di Mario Tobino
[da “Il Mondo”, 6 novembre 1969]
Dormivo con la finestra aperta. Mi svegliarono gli spari; proveni vano dal monte Serra, dalla Cer tosa, e da più lontano, dai monti pisani, dal pesciatino. L’alba filtra va tra i rami la prima luce.
Mi immaginai gli uccellini che stramazzavano giù, le penne intri se di sangue. Qualcuno riusciva a fuggire.
Era il primo giorno di caccia. Domenica. La luce si ampliò, e mi alzai. Girottolai per l’ospedale. Ogni tanto arrivava il suono a distesa delle campane; parrocchie onoravano il loro santo oppure gli sposi stavano uscendo di chiesa.
Mi piace passeggiare per la cam pagna. Cammino per sentieri, sfio ro boschetti, attraverso ponticelli su rigagnoli, mi smemoro a argen tee file di pioppi. Presi il bastone e mi avviai.
Incontravo ogni poco un uomo col fucile; a piedi e in bicicletta. Ve ne erano anche che transita vano in automobile. Da ogni siepe spuntavano canne. I cacciatori ave vano stivaloni, cartucciere intorno alla vita.
Nel cielo non passava un vola tile. Ne avevo visto soltanto uno, piccino, mentre uscivo dall’ospe dale, che si infilava in un esiguo boschetto lì vicino. Pregai che nes suno dei cacciatori se ne fosse ac corto.
Da queste parti non esistono cinghiali né daini né cervi; rarissime le lepri. I fagiani sono di pol laio, di allevamento. Lasciati liberi, hanno tendenza a ricondursi quatti-quatti verso la gabbia dove furono nutriti.
Gli uccelli sono sempre meno. Da anni un cuculo, arrivata la not te invernale, cantava nel bosco del l’ospedale. Mi affacciavo per me glio sentirlo, mi sembrava che interrogasse le stelle anche per me. Son due anni che non viene più.
Siccome incontravo tutti questi cacciatori, abbandonai la campa gna, presi lo stradone, la via pro vinciale. Arrivai a Maggiano, che è un gruppo di case, tra le quali un caffè. Intorno si distende per ogni raggio la campagna.
Non sapevo che fare e entrai nel bar. Presso il banco c’era un cac ciatore, armato più degli altri. Ave va a tracolla un fucile a ripetizione, un Breda a cinque colpi. Intorno alla vita una cartucciera pesante di munizioni.
Lo conoscevo bene: un profitta tore, un opportunista, la sua fede essere prono davanti ai forti, usa re lo sprezzo per i più deboli di lui. Conoscevo particolari della sua vi ta: aveva ottenuto l’impiego facen do il servo â— lui e l’intera sua fa miglia â— a un notabile, un ammi nistratore pubblico.
Credeva quel suo metodo l’unico esistente nel mondo. Non conce piva, non aveva mai concepito una idea, un ideale, un senso morale, ignorava la generosità e la fratel lanza.
Il barista mi domandò che vo levo. Il cacciatore si voltò, mi ri conobbe.
Gongolava di essere visto così armato. Mi salutò con effusione.
« Anche lei ammazza gli uccelli ni? » gli domandai.
Non afferrò la mia ripugnanza. Mi strizzò l’occhio. Un ebete. Pal pò il calcio del suo fucile, lo scu lacciò con affetto. Rispose:
« Debbono morire tutti. Stermi nare li dobbiamo » e rumoreggiò una risata.
« Perché il fucile a cinque col pi? ».
« Quando capita una frotta. Non ne deve scappare nessuno ».
Chiesi: « Stamani ne ha uccisi? ».
« No, non c’era niente ».
Infatti il cielo era candido; nes sun uccello vi volava.
Entrò nel bar un altro caccia tore. Anche lui armatissimo e de ciso. I due si ammiccarono.
Me ne andai senza salutare.
Non ero ancora arrivato alla porta che d’improvviso mi sorsero da vanti i libri di Vittorini, dove c’è il nonno e il nipote, il padre e il figlio, la nonna che viaggia in compagnia di bislacche figurazioni, la madre infermiera e il bambino, e tra loro si rimandano frasi cariche di mistero, di allusiva gloria, di ri voluzioni incombenti, si scambiano intensi segnali, entrano ed escono da paesi come masnadieri col tabarro. Ma a un certo punto ci si accorge che non è vero niente.
Tutte queste persone sono senza scopo, senza perché, senza una meta. Almanaccano senza motivo. Non concludono nulla.
Sono soltanto dei burattini.