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LETTERATURA: I MAESTRI: Animalini

18 Aprile 2017

di Tommaso Landolfi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, venerd√¨ 17 gennaio 1969]

Tra i nostri compagni di Pianeta c’√® anche un certo animalino il cui nome, francamente, ignoro e con tutta probabilit√† ignorerei quando pure mi fossi dato la pena di consultare i pi√Ļ minuziosi re ¬≠pertori zoologici. Per darne un’idea alla svelta, dir√≤ che le sue dimensioni appaiono estremamente ridotte (sui quattro o al massimo cinque millime ¬≠tri); che la sua forma √® all’incirca quella tra rotondeg ¬≠giante ed oblonga di molti in ¬≠setti; che il suo colore √® un bianco quasi abbagliante; che il suo aspetto generale √® quel ¬≠lo di un minuscolo piumino. Lo si incontra di solito sotto le acacie; percorre il terreno, rispetto a lui accidentatissimo, con aria indaffarata. Cosa poi cerchi tanto vivacemente, so meno che mai (√® bens√¨ vero che tal famoso abitante di Sirio non seppe cosa pensare della nostra umana agitazione). M’√® piaciuto raccattarne alcun esemplare, a tempo perso; come lieve, come innocuo; come fidente, oso dire.

Sebbene da me di proposito stuzzicato, non mi pensava, non mi faceva alcun male, mi evitava perfino il suo proprio peso; traversava la mia mano inavvertito, non fosse stato per il mio sguardo che attentamente lo scrutava, a null’altro badando che a trarsi da quella rischiosa situazione senza mio danno.

Ora, un giorno, a tal perdigiorno pensosamente e disperatamente seduto al rezzo uno di questi animalini sal√¨ per caso sulla scarpa. E il perdigiorno lasci√≤ salire; lo aspett√≤ su per i pantaloni; infine, con una semplice pressione del pollice√Ę‚ā¨¬¶

E perch√© poi lo uccise? Perch√© fatto feroce dalla sua stessa disperazione, perch√© uomo, sta bene; ma forse solo perch√© la creatura in parola era piccina, indifesa, leggera. Ecco, s√¨: tanto senza peso, da doversene quasi forzatamente concludere che fosse√Ę‚ā¨¬¶ senza peso appunto, senza significato.

Una compagnia di giovanotti e ragazze s’intratteneva pia ¬≠cevolmente in una corte albe ¬≠rata: d’un tratto la pi√Ļ pal ¬≠lida e bionda sussult√≤, si port√≤ una mano al petto ed emise una esclamazione soffocata, indicando un punto in terra. Gli √® che per l√¨ procedeva, alla sua goffa maniera, un piccolo bruco rossiccio, neppure dei pi√Ļ sgargianti: un umile bru ¬≠co, un bruco qualunque. Pro ¬≠cedeva contraendosi, stiracchiandosi, lordandosi di polve ¬≠re parendo trascinarsi dietro un gran peso; volgeva il capino a dritta e a manca, ogni tanto si fermava per tentare l’aria colle brevi antenne; poi, con un sospiro di rassegnazione, riprendeva paziente il cammino, riaffrontava le minime asperit√† del suo ¬≠lo come a noi avviene d’affron ¬≠tare colline e montagne. Ve ¬≠race immagine, insomma, del ¬≠l’uomo nel suo faticoso pas ¬≠saggio terreno. O magari, per ci√≤ che ne sappiamo, tutto al contrario: magari lui andava a passeggio spedito quanto gli era concesso, e si sentiva fe ¬≠lice, il mondo gli sembrava meraviglioso… Ma bah, in fondo fa poca differenza. Tale comunque l’esserino che aveva destato il ribrezzo della sensibile fanciulla, e che, di tutto ignaro, continuava ad arrancare pei fatti suoi. Ora il pi√Ļ rubizzo e devoto (alla biondina) dei giovani, seguito il verginale sguardo e individuato il responsabile di tanto turbamento, esclam√≤: ¬ę Ah, √® per quel coso l√¨? ¬Ľ, e gir√≤ gli occhi intorno, evidentemente in cerca d’uno strumento atto a levar dal mondo il coso stesso; non avendolo trovato e d’altro canto poco disposto a insudiciarsi fosse la suola d’una scarpa, si rizz√≤ e impugn√≤ per la spalliera la propria seggiola.

Qui un pietoso volle intervenire: ¬ęLascialo andare, che male ti ha fatto ¬Ľ. Se non che il primo: ¬ę Storie! ¬Ľ, e con un piede della seggiola port√≤ un gran colpo al pic ¬≠colo bruto, attardandosi poi a spiare sul volto della fan ¬≠ciulla gli effetti della sua pro ¬≠dezza.

Gran colpo, ma, data l’ar ¬≠ma, impreciso: il bruco, morto pi√Ļ che per met√†, dovette lungamente e ancor pi√Ļ buffamente contorcersi, rivoltolan ¬≠dosi nel proprio bianco san ¬≠gue. Da ultimo rese l’anima (vegetativa) al Creatore, e la fanciulla fu contenta.

Trovammo una delle nostre due tartarughe terragnole che s’accaniva selvaggiamente con ¬≠tro il corpo morto e gi√† quasi corrotto dell’altra: lo sormontava in bilico, lo grattava co ¬≠gli unghioni, lo frugava nel suo ricetto tra le piastre del carapace, tentava bench√© va ¬≠namente d’aderirvi allo scopo di farne scempio, il tutto aprendo e richiudendo con secco schianto il becco, e perfi ¬≠no emettendo una specie di furioso gemito. La allontanam ¬≠mo dal posto, ma lei sempre ci tornava; e cos√¨ finimmo col buttarla in giardino, accompagnata dalla nostra esecrazione. Ch√© non avemmo dubbi: essa aveva in qualche loro incomprensibile giostra (sessuale o meno) ucciso la congenere, e ora voleva chiss√† cibarsene, in ogni caso godere del proprio trionfo. In base alla quale in ¬≠terpretazione, la trattammo sempre con disgusto e severi ¬≠t√†; non pi√Ļ le offrimmo te ¬≠nere lattughe, e da ultimo la abbandonammo definitivamen ¬≠te alla sua sorte, l√¨ nel mare magno del giardino inselvati ¬≠chito, dove ancor oggi pu√≤ ca ¬≠pitare d’incontrarla, solitaria e spaurita.

Ma il dubbio di cui a suo tempo le negammo il beneficio √® venuto a me pi√Ļ tardi. E veramente, le sue singolari attitudini in quel giorno lontano avrebbero potuto altrettanto bene essere interpretate quali atti di disperato dolore per la morte naturale della compa ¬≠gna; atti dunque, non che d’odio, d’amore. Forse, poi, la nostra imputata anzi condan ¬≠nata stupiva di quella assur ¬≠da, immeritata morte, e non sapeva capacitarsene e ne mo ¬≠veva coi suoi stridori accusa a qualcuno… Lasciamo per√≤ le congetture; e piuttosto guar ¬≠date quanto incerta la nostra valutazione degli altrui mo ¬≠venti o quanto poco note ci son le creature pi√Ļ familiari.

Il medico condotto pretende stanziato dalle nostre parti un tal ragno tredecimpunctatus la cui pinzatura risulte ¬≠rebbe perfino mortale. Ma a vero dire, con tanti anni di frequentazioni agresti, io que ¬≠sto ragno non l’ho visto mai; e, circa la scolopendra morsitans trovata una notte sotto il mio origliere di bimbo (se ¬≠condo narrano le cronache fa ¬≠miliari), non me la rammento in proprio. Sicch√©, tutto som ¬≠mato, resto dell’opinione che da noi il solo insetto perico ¬≠loso sia il calabrone, il ron ¬≠zante predatore dei nostri orti, che sorprende gli incauti di tra o meglio di dentro i frutti maturi e suole annidarsi in quei semidiroccati muri di cin ¬≠ta, donde, come saetta, esce inopinatamente a guerra. ¬ę Set ¬≠te calabroni fanno una vipe ¬≠ra ¬Ľ, √® il detto popolare, che anzi sospetto troppo benigno. D’altra parte, difficile salvar ¬≠sene, specie in certe stagioni: quando ad esempio, in settem ¬≠bre o sul primo ottobre, l’edera fornisce le sue piccole bacche, quale agitazione su per la fronda e l√¨ sotto; e pu√≤ anche avvenire che due calabroni, avvinti in fiera lotta, vi ca ¬≠dano addosso, oppure diano in terra con tonfo di germano impiombato…

Una mattina passeggiavo nella corte; e davvero qual ¬≠cosa mi cadde ai piedi. Guar ¬≠dando con maggiore attenzio ¬≠ne, vidi che non si trattava dei soliti due calabroni pu ¬≠gnanti, bens√¨ d’un solo cala ¬≠brone e di due vespe, in con ¬≠fuso groviglio color di sole; esso del resto parve rimbal ¬≠zare contro il suolo e daccapo si libr√≤, ancorch√© stentata- mente, per posarsi da ultimo su un ramicello. Pensai: ¬ę Ec ¬≠co che le due vespette hanno per una volta fatto fronte co ¬≠mune e ora lo metteranno a mal partito, il prepotente ¬Ľ. Invece, come nella favola di quel Giovanni che amava ro ¬≠vinare a pezzo a pezzo gi√Ļ dalla cappa del camino, un attimo dopo dal velloso corpicciuolo del calabrone comin ¬≠ciarono a piovere i disiecta membra delle due vespe me ¬≠desime: un capino, un’aluccia trasparente, un corsetto. E in men che non si dica, sotto i miei occhi esterrefatti, il fe ¬≠roce si scosse, si freg√≤ le zampette anteriori, saggi√≤ con pi√Ļ alto ronzio le proprie forze, e gloriosamente riprese il volo.


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Bart