di Tommaso Landolfi
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 17 gennaio 1969]

Tra i nostri compagni di Pianeta c’è anche un certo animalino il cui nome, francamente, ignoro e con tutta probabilità ignorerei quando pure mi fossi dato la pena di consultare i più minuziosi re ­pertori zoologici. Per darne un’idea alla svelta, dirò che le sue dimensioni appaiono estremamente ridotte (sui quattro o al massimo cinque millime ­tri); che la sua forma è all’incirca quella tra rotondeg ­giante ed oblonga di molti in ­setti; che il suo colore è un bianco quasi abbagliante; che il suo aspetto generale è quel ­lo di un minuscolo piumino. Lo si incontra di solito sotto le acacie; percorre il terreno, rispetto a lui accidentatissimo, con aria indaffarata. Cosa poi cerchi tanto vivacemente, so meno che mai (è bensì vero che tal famoso abitante di Sirio non seppe cosa pensare della nostra umana agitazione). M’è piaciuto raccattarne alcun esemplare, a tempo perso; come lieve, come innocuo; come fidente, oso dire.

Sebbene da me di proposito stuzzicato, non mi pensava, non mi faceva alcun male, mi evitava perfino il suo proprio peso; traversava la mia mano inavvertito, non fosse stato per il mio sguardo che attentamente lo scrutava, a null’altro badando che a trarsi da quella rischiosa situazione senza mio danno.

Ora, un giorno, a tal perdigiorno pensosamente e disperatamente seduto al rezzo uno di questi animalini salì per caso sulla scarpa. E il perdigiorno lasciò salire; lo aspettò su per i pantaloni; infine, con una semplice pressione del pollice…

E perché poi lo uccise? Perché fatto feroce dalla sua stessa disperazione, perché uomo, sta bene; ma forse solo perché la creatura in parola era piccina, indifesa, leggera. Ecco, sì: tanto senza peso, da doversene quasi forzatamente concludere che fosse… senza peso appunto, senza significato.

Una compagnia di giovanotti e ragazze s’intratteneva pia ­cevolmente in una corte albe ­rata: d’un tratto la più pal ­lida e bionda sussultò, si portò una mano al petto ed emise una esclamazione soffocata, indicando un punto in terra. Gli è che per lì procedeva, alla sua goffa maniera, un piccolo bruco rossiccio, neppure dei più sgargianti: un umile bru ­co, un bruco qualunque. Pro ­cedeva contraendosi, stiracchiandosi, lordandosi di polve ­re parendo trascinarsi dietro un gran peso; volgeva il capino a dritta e a manca, ogni tanto si fermava per tentare l’aria colle brevi antenne; poi, con un sospiro di rassegnazione, riprendeva paziente il cammino, riaffrontava le minime asperità del suo ­lo come a noi avviene d’affron ­tare colline e montagne. Ve ­race immagine, insomma, del ­l’uomo nel suo faticoso pas ­saggio terreno. O magari, per ciò che ne sappiamo, tutto al contrario: magari lui andava a passeggio spedito quanto gli era concesso, e si sentiva fe ­lice, il mondo gli sembrava meraviglioso… Ma bah, in fondo fa poca differenza. Tale comunque l’esserino che aveva destato il ribrezzo della sensibile fanciulla, e che, di tutto ignaro, continuava ad arrancare pei fatti suoi. Ora il più rubizzo e devoto (alla biondina) dei giovani, seguito il verginale sguardo e individuato il responsabile di tanto turbamento, esclamò: « Ah, è per quel coso lì? », e girò gli occhi intorno, evidentemente in cerca d’uno strumento atto a levar dal mondo il coso stesso; non avendolo trovato e d’altro canto poco disposto a insudiciarsi fosse la suola d’una scarpa, si rizzò e impugnò per la spalliera la propria seggiola.

Qui un pietoso volle intervenire: «Lascialo andare, che male ti ha fatto ». Se non che il primo: « Storie! », e con un piede della seggiola portò un gran colpo al pic ­colo bruto, attardandosi poi a spiare sul volto della fan ­ciulla gli effetti della sua pro ­dezza.

Gran colpo, ma, data l’ar ­ma, impreciso: il bruco, morto più che per metà, dovette lungamente e ancor più buffamente contorcersi, rivoltolan ­dosi nel proprio bianco san ­gue. Da ultimo rese l’anima (vegetativa) al Creatore, e la fanciulla fu contenta.

Trovammo una delle nostre due tartarughe terragnole che s’accaniva selvaggiamente con ­tro il corpo morto e già quasi corrotto dell’altra: lo sormontava in bilico, lo grattava co ­gli unghioni, lo frugava nel suo ricetto tra le piastre del carapace, tentava benché va ­namente d’aderirvi allo scopo di farne scempio, il tutto aprendo e richiudendo con secco schianto il becco, e perfi ­no emettendo una specie di furioso gemito. La allontanam ­mo dal posto, ma lei sempre ci tornava; e così finimmo col buttarla in giardino, accompagnata dalla nostra esecrazione. Ché non avemmo dubbi: essa aveva in qualche loro incomprensibile giostra (sessuale o meno) ucciso la congenere, e ora voleva chissà cibarsene, in ogni caso godere del proprio trionfo. In base alla quale in ­terpretazione, la trattammo sempre con disgusto e severi ­tà; non più le offrimmo te ­nere lattughe, e da ultimo la abbandonammo definitivamen ­te alla sua sorte, lì nel mare magno del giardino inselvati ­chito, dove ancor oggi può ca ­pitare d’incontrarla, solitaria e spaurita.

Ma il dubbio di cui a suo tempo le negammo il beneficio è venuto a me più tardi. E veramente, le sue singolari attitudini in quel giorno lontano avrebbero potuto altrettanto bene essere interpretate quali atti di disperato dolore per la morte naturale della compa ­gna; atti dunque, non che d’odio, d’amore. Forse, poi, la nostra imputata anzi condan ­nata stupiva di quella assur ­da, immeritata morte, e non sapeva capacitarsene e ne mo ­veva coi suoi stridori accusa a qualcuno… Lasciamo però le congetture; e piuttosto guar ­date quanto incerta la nostra valutazione degli altrui mo ­venti o quanto poco note ci son le creature più familiari.

Il medico condotto pretende stanziato dalle nostre parti un tal ragno tredecimpunctatus la cui pinzatura risulte ­rebbe perfino mortale. Ma a vero dire, con tanti anni di frequentazioni agresti, io que ­sto ragno non l’ho visto mai; e, circa la scolopendra morsitans trovata una notte sotto il mio origliere di bimbo (se ­condo narrano le cronache fa ­miliari), non me la rammento in proprio. Sicché, tutto som ­mato, resto dell’opinione che da noi il solo insetto perico ­loso sia il calabrone, il ron ­zante predatore dei nostri orti, che sorprende gli incauti di tra o meglio di dentro i frutti maturi e suole annidarsi in quei semidiroccati muri di cin ­ta, donde, come saetta, esce inopinatamente a guerra. « Set ­te calabroni fanno una vipe ­ra », è il detto popolare, che anzi sospetto troppo benigno. D’altra parte, difficile salvar ­sene, specie in certe stagioni: quando ad esempio, in settem ­bre o sul primo ottobre, l’edera fornisce le sue piccole bacche, quale agitazione su per la fronda e lì sotto; e può anche avvenire che due calabroni, avvinti in fiera lotta, vi ca ­dano addosso, oppure diano in terra con tonfo di germano impiombato…

Una mattina passeggiavo nella corte; e davvero qual ­cosa mi cadde ai piedi. Guar ­dando con maggiore attenzio ­ne, vidi che non si trattava dei soliti due calabroni pu ­gnanti, bensì d’un solo cala ­brone e di due vespe, in con ­fuso groviglio color di sole; esso del resto parve rimbal ­zare contro il suolo e daccapo si librò, ancorché stentata- mente, per posarsi da ultimo su un ramicello. Pensai: « Ec ­co che le due vespette hanno per una volta fatto fronte co ­mune e ora lo metteranno a mal partito, il prepotente ». Invece, come nella favola di quel Giovanni che amava ro ­vinare a pezzo a pezzo giù dalla cappa del camino, un attimo dopo dal velloso corpicciuolo del calabrone comin ­ciarono a piovere i disiecta membra delle due vespe me ­desime: un capino, un’aluccia trasparente, un corsetto. E in men che non si dica, sotto i miei occhi esterrefatti, il fe ­roce si scosse, si fregò le zampette anteriori, saggiò con più alto ronzio le proprie forze, e gloriosamente riprese il volo.

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