Astratta pietà

di Carlo Laurenzi
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 7 maggio 1969]

Tempo fa, quando mi ven ­ne concesso di visitare un pe ­nitenziario, la mia simpatia più concreta andò al diretto ­re del carcere: uomo libero custodiva (serviva) gli schia ­vi. O meglio: fu l’unico che potei giudicare secondo la mia dimensione, nella mia stessa prospettiva, parvenza di libertà.

Era loquace. Ancor prima di controllare le credenziali, volle mettermi al corrente del « problema del giorno », l’in ­stallazione di un impianto radio. Varcando il cancello di ferro avevo notato un grup ­po di operai « borghesi », su certe scale, intenti a far bu ­chi nel muro? E un tizio, col panama, in piedi, vicino alle scale? Quello era l’ingegnere. In capo a due giorni l’impian ­to avrebbe dovuto funziona ­re in modo perfetto: Sua Ec ­cellenza il direttore generale delle carceri sarebbe venuto da Roma per assistere alla ce ­rimonia dell’inaugurazione; i detenuti avrebbero cantato in coro inni sacri.

*

Sua Eccellenza, dopo ave ­re visto e giudicato ogni co ­sa, avrebbe sentenziato « mol ­to bene », o « abbastanza be ­ne », o qualcosa di altrettan ­to sbrigativo. Ma l’uomo che mi stava dinanzi pareva in ­fantilmente agitato: « La ra ­dio in carcere è un soffio di vita nuova; però mi preoccu ­pa parlare dal mio studio at ­traverso gli amplificatori ». Bisognava rassicurarlo: « Se la caverà. Nei film america ­ni, il prestigio dei direttori di carcere si basa soprattutto sull’abitudine di parlare ai detenuti per radio ». « Non in ­tendo esagerare â— arrossì; â— piuttosto farò in modo che gli uomini ascoltino qualche buo ­na trasmissione, per esempio musica, e le cronache delle partite di calcio ». Aveva la tristezza, il calore dei napole ­tani, con uno sguardo scon ­fitto. Nessuno gli vietava la « franchigia », naturalmente, ma in pratica non usciva che per un’oretta, dalle otto alle nove di sera. Era lontano dal ­la famiglia, perché il trasfe ­rimento lo aveva colto all’im ­provviso qualche mese prima. Uno dei suoi figli studiava in un collegio di Napoli, un buon collegio all’antica, il che costava parecchio. Una dome ­nica, andato a trovare il ragazzo, gli era stato impedito di vederlo perché quello, col ­pevole di una monelleria, si trovava in cella di punizione. Siamo così spesso soli. Simile al comandante di un vascello da guerra, il direttore consu ­mava i pasti da solo, sebbene le guardie gli avessero riser ­bato il posto di capotavola al ­la loro mensa.

La giornata trascorreva lenta nelle raggère, fra un can ­cello che si apriva e uno che si chiudeva: dieci minuti di ispezione al primo reparto, quindici minuti di ispezione all’altro reparto, e la conta, e il rancio, e via fino a notte.

I secondini sfilavano le chia ­vi dalla cintura con gesti logori, le serrature stridevano sempre allo stesso modo. Non c’era secondino il cui volto non denotasse una vecchia consunzione, forse la mala ­ria. I quattro che sorveglia ­vano il cammino di ronda, col fucile a tracolla e le giubbe arroventate, si muovevano con passi di automi. Chi avesse sostato lungo la via che co ­steggiava il carcere, un’ama ­ra via di campagna, avrebbe veduto quegli automi sul tetto, al sommo dell’edificio calci ­nato di bianco: nessun altro segno si svelava dell’al di là.

I reclusi non erano condan ­nati all’ozio. Il primo « labo ­ratorio », quello della mani ­fattura tessile, aveva una sua fama: i suoi lenzuoli andava ­no a corredare le brande dei reclusi di mezza Italia, e an ­che i letti dei secondini. Gli uomini sedevano presso i telai, nel frastuono che li as ­sorbiva. Il direttore, il cap ­pellano e io sostammo in fon ­do allo stanzone, col capo-guardia incaricato di aprirci la porta. Quando i tessitori ci videro e si alzarono in piedi i loro sguardi erano servili. Il direttore interrogò qualcu ­no, dandogli del voi; gli interlocutori stavano a capo chino, goffi, senza smettere di sorridere. Davanti al prete si inginocchiavano e gli bacia ­vano la mano con ostentazio ­ne. Mi avevano informato che in maggioranza costoro nutri ­vano simpatia per il comuni ­smo, presumibilmente perché lo ritenevano ancora « rivolu ­zionario »; comunque, giac ­ché i cappellani sono stati sempre remunerativi, ero pre ­parato allo spettacolo del gi ­nocchio a terra. Non mi aspet ­tavo che anch’io sarei stato oggetto di ossequio. Invece il primo recluso sul quale posai gli occhi si irrigidì sull’attenti e mi salutò portando di scat ­to la mano destra alla fronte. Questa del saluto militare era una consuetudine, non un obbligo del carcere. Le cose stan ­no ancora così?

Dopo il padiglione dei tes ­sitori, visitammo quelli dei calzolai, dei falegnami, dei meccanici. Se rivolgevo a qual ­cuno domande non imperso ­nali il direttore si adombrava, richiamandosi al regolamento. Nessuno dei reclusi, a giudizio del funzionario, meritava uno studio approfondito: si tratta ­va per lo più di omicidi e ra ­pinatori volgari. Erano gene ­ralmente giovani, in buone condizioni di salute. Molti avevano i capelli lunghi, per ­sino impomatati. Tranne i meccanici, guardinghi attorno alle loro macchine, tutti par ­lavano con compiacimento del lavoro che li occupava. Un fa ­legname mi intrattenne sulle meraviglie del mobile-bar che stava costruendo su commis ­sione privata. Un altro, il più petulante, fabbricava portasi ­garette con trecciole di paglia multicolore.

Visitammo i dormitori, l’in ­fermeria, la cucina; e poi le docce, alle quali i reclusi era ­no avviati ogni quindici gior ­ni. Notò il direttore: « Io cre ­do alla pulizia corporale co ­me mezzo di elevazione dello spirito. Il regolamento prescri ­ve che i detenuti vengano ra ­si una volta alla settimana ma la maggior parte di loro, ades ­so, preferisce farsi sbarbare due volte ». A parte ciò, la legge istituiva per il carcere un giudice di sorveglianza, magistrato di carriera con l’in ­carico di « osservare la vita dei reclusi da un punto di vi ­sta più elevato ». Domandai al direttore chi fosse il giu ­dice di sorveglianza del suo reclusorio. « Non ricordo co ­me si chiami â— disse â— sta a Roma e non l’abbiamo an ­cora veduto ». Le cose conti ­nuano ad andare così?

Un carcere è un luogo di pena sotto molti aspetti: an ­che chi vi si aggiri per mez ­za giornata, come visitatore scortato e ossequiato, riceve una sua condanna. La mia fu quella del disamore, giac ­ché l’alienazione dei detenuti mi respinse, e nessuna retori ­ca mi salvò. La mia giacula ­toria di pietà fu astratta, pro ­nunciata a fior di labbra. Ma qualche volta ripenso ad un ragazzo, nella falegnameria del carcere, al quale domandai perché si trovasse in prigione. Aveva diciott’anni. Due an ­ni prima un giudice lo aveva condannato stimandolo colpe ­vole di avere assassinato il patrigno ma concedendogli le attenuanti generiche in quan ­to il patrigno usava malmena ­re la madre del reo. Il diret ­tore del carcere e lo stesso comandante delle guardie si dichiaravano convinti della sua innocenza. La mia pena è anche questa, allora: ricor ­dare quel ragazzo come un simbolo, non come un’ammonizione.

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