelle « senza causa », l’altro percorso da una serie di inter ­rogativi inquietanti â— il proble ­ma di una ridefinizione appun ­to dell’individuo. Il viaggio, il movimento nomade, che forni ­scono al libro la sua struttura aperta, non suggeriscono rispo ­ste definite proprio per scon ­giurare una forma qualsiasi di accettazione della realtà alie ­nante; il linguaggio spezzato e ostile all’ambizione di una pre ­cisa architettura formale costi ­tuisce una ulteriore verifica.

Anche The Subterraneans ap ­parso nel 1958 (in italiano I sot ­terranei di San Francisco, edito da Feltrinelli) servendosi di una ipotesi dostoievskiana e di un linguaggio ancora più frantu ­mato e asintattico, propone un tipo di rapporto umano nel quale si vorrebbero sconvolgere le strutture della morale re ­pressiva. Ma già questo e i ro ­manzi successivi, da Doctor Sax, del ’59 (Il dottor Sax, edito da Mondadori), a The Dharma Bums, dello stesso anno (I va ­gabondi del Darma, ed. Monda ­dori), fino al più recente Satori in Paris, del ’66 (Satori a Pa ­rigi, ed. Bompiani) mettono a nudo una graduale frammen ­tazione e una meccanica ripetitività, accanto alle ambigue proposte spiritualistiche o me ­tafisiche, così tipicamente ame ­ricane, nel segno dell’iniziazio ­ne al buddismo Zen, con tutte le remore di un’evasione di dubbio esotismo.

La verità è che ormai affiorava in Kerouac la carenza di un ancoraggio ideologico, per operativo che fosse, male en ­demico di molta parte del ra ­dicalismo americano, affidato pericolosamente all’irrazionali ­smo, all’esito individualistico, ed esposto quindi a oscillazio ­ni paradossali, come stanno a confermare talune preoccupan ­ti prese di posizione di Ke ­rouac in tempi recenti. Da una simile carenza, va aggiunto, de ­rivò per Kerouac e i suoi amici una pratica ingenuamente di ­retta, quasi rituale, di consue ­tudini proprie del personaggio révolté: il ricorso indiscrimi ­nato all’acool e alla droga, sin ­golare controparte proprio del ­lo slancio vitalistico degli eroi hemingwayani, del loro culto per il rischio esorcizzatore de ­gl’idoli della tribù. Così si spie ­ga un’usura addirittura fisica, una febbrile autodistruzione che Kerouac e altri militanti beat, nel momento del rapido de ­clino della loro crociata e del ­la loro fama, hanno sperimen ­tato, pagando tragicamente di persona.

Pure, almeno una riflessione va suggerita: che, aldilà della riuscita letteraria, a dispetto della moda delle contraddizioni, l’autore di Sulla strada ha rap ­presentato per almeno due de ­cenni un segmento consistente delle nuove generazioni ame ­ricane, sostenendo con un’ag ­gressività e una partecipazione tra parossistica ed estatica la parte ingrata di chi dice tor ­mentosamente di no, a costo di rimanerne prigioniero.

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